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I Vecchi e il Mare

L’antica lotta tra l’uomo e il mare. Impari, come il mancato rispetto dell’essere evoluto da contrapporre alla bizzarra educazione di questo elemento naturale che, alla fine, ci restituisce tutto.
di Piero Buscemi - mercoledì 20 aprile 2016 - 3829 letture

Affermare che l’Italia sia da sempre uno dei paesi che lega la propria storia e il proprio destino al mare, può sembrare una frase di circostanza. Il mare, però, in Italia rappresenta qualcosa in più di una citazione banale: il mare "è" il destino del nostro paese.

La letteratura su questo argomento comprende ormai un numero imprecisato e infinito di dibattiti, convegni, articoli di giornale, approfondimenti e teorie su questo ammasso d’acqua salata che, specialmente in presenza di ricorrenti tragedie, in modo riduttivo chiamiamo Mediterraneo.

Perché, per quanto ci si sforzi di dimenticare lo strettissimo legame tra il mare e la nostra penisola, spesso si ignora, o si sottovaluta, che se si prova ad ignorarlo, a volte anche riuscendoci, è il caso contrario che non potremo mai evitare.

La nostra vita è così invasa da questo elemento naturale che diventa difficile rinnegare l’ipotesi che ci viviamo in simbiosi. I nostri musei sono stipati di oggetti che richiamano al mare, un appello che si è, nei secoli, sempre più amplificato tanto da giustificare ogni gesto quotidiano con il condizionamento e le scelte prese dai nostri antenati che, intorno al Mediterraneo, hanno poggiato le basi della civiltà evoluta nella quale oggi viviamo.

Nei nostri giorni, a conferma di quanto fin qui analizzato, il mare è tornato spesso a lanciarci i suoi segnali, quasi omerici, ogni qual volta abbiamo dovuto fare i conti con i viaggi dei disperati del Mediterraneo, o se preferite degli immigrati, che hanno sfiorato la nostra vita occupando un pezzo delle nostre spiagge, destinandole ad un ruolo più macabro, rispetto alla consueta immagine turistica da sponsorizzare all’estero.

Ci sono tante altre occasioni che registrano l’incontro delle nostre strade con questo ammasso di schiuma, sale e acqua, che alterna il suo colore suadente d’azzurro a mescolarsi con il cielo, a l’impetuosità verde, grigia, blu delle mareggiate invernali che, specialmente noi siciliani, amiamo fotografare.

Sono occasioni anche di riflessione, di coscienze che inseguono disagi rassicuranti, di ricorrenze dove il ricordo è solo un modo quasi macabro per creare un nuovo "ricordo". Troppo spesso non si ha il tempo per commemorare una tragedia del mare, con centinaia di persone seguaci di altri credi che finiscono per unirsi in un unico rito funebre, e già una più recente cronaca fissa la nostra attenzione su quelle onde che non riescono più a cullarci, neanche pensando alla stagione estiva imminente.

In questi momenti, proviamo a credere di essere umani, solo con lo sgomento provato davanti ad un servizio televisivo che ci racconta la storia di un fermo immagine monopolizzato da un bimbo siriano addormentato per sempre sull’arenile. Ma il mare è una tetracromia emotiva più vera della nostra ipocrisia.

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Mareggiata invernale in Sicilia

Il mare e la sua spiaggia sono i sacchetti di plastica lasciati a prendere il sole in ogni stagione. Sono i copertoni nei suoi fondali, ad improvvisare tane riproduttive per pesci che non si sanno più riconoscere. Sono le pile scariche che cedono alle correnti corrosive sottomarine, spurgando liquidi inquinanti del nostro progresso. Sono i liquami riversati nei fiumi a colorare le acque marine di un nero, degno di famose canzoni da strimpellare nelle notti di ferragosto.

A tutto questo, ogni tanto, si uniscono i rifiuti delle petroliere, nettate senza criterio dai residui di idrocarburi, che si incollano ai nostri piedi in estate. O, sempre più spesso, le cause devastanti degli incidenti delle raffinerie, come quella di questi giorni a Genova.

Chi sarebbe dovuto andare a votare in occasione di questo recente referendum sulle trivelle marine, in opera nel nostro mare? Chi? Quelli che, magari, ci fanno ritrovare in inverno, dopo le violente mareggiate di scirocco, residui organici che vanno dal preservativo agli assorbenti, in un democratico livellamento sociale tra uomo e donna?

Chi? I protagonisti degli accampamenti abusivi che in estate vengono allestiti con arroganza lungo gli arenili delle coste siciliane? Gli stessi che lasciano le "impronte" del loro passaggio che, forse, un giorno riempiranno le sale dei futuri musei? O, magari, i barbari del XX e XXI secolo, che si sono impadroniti di ettari di demanio rivendicando proprietà private, legittimate con cancelli improvvisati o catene comprate all’ipermercato? O forse, ancora, i pescatori che ancorano le reti di posta a 50 metri dalla battigia?

Non è facile dare risposte. Già un’impresa solo provarci. Passeggiare sulle nostre spiagge, specialmente in inverno, può aiutare a formulare qualche supposizione. Rimane anche un ingiusto dubbio da sfatare: i sedici milioni di italiani che si sono recati alle urne domenica, rappresentano davvero la parte "ecologista" del nostro paese?


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