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Holmes, il detective per antonomasia

Il delitto Trepoff / di Luca Sartori. - Milano : Mondadori Libri, 2023. - (Il giallo Mondadori. Sherlock ; 102).

di Gabriele Crescenzi - domenica 5 marzo 2023 - 1759 letture

Holmes è il detective per antonomasia. Nessun altro personaggio letterario ha goduto del suo stesso prestigio: le sue eccentriche manie, il suo peculiare abbigliamento, la sua altrettanto nota pipa, nonché le sue impressionanti doti intellettive hanno conquistato e appassionato milioni di lettori, una tendenza che tuttora non accenna a diminuire. Il fascino irresistibile di Holmes risiede, oltre che nella sua personalità sfuggente, elusiva ed estremamente complessa, nella sua catartica funzione di razionalizzazione dell’inspiegabile e di ristabilimento dell’ordine, sia logico sia giuridico. A un livello più profondo, il detective di Baker Street incarna insomma il rigore, l’intelligenza e la caparbia che sole riescono a porre l’uomo al riparo dall’inquietudine dei misteri, dalla confusione di ciò che non si comprende, dall’incertezza dell’esistenza. È un fascino che rassicura e al tempo stesso stupisce, un elogio implicito alle doti umane, uniche e capaci di decifrare e, conseguentemente, plasmare il mondo. Non sorprende dunque che, nonostante sia passato oltre un secolo e i contesti socioculturali siano profondamente mutati, Holmes continui ancora a essere al centro del panorama letterario e cinematografico, perché rappresenta simbolicamente la vittoria della logica e della ragione sulle tenebre dell’irrazionalità e del mistero. In un’epoca travagliata e incerta come quella presente, figure del genere risultano confortanti, punti di riferimento incrollabili in una mutevole e ingannevole realtà.

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Copertina de Il delitto Trepoff, di Luca Sartori

Per i lettori più voraci le sessanta storie canoniche di Doyle non sono tuttavia sufficienti a placare la famigerata "astinenza da Holmes", male inesorabile per chiunque si lasci trascinare nelle imprese deduttive del mastino di Baker Street. Questa esigenza ha portato inevitabilmente, da parte sia di ammiratori sia di illustri scrittori, alla creazione di un corpus cospicuo di apocrifi, con cui si è cercato di riportare in vita con nuove e affascinanti avventure il detective più amato della letteratura. Una figura così importante però non può in alcun modo essere snaturata o stravolta attraverso trame assurde o contraddizioni lampanti. L’apocrifo dunque non deve risultare unicamente un supplemento nei casi di Holmes, ma un’arte sopraffina che, oltre ad ampliare l’universo narrativo di Doyle, ha lo scopo di basarsi fedelmente sulle caratteristiche, sui dettagli psicologici, sui contesti socioculturali rappresentati nel Canone. Solo così si possono ideare intrecci originali senza che tuttavia sembrino distanti dal gusto e dalle sensazioni a cui Doyle ci ha abituati.

Nonostante il mondo degli apocrifi sia vastissimo e in continua crescita, segnale della fama imperitura di Holmes, in questo variegato panorama si riconoscono essenzialmente tre differenti approcci impiegati per arricchire l’universo holmesiano: innanzitutto ci sono scrittori che inventano storie completamente nuove, non collegate in alcun modo al Canone pur rispettandone tutti i parametri; di seguito si annoverano i cosiddetti what-if cases, apocrifi che partono da un caso canonico narrato da Doyle per proporre una soluzione alternativa; infine si hanno gli untold cases, che sfruttano le misteriose allusioni di Holmes nel Canone in merito a casi che ha risolto in passato per imbastire nuove avventure. Se la prima è la dinamica più semplice, in quanto lascia ampi margini di libertà e creatività, e la seconda, per quanto possa stupire con prospettive diverse, offre invece minore spazio di manovra, in quanto enormemente vincolata alla storia su cui si regge, la categoria degli untold cases è senz’altro la più affascinante per un apocrifista, in quanto consente di porsi a una certa equidistanza dal canone e dalla propria inclinazione creativa. Infatti, da un lato si resta fedeli alle indicazioni di Doyle, legittimando in un certo senso la creazione di una nuova storia, dall’altro vi è ampio spazio all’inventiva, in quanto questi casi sono spesso solo accennati con titoli evocativi ma piuttosto sibillini (dal caso del gigante ratto di Sumatra a quello della stampella di alluminio) e dunque possono essere soggetti a una molteplice declinazione. A quest’ultima categoria appartiene il nuovo romanzo di Luca Sartori, Il delitto Trepoff (febbraio 2023). Si tratta di un apocrifo colto, raffinato, che mescola sapientemente una spy-story dal taglio ottocentesco con il giallo classico tradizionale, prendendo spunto da, e sviluppando, un accenno presente nel racconto Uno scandalo in Boemia su un caso risolto in passato da Holmes a Odessa (“Di quando in quando, mi giungeva qualche vaga notizia delle sue attività: la sua convocazione a Odessa per il caso del delitto Trepoff”). È un’opera pregna di nostalgia, di storia, di intrighi e sospetti, che mostra uno spaccato realistico e amaro della decadente Russia zarista.

