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I Borboni fra realtà storica e facili ricostruzioni storiche

Nostra intervista al Prof. Sebastiano Angelo Granata dell’Università di Catania su un tema particolarmente scottante nell’ultimo periodo
di Emanuele G. - lunedì 4 marzo 2019 - 1330 letture

Da qualche tempo assistiamo all’affermarsi di teorie secondo le quali il Meridione ai tempi dei Borboni se la passava decisamente meglio rispetto ad oggi. In breve, sempre secondo tali teorie, il processo di unità del nostro paese avrebbe inferto un colpo mortale al sud d’Italia. Trattasi di leggenda metropolitana o ha consistenti basi storiche?

Vorrei ricordare alcune cose al riguardo.

Se dobbiamo fare una ricostruzione storica come si deve non si possono accettare ricostruzioni parziali degli eventi storici. Soprattutto se tali ricostruzioni sono utilizzate a fini politici per fomentare divisioni e rancori.

La storia e la storiografia (la scienza che studia gli eventi storici) sono da affrontare con modalità scientifiche e non in base a leggende metropolitane di varia ispecie.

Inoltre, non si può discutere di storia omettendo parti di essa. Comportarsi in tale maniera è operazione intellettualmente disonesta.

Per dirimere la questione abbiamo, pertanto, intervistato il Prof. Sebastiano Angelo Granata, uno dei più autorevoli studiosi della materia.

Uno degli ambiti storici che lei analizza è il Meridione dei Borboni, come mai?

"Credo che le vicende del Regno delle due Sicilie siano un punto d’osservazione fondamentale per comprendere le vicende storico-politiche della Sicilia, ma anche quelle dell’intera penisola e del panorama mediterraneo. Solo così è possibile ricostruire la genesi e gli sviluppi di problemi ancora oggi attuali e stringenti, come il gap Nord/Sud, i processi di integrazione e di modernizzazione, la collocazione del Mezzogiorno e dell’Italia nello scenario europeo."

Chi erano i Borboni?

"Una dinastia che arriva sul trono napoletano nel 1734 ed è a capo di una compagine istituzionale molto estesa (che dal 1816 diventerà il Regno delle Due Sicilie) che fino al 1860 parteciperà alla lotta per la leadership dell’unificazione, ritrovandosi però sconfitta."

Come era il Meridione ai tempi dei Borboni?

"Un contesto politico sicuramente gravato da numerosi gap (fra cui l’assenza di Parlamento e Costituzione; la mancanza di infrastrutture, in particolar modo le ferrovie; l’altissimo tasso di analfabetismo; il rapporto conflittuale fra Napoli e la Sicilia e fra la capitale e le altre province continentali) ma caratterizzato anche da importanti punti di forza, come la riforma amministrativa del 1816-17, le esportazioni pregiate (agrumi, vino e zolfo), alcune industrie fiorenti, l’Università e il mondo dell’intellettualità."

Quale era il loro ruolo in riferimento al Mediterraneo e ai giochi geopolitici europei?

"Fino almeno al 1848 - che sancisce un pesante isolamento internazionale della dinastia - i Borboni giocano una loro importante partita nel panorama geopolitico europeo. Lo fanno durante la Restaurazione (quando riescono a riappropriarsi di Napoli e della Sicilia attraverso un’importantissima e abilissima manovra diplomatica giocata al cospetto delle potenze riunite a Vienna), ma lo fanno anche prima e dopo il 1815, costruendo una fitta rete di relazioni internazionali di natura commerciale, di natura diplomatica, ma anche di natura culturale e intellettuale. Il Mezzogiorno non è affatto una realtà chiusa, ma piuttosto un contesto aperto alle influenze europee e in grado di esportare nell’intero Continente studi, tendenze, mode, prodotti d’avanguardia, ma anche uomini di alto profilo (forgiatisi proprio nell’alveo delle strutture e del contesto duosiciliano). La Sicilia è poi l’emblema di questa apertura: la sua stessa identità si forgia e si rafforza dai suoi millenari rapporti internazionali, e a questo proposito mi piace rimandare a un volume appena uscito per i tipi di Laterza e da me co-curato, Storia mondiale della Sicilia, che ripercorre le vicende dell’isola dalla preistoria ai giorni nostri proprio attraverso il racconto dei suoi contatti con il panorama globale."

