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I 50 anni di 2001 Odissea nello Spazio

Il 2 aprile 1968 usciva il film di Stanley Kubrick, che ha rivoluzionato per sempre il genere fantascienza del grande schermo.
di Piero Buscemi - martedì 3 aprile 2018 - 2087 letture

Era abitudine, in coincidenza con la notte di San Silvestro fare giorno con le immagini e le musiche del capolavoro di Kubrick. Lo si aspettava dopo i festeggiamenti casalinghi, prima di raccordarsi con gli amici per scegliere il posto dove andare a fare mattino. Il film, visto decine di volte, incollava lo spettatore alla sedia, tra una tavola spoglia e gli ultimi petardi a disturbare il valzer di Strauss che disegnava le sequenze di un futuro, già allora non troppo lontano.

Quel monolite nero, monopolio di un messaggio da reinterpretare ad ogni nuova visione. Un’idea personale di una metafora che ognuno di noi accostava alla propria esperienza di vita, tra sogni interrotti da una realtà quotidiana divenuta piatta e ripetitiva, soffocata da un rassegnato adeguamento a delle risposte già scritte, spesso da altri.

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La scena iniziale, che noi di Girodivite abbiamo citato in diverse occasioni, quando l’ominide scopre la guerra da una semplice rivendicazione del possesso di una pozza d’acqua, da non dividere con i propri simili. Quell’osso sollevato al rallentatore che cade pesantemente a spaccarne un altro, intuito di morte provocata che sarà la vera rivelazione dell’evoluzione della specie, trascinata nei secoli, scritta nei libri di storia, raccontata in mille versioni contraddittorie, complici di una verità da ingannare per sempre.

Kubrick ha saputo raccogliere la spinta rivoluzionaria culturale di quel ’68, che qualcuno rimpiange, che qualcuno ha sotterrato sotto la sabbia lunare del film, che qualcuno arriverebbe anche a rinnegare. Speranze associate alle peggiori manifestazioni di violenza che quegli anni hanno statisticato nella vita di milioni di persone. La celata denuncia del regista verso quel mondo di accelerato progresso tecnologico che ci renderà tutti schiavi in un vicinissimo futuro, negli anni a seguire dall’uscita del film. Anche la videochiamata del comandante Floyd che rivolge ai figli, ci induce a pensare a quanto lontano abbia visto Kubrick.

Lo stesso Hal 9000, epico calcolatore elettronico che si ribellerà al controllo dell’uomo, impersonato dal comandante Bowman, e la geniale filastrocca del Giro giro tondo, cantata dal computer durante la fase di disconnessione per renderlo innocuo, un canto lento, trascinato, quasi umano, come un lento sonno narcotizzato in un’anestesia che precede un intervento chirurgico.

La capacità di Kubrick è stata quella di umanizzare le ambizioni del popolo moderno, la curiosità verso il mondo sconosciuto, la magia di una vita che si rinnova, innalzandosi a qualcosa di indefinibile e misteriosa che provi a giustificare la nostra affascinante avventura nel cosmo. Erano i tempi in cui le ambizioni espansionistiche e di dominio dei potenti della Terra, avevano guardato oltre i confini della nostra atmosfera, come se il controllo della nostra Galassia potesse in parte farci illudere di essere immortali.

Quel legame invisibile ma invadente, come il monolito nero che monopolizzerà le scene del film dall’inizio alla fine, tra l’uomo ed una quasi necessità di credere a qualcosa di soprannaturale. Un’utopia che diventa ragione di vita, che permette ancora all’umiltà dell’uomo di poter dettare i dogmi di una condotta che possa dare un senso, non solo al nostro essere viventi in questa Terra, ma ognuno a modo suo, a credere di poter oltrepassare i secoli in una personale eternità, che sia mistica, religiosa o solo fantascientifica.


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