«Metternich diceva che i Balcani iniziavano subito a sud di Vienna.
A Lubiana se li chiami balcanici si offendono. Vai a Zagabria e chiedi dei Balcani ti indicano la Pannonia e Belgrado. Da Belgrado l’indicazione è ancora verso sud, verso il Kosovo e l’Albania. Di balcanico nei Balcani sembra esserci solo il tentativo di non esserlo…»
Ennio Remondino è stato a lungo corrispondente della Rai dai Balcani. Anzi come puntualizza nell’intervista "Corrispondente dall’ex Impero Ottomano" . A noi del blog del Centro Studi Est Europa è parsa la persona più adatta per farci comprendere ed interpretare quanto sta accadendo al di là del Mar Adriatico. Un’area ingiustamente poco considerata da noi europei occidentali, ma che se fosse integrata con il resto dell’Europa apporterebbe notevoli benefici alla tanto sbandierata Unione Europea.
Lei è stato corrispondente Rai dai Balcani. Cosa conserva di questa esperienza?
In realtà, per le consuete vicissitudini Rai non sempre solo professionali, sono diventato Corrispondente dall’ex “Impero Ottomano”. Infatti il mio finale di carriera si è compiuto ad Istanbul, l’antica capitale del Sultano, sempre ad occuparmi di Balcani e dintorni. Ho iniziato nei primi anni ’90 con 4 anni nella Sarajevo assediata, allora ancora inviato del Tg1. Poi la Belgrado di Milosevic e delle bombe Nato. L’integrazione di un anno con Gerusalemme e il Cairo a fare cumulo impossibile di guai. Un errore “geografico” tra Balcani a Baltico mi ha portato per due anni a Berlino (sempre per Balcani e dintorni). Qualche fuga tra Iraq e Afganistan, e il fine carriera nella splendida Istanbul che mi ha regalato un po’ di Libano (2006) e un po’ di Georgia. Ho scoperto alla fine della mia carriera di essere stato da sempre il corrispondente dell’Impero Ottomano. Cosa conservo dell’esperienza? E’ stata metà della mia vita professionale, e mi considero fortunato.
Per lei i Balcani sono un’entità geografica coesa oppure esistono vari Balcani?
Provi Lei a dare del “balcanico” ad uno sloveno, o a un Croato e avrà una risposta chiara. Anche se veemente. Per non citare ancora una volta Churchill (troppa storia in troppo poco territorio), suggerisco la lettura di quello che ritengo il più grande letterato jugoslavo vivente, Predrag Matvejevic. Lo proporrò alla fine della conversazione.
I Balcani sono ancora strategici per l’Europa?
Se non ci fossimo ridotti ad essere un’Europa di mercanti un po’ predoni, i Balcani sarebbero -sono stati- parte fondante della cultura centro europea che è arrivata da sud e non solo da noi latini. Ora, da mercanti stupidi e incolti, li abbandoniamo a loro stessi rimangiandoci mille promesse e impegni scritti, sino alla prossima guerra. Che ci sarà.
C’è un’effettiva cooperazione fra i paesi balcanici?
Tra i balcani slavi la cooperazione sta riprendendo. Aiuta la lingua, un bel po’ di jugo-nostalgia, e la convenienza elementare. Tra i balcani slavi e quelli albanesi la storia antica non è ancora sanata e il Kosovo l’ha aggravata. Nel sud dei balcani la partita con Bulgari o greci non è ancora cominciata veramente e sarà una gran brutta vicenda.
Uno degli aspetti più importanti dell’area è la gestione del Danubio. In che modo tale aspetto contribuirà a rendere più stabili gli assetti della regione?
Il Danubio bloccato dai ponti di Novi Sad abbattuti dalla bombe Nato è stato un ammonimento di tecnica bellica spregiudicata e terroristica. Il Danubio avvelenato dal cianuro della miniere d’oro rumene un ammonimento alla disattenzione e alla trascuratezza criminale. Il Danubio navigabile di oggi, tolte di mezzo le mire imperiali dei secoli scorsi, è la vera autostrada dei Balcani. Che si giustifica e valorizza però soltanto in una politica di sviluppo da nord a sud, recuperando all’Europa dell’Unione anche l’attuale buco nero rappresentato dalla Serbia.
Come giudica lo scontro in atto fra Basescu e Ponta?
La scelta fatta allora da parte dell’Unione di “compensare” gli Stati ex comunisti con forti sconti sulle regole di ammissione in Europa, purtroppo ora viene al pettine. Ovunque. Forse fu allora una scelta giusta, ma certamente quel difficile percorso versa la democrazia sostanziale non è stato adeguatamente aiutato. La Romania, è tutt’ora esclusa da Schengen e sottoposta al monitoraggio assieme alla Bulgaria per le questioni riguardanti l’indipendenza giudiziaria e la corruzione. Ponta e Băsescu sono soltanto l’ultimo episodio in ordine di tempo di questi problemi irrisolti.
Orban in Ungheria ritornerà sui suoi passi?
Vale la risposta precedente. Stessa malattia di partenza. Per la cura non vedo clinici Ue all’altezza. Non credo nella redenzione dei peccatori in politica.
In Serbia hanno scoperto il “metodo Marchionne”. Forse si inizia a capire che la delocalizzazione è una nuova forma di colonialismo?
La Serbia ha cresciuto, anche nel comunismo ammorbidito di Tito, una classe politica certamente più evoluta dei Paesi di cui abbiamo parlato prima. Me dieci anni di cristalizzazione politica e di embargo economico dell’era Milosevic fanno risultare vantaggiosa anche una operazione “coloniale” alla Marchionne. La partizione industriale socialista della vecchia Jugoslavia ha concentrato in Serbia quella industria pesante e meccanica allora strategica e oggi più difficile da aggiornare e rendere competitiva sui mercati.