Qual era il rapporto fra i Borboni e le popolazioni del Meridione?

"Anche in questo caso un rapporto ambivalente. Oltre ai gravosi problemi con la Sicilia, la dinastia borbonica instaura anche il resto della popolazione meridionale un rapporto complesso, caratterizzato da luci e ombre. Fra le prime vanno considerati diversi elementi: la longue durée della monarchia, istituzione in grado di unificare il territorio e di agire come fattore di coesione; il consenso nei confronti del riformismo antifeudale varato dalla dinastia (sin dal 1734) e della straordinaria «stagione» dell’illuminismo napoletano (in particolare, nel campo del diritto e dell’economia; il primato politico e culturale della capitale napoletana nella costruzione dell’identità collettiva del Meridione. A cavallo tra XVIII e XIX secolo, tuttavia, a questi elementi di forza si aggiungono punti di debolezza e di instabilità che minano il rapporto tra il trono e il popolo: in primo luogo, il fallimento della Repubblica partenopea nel 1799 assesta il primo colpo al mito della Nazione napoletana, opponendo la «nazione colta» - vicina ai giacobini - ad una nazione del “popolo”, che difendeva costumi e tradizioni più arcaiche, in grado però di provocare le insorgenze antifrancesi e la sconfitta della Repubblica. Una seconda linea di frattura si sviluppa poi nel rapporto tra le province continentale e la stessa capitale: con la fine dell’ancien regime e l’emergere di borghesie provinciali interessate alla governance dei loro territori, queste città iniziano a guardare con malcelato livore alle prerogative politiche ed economiche che la capitale concentra su di sè, sviluppando importanti motivi di risentimento e di opposizione nei confronti della corte. La terza frattura è caratterizzata dal conflitto con la Sicilia."

Possiamo definire il rapporto Borboni/Sicilia piuttosto complesso? E perché?

"Era sicuramente un rapporto complesso e ambivalente, soprattutto in ragione della storia istituzionale dell’isola, che rivendicava la sua autonomia sulla base dell’antichità del suo Parlamento, risalente addirittura all’XI secolo. Questo mito aveva tratto nuova linfa durante il Decennio inglese - portando all’emanazione della Carta costituzione di impronta inglese, varata nel 1812. Dopo la Restaurazione borbonica, la perdita dell’indipendenza (con la fusione istituzionale fra Napoli e l’isola) la revoca della Costituzione e la chiusura del Parlamento i rapporti fra i domini al di qua e al di là del Faro si inaspriscono, fino a vedere la Sicilia assumere il ruolo di scintilla rivoluzionaria nel 1820, nel 1837, nel 1848 e infine nel 1860."

Come mai i rapporti fra i Borboni e gli inglesi furono alquanto difficili tanto da causare rotture nelle relazioni fra le due nazioni?

"Possiamo individuare diverse "cesure" che sanciscono il progressivo deterioramento dei rapporti fra i Borboni e la Gran Bretagna: in primo luogo la ritrovata centralità del Mediterraneo a partire dalla fine del XVIII secolo, e di conseguenza la volontà inglese di trasformare il Mezzogiorno in una pedina strategica del suo espansionismo, in una piattaforma mercantile e militare funzionale ai suoi interessi nel Mare Nostrum, come provano non soltanto gli eventi del Decennio (quando la protezione delle armi britanniche cela un desiderio di "controllo" sulla Sicilia), ma anche la controversia per il possesso del’isola Ferdinandea nel 1831; la "guerra" dello zolfo del 1838 e il duro attacco di Gladstone del 1851, che definisce il Regno borbonico "la negazione di Dio eretta a sistema di governo". Questo spiega anche il mancato sostegno di Londra alla causa della monarchia duosiciliana nei concitati eventi del 1860-61."

