I Viceré


Una filosofia della storia
lunedì 12 novembre 2007, di Alberto Giovanni Biuso - 2369 letture

Nel romanzo di De Roberto (1894) il disprezzo per la nobiltà borbonica si coniuga all’amaro disincanto per la Nuova Italia. È, infatti, l’immobilità della storia che si disegna nella vicenda degli Uzeda di Francalanza, discendenti dei Viceré che spadroneggiarono in Sicilia in nome delle dinastie di Spagna. In essi vive, intatto e feroce, l’istinto «degli ingordi spagnuoli unicamente intenti ad arricchirsi, incapaci di comprendere una potenza, un valore, una virtù più grande di quella dei quattrini» (Garzanti, Milano 1989, pag. 430). È una «razza ignorante e prepotente» (508), sacrilega e superstiziosa, rosa al suo interno da contrasti implacabili, espressi con una spietatezza, una stravaganza, una ossessione molto vicine alla vera e propria follia.

Con l’avanzare dei tempi nuovi, il trasformismo di questa famiglia diventa persino grottesco. Gli Uzeda, accesi borbonici, acquistano i beni espropriati alla Chiesa, diventano deputati liberali prima e radicali poi. Rimanendo però sprezzanti e alteri di fronte alla imbelle canaglia che li elegge. L’ultimo rampollo, Consalvo -eletto nel 1882 al Parlamento con i voti della sinistra repubblicana, degli operai, dei contadini-, può dire «un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dai Re; ora viene dal popolo…La differenza è più di nome che di fatto…» (647). Una filosofia della storia arida come le nostre estati, immobile come il nostro cielo ma vera: «la storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi», afferma ancora Consalvo (648).

Lettera e spirito del potente romanzo di De Roberto sono ancora attualissimi, e anche in questo consiste la tragedia della Sicilia e dell’Italia. Ascoltando certe battute, gli spettatori in sala ridevano, tanto sembrano tratte dalla cronaca politica contemporanea e dalle dichiarazioni dei nostri capipartito. Faenza riesce a restituire questa dimensione del testo. Così come suggestivi sono gli scorci di Catania e del bellissimo Monastero che ospita la nostra Facoltà di Lettere e Filosofia.

Debole, invece, è il film nella complessiva costruzione e nella regia, troppo televisive per almeno un’ora e mezza. Solo nell’ultima parte, I Viceré (questo il titolo corretto, con l’accento acuto e non il grave delle locandine…) assume i toni crudi ed espressionistici del romanzo e diventa un vero film invece che uno sceneggiato televisivo. Due scene su tutte: il pianto del cugino Michele la prima notte dopo le nozze con la bella Teresa; l’urlo del Principe Giacomo (un bravo Lando Buzzanca) nel momento in cui l’esorcista al quale si è affidato cerca di estirpargli il maligno dalla testa. Una disperazione secolare, in quel volto e in quella voce. La disperazione di una terra e di un’umanità perdute.

www.biuso.it

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