La Bosnia rimane un vaso di argilla. Come rafforzare una democrazia alquanto flebile ancora prigioniera di veti etnici incrociati?
Mission impossible, verrebbe da rispondere seccamente. Non credo che l’imposizione di Dayton possa essere sostenibile ancora a lungo. Marchingegno folle e regola internazionale imposta sui 100 mila cadaveri di quella terribile guerra. I confini delle vecchie repubbliche jugoslave non si toccano, dicemmo allora. Poi gli americani hanno imposto l’eccezione etnica del Kosovo. E la Bosnia & Erzegovina è stata condannata alla rovina. Speriamo che la sua trasformazione possa avvenire pacificamente, ma non colgo segnali politici rassicuranti. E la memoria dei torti e delle ragioni, in quella terra, rendono la battaglia di Kosovo Polje una storia di ieri.
Tutti sanno che il Kosovo e il Montenegro sono paesi “particolari”. Possiamo fidarci di avere relazioni normali con loro?
La domanda già sottintende la risposta. Paesi le cui economie “normali” non potrebbero sostenere la loto stessa sopravvivenza. Da Tito (per stare alla modernità), sino ad oggi. Serve una economia alternativa. Criminale? Questione di punti di vista, quando in ballo è la sopravvivenza di una classe politica di labili tradizioni democratiche, e della stessa popolazione. Giornalisticamente mi capita sovente di parlare di quelle terre come di un’isola della Tortuga europea. Poco fraterno, ammetto, ma molto realistico.
L’Europa è sentita nei Balcani? Noi occidentali cosa possiamo fare per aiutare quell’area?
Quali Balcani? Nord, centro, sud, slavi, albanesi e poi popoli e Paesi più ad est? L’Europa dello spread attuale non offre molte attrattive. Temo che se affrontassimo dei referendum popolari di adesione all’Ue, potremmo incassare molte sorprese. Nella stessa Croazia ormai è sulle porte di Bruxelles. Che può fare l’Europa per i Balcani? Riformare se stessa con valori politici e ideali condivisi e molto meno mercato finanziario imposto da terzi.
Non mi pare che ci sia molta attenzione da parte degli europei nei confronti dell’Europa Balcanica. E’ un giudizio avventato oppure c’è qualcosa di vero?
Mi limito ad un esempio che mi è vicino. Qualsiasi direttore di giornale italiano, ad una proposta di reportage che comprenda la parola Balcani, reagisce come di fronte ad un insulto. Giornalismo provinciale, quello italiano, ma questa è la realtà. E il giornalismo è purtroppo molto spesso specchio della politica che con lui interferisce.
Forse l’Italia dovrebbe essere ancora più protagonista nell’area ed evitare di cadere in luoghi comuni allorquando si parla di Balcani (rom, guerra fredda…)?
Gli italiani innamorati dei Balcani, noi, stiamo somigliando sempre di più all’Anpi, l’associazione Partigiani. Esperienza diretta in via di estinzione generazionale e cultura pre globale che risulta superata. Soltanto le prevenzioni resistono, come sempre accade. Gli zingari ladri, i serbi cattivi, gli albanesi invadenti, eccetera eccetera. Noi “balcanici” resistenti insistiamo, ma siamo sempre più una voce flebile affidata a qualche Ong che, soffocata dai tagli agli aiuti internazionali, si avvia all’estinzione.
Il suo auspicio per i Balcani?
Che quei popoli tra loro tanto diversi e assieme tanto vicini, ma da sempre in conflitto tra loro possano imparare a capitalizzare le loro diversità per imparare a “vendere” al mondo la loro somma e non le singole sottrazioni. I “miei” Balcani che, come mi è capitato una volta di dire in una relazione ai parlamentari dei Paesi Nato riuniti a Roma, non somigliano ai loro, quelli della politica e della diplomazia. Forse perché io ho avuto l’occasione di trascorrere 20 anni della mia vita in mezzo alla gente dei Balcani. La politica e la diplomazia frequentano un loro mondo artificiale basato su regole estranee ai più.
Chiudo con una memoria personale.
Il mio amico Pregrag Matvejević, letterato e scrittore croato di madre, russo di padre e juogoslavo per convinione, auto esiliato prima a Parigi e poi a Roma. Una sera in piazza Jelacic, nel cuore di Zagabria, a pochi passi da dove abita quando c’è, ci siano infilati imprudententente nel labirinto Balcani. Qualche grappa slava di troppo, temo. Ed ecco la riflessione impietosa e sempre lucida di Predrag, letterato Jogoslavo sino al midollo.
«Metternich diceva che i Balcani iniziavano subito a sud di Vienna.
A Lubiana se li chiami balcanici si offendono.
Vai a Zagabria e chiedi dei Balcani ti indicano la Pannonia e Belgrado.
Da Belgrado l’indicazione è ancora verso sud, verso il Kosovo e l’Albania.
Di balcanico nei Balcani sembra esserci solo il tentativo di non esserlo…»
Infatti a Pristina, se percorri il boulevard Bill Clinton, c’è un bar Hillary e una mini-statua della libertà sul tetto dell’hotel Victoria. Vicina -maliziosamente- la discoteca “Monica”. Ad Ulcinj, Montenegro albanese, ci sono i bar Phantom e Aviano. C’era un bar Berlusconi, a Tirana, ma è stato abbattuto perchè era una costruzione abusiva. Ora, se mi capita di tornare a Sarajevo ho voglia di piangere. Da ultimo balcanico sopravvissuto sulle macerie anche culturali lasciate dai molti Mladic non tutti slavi.