Da un po’ di tempo assistiamo a un revival del borbonismo, ci può spiegare le ragioni di tutto questo? Mi pare che si veleggi fra estremismi: per i Borboni e contro i Borboni…

"Il revival del borbonismo, a mio parere, dipende da due circostanze: in primo luogo, l’attuale crisi di legittimità delle istituzioni porta erroneamente a giudicare il processo di unificazione come una "tara originaria" e come la causa del divario Nord Sud. A questo si deve aggiungere che - proprio a causa della scarsa attenzione che per molto tempo la stessa storiografia ha riservato al complesso nodo dell’unificazione e delle sue vicende meridionali in particolare - il racconto della storia delle Due Sicilie è stato appannaggio quasi esclusivo di "nostalgici" della monarchia borbonica, che hanno costruito una narrazione da cui sono stati espunti gli elementi di debolezza del trono, mentre sono stati sovradimensionati alcuni suoi punti di forza, reali o presunti. Ad esempio è questo il caso della famosa ferrovia Napoli- Portici, celebrata dai neo-borbonici come assoluto primato italiano (inaugurata in effetti nel 1839), ma mai considerata per le sua reale estensione (appena 7 km) e per il fatto che essa non riuscisse a stimolare i traffici commerciali internazionali (come dimostra il fatto che nel 1860 le strade ferrate erano di 2.200 km a Nord e solo 108 km a Sud, tutte concentrate esclusivamente a Napoli e nei dintorni). Insomma, al di là dei record e dei primati non è possibile affermare che il Mezzogiorno preunitario fosse un’isola felice, così come non reggono le sterili retoriche del "tradimento" europeo e della conquista piemontese. Tutto questo non significa, ovviamente, che non ci fossero elementi di forza, e che non ci fosse un reale attaccamento di una parte della popolazione al trono: come si potrebbe spiegare, altrimenti, la guerra civile che pervade il Mezzogiorno tra il 1861 ed 1865, di cui il Grande Brigantaggio è una componente rilevante (ma non esclusiva)? E come spiegare la persistenza di una rete diplomatica legittimista che negli stessi anni difende la causa della monarchia borbonica in Europa, potendo contare su comitati di esuli nelle principali capitali del Continente, nonché sull’apporto di associazioni clandestine disseminate nella parte continentale e persino in quella insulare dell’ex Regno? Solo un ragionamento più approfondito ed imparziale - come quello che una parte della storiografia sta finalmente portando avanti negli ultimi 10 anni - può riportare il discorso ad una dimensione scientifica, spazzando via le retoriche e le "lotte" di fazione che tanto male fanno alla nostra storia e alla nostra identità di italiani. Riguardo all’ultima domanda, vorrei aggiungere che il Mezzogiorno non diventa affatto irrilevante a partire dall’unificazione: possiamo dire al contrario che lo Stato italiano almeno dal 1866 porta avanti delle importantissime politiche di nazionalizzazione delle masse e di sostegno alle regioni meridionali, e questo si può verificare già in occasione della Grande Guerra, quando la popolazione del Sud risponde in massa alla chiamata alle armi dell’Italia."

Giuseppe Garibaldi un leader illuminato oppure un dittatore spietato?

"Nè l’uno nè l’altro. Garibaldi è un grande condottiero, un leader di impareggiabile carisma, ma non padroneggia il peso politico della sua spedizione, come dimostra il caos e l’anarchia sociale che attanagliano il Mezzogiorno, e a cui le Camicie Rosse non riescono a porre un rimedio. Detto questo, è assolutamente errato considerarlo un dittatore spietato: la sua dittatura è piuttosto un esperimento di grande interesse, e se vogliamo anche una necessità per un contesto che sta sperimentando la difficile transizione da una compagine ad un’altra. Gli errori e i fallimenti (che pure ci sono stati) non possono offuscare questo tipo di considerazioni."

Come giudicare, sul lungo periodo, il processo di unità nazionale in riferimento al nostro Meridione?

"Come un grande successo: da una guerra civile e da una situazione di caos istituzionale l’Italia riesce a diventare, nell’arco di alcuni decenni, una potenza di rilievo internazionale, con una classe dirigente di altissimo profilo, in molta parte composta proprio da meridionali."

In che modi Borboni hanno forgiato l’identità del Meridione?

"Plasmando - soprattutto fino alla grande cesura del 1848 - un diffuso patriottismo meridionale e l’idea di una "Nazione" napoletana che per molto tempo resisterà (o comunque si affiancherà) all’identità italiana di una parte della popolazione del Mezzogiorno."

Cosa resta nel Meridione di oggi del Meridione borbonico?

"La tradizione di importanti modelli di governance, di un sistema amministrativo efficiente, di profili di classi dirigenti ed avanguardie culturali illuminate, in grado di stimolare proficue riflessioni su problemi e sfide del nostro presente."

Alla luce dei suoi studi c’è una possibilità di luce in riferimento al futuro del Meridione?

"Naturalmente sì. Lo studio dei punti di forza e di debolezza del nostro passato serve a orientarci nel presente e a muoverci con più consapevolezza verso il futuro. Se l’identità meridionale rappresenta quindi un patrimonio da conoscere e tutelare, solo nell’alveo dell’integrazione al resto della penisola e all’intera Europa è tuttavia possibile scorgere una soluzione alla crisi del nostro presente, e una prospettiva di crescita e di ulteriore modernizzazione del Mezzogiorno."

- Chi è il Prof. Sebastiano Angelo Granata:

Sebastiano Angelo Granata, nato a Catania, è laureato in Scienze Politiche (indirizzo Politico-Storico) e dal 2011 è ricercatore in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Nel 2007 ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Catania. Nel 2009 ha ottenuto un assegno di ricerca in Storia Contemporanea (settore scientifico-disciplinare M-STO/04) presso il DAPPSI, con un programma di ricerca dal titolo «Centralizzazione ed autonomia nell’Italia contemporanea: l’esperienza storica della regione Siciliana», rinnovato per gli anni 2010 e 2011. Nello stesso 2011 ha insegnato Metodologia e Archivistica presso il corso di laurea in Storia e Scienze dell’Amministrazione del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania. Presso il medesimo Dipartimento è attualmente docente di Storia Contemporanea e Storia dello Stato Italiano. Tra i suoi principali interessi di ricerca, la storia politica ed istituzionale del Regno delle Due Sicilie dalla Restaurazione al crollo, la transizione del Mezzogiorno dallo Stato borbonico a quello italiano, i processi di State e Nation building tra centro e periferia, la storia dell’Università di Catania nel XIX e XX secolo, l’associazionismo meridionale durante l’Ottocento. Si occupa anche di geopolitica mediterranea tra 1806 e 1815, con particolare riferimento alle vicende del Mezzogiorno, al tema della selezione delle élites e dei loro rapporti con la monarchia e alla circolazione di idee e modelli politici. È membro della redazione di Polo Sud. Semestrale di Studi Storici.

[fonte: sito della Società italiana per lo studio della storia contemporanea]

- Recensione di "Monarchie Mediterranee Ferdinando IV di Borbone tra Sicilia ed Europa (1806 - 1815)":

"Monarchie Mediterranee Ferdinando IV di Borbone tra Sicilia ed Europa (1806 - 1815)"

- Photo credits:

La foto di copertina è tratta dal sito https://www.chiesabattista-catania.it


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