Marzo, 1917. Mentre l’Europa è ancora dilaniata dalla guerra, che diffonde ovunque un clima di tensione, di razionamento e di logoramento, il dr. Watson è in viaggio in treno alla volta del Sussex, dove il suo amico Sherlock Holmes si era ritirato anni prima dalla sua professione investigativa per dedicarsi all’apicultura. Giunto a destinazione nel grazioso cottage rurale, Watson ritrova il suo compagno di avventure in forma e i due iniziano a parlare dell’attualità, della situazione politica e anche dei bei vecchi tempi. Le classiche chiacchiere tra due amici che hanno condiviso tante esperienze insieme, intrise dalla dolce malinconia scaturita dalla consapevolezza che appartengono a un’epoca ormai passata, definitivamente conclusa. Lasciandosi trascinare dai ricordi, a Holmes torna in mente un vecchio caso da lui risolto in Russia, il delitto Trepoff, avvenuto nel periodo in cui Watson si era trasferito dopo essersi sposato con Mary Morstan. Ispirandosi alle vecchie abitudini del dottore, che soleva trasporre in maniera letteraria le sue gesta nel mondo del crimine, Holmes aveva deciso di scriverne un resoconto particolareggiato, che ora sottopone alla sua attenzione. Inizia così la narrazione dei fatti riguardanti lo sconcertante e misterioso delitto Trepoff, avvenuto nel gennaio del 1888. Holmes, ormai solo nel suo appartamento al 221B di Baker Street, riceve la visita di un addetto dell’ambasciata russa, in rappresentanza del barone De Staal che vuole usufruire della sua nota discrezione per un caso molto delicato. Accettato l’incarico e recatosi dal nobile committente, Holmes viene messo al corrente della faccenda di cui deve occuparsi: si tratta dell’assassinio del conte Trepoff, capo della sezione di Odessa dell’Ochrana, la polizia segreta dello zar. L’estrema segretezza della vicenda, unita alla sua straordinarietà e bizzarria, impone che il detective investighi in loco, coadiuvato dai più fidati agenti.

Il caso presenta infatti parecchie incognite, nonostante la trasparenza della dinamica: il conte Trepoff, informato da Juda, una delle spie segrete infiltrate in un’organizzazione sovversiva, che uno dei suoi membri, un giovane di nome Yegor Pribluda, sarebbe disposto a fornire informazioni in merito a un futuro attentato alla vita del governatore della città Zeleney, fissa un incontro con il rivoluzionario. La riunione si dovrebbe tenere in una località segreta, un appartamento sfitto al n° 12 in rue Tchaikovsky, comunicata agli agenti solo 24 ore prima e precedentemente ispezionata dall’affidabile tenente dei gendarmi Maksim Brodsky. Per scongiurare il pericolo che si tratti di una trappola tesa dai ribelli, Pribluda sarebbe incappucciato per il tempo del viaggio e durante tutto il colloquio. Tutto va secondo i piani, almeno all’inizio: Pribluda viene scortato segretamente sul luogo dell’appuntamento, che è sorvegliato rigorosamente all’esterno e all’interno da alcuni agenti scelti. Tuttavia, il ribelle chiede al conte di poter discutere con lui privatamente e i due si appartano in una stanza collegata da un corridoio al soggiorno dell’abitazione. All’improvviso, però, nella palazzina deserta riecheggia uno sparo, proveniente dalla camera dove si sono recati il conte Trepoff e Pribluda. Gli agenti, che si trovano in soggiorno, percorrono immediatamente il corridoio e tentano invano di entrare nella stanza, che è chiusa a chiave dall’interno. Dopo aver sfondato la porta, trovano dinanzi a sé uno spettacolo agghiacciante: Trepoff giace a terra, in un lago di sangue, mentre Pribluda, seduto sull’altro lato della scrivania ancora incappucciato, appare in uno stato di profonda confusione. Apparentemente il conte è stato ucciso con un colpo di pistola sparatogli alle spalle. L’arma, di proprietà dello stesso Trepoff, giace a terra vicino al giovane rivoluzionario. Da una prima analisi risulta evidente che il colpevole è Pribluda, dal momento che la porta e l’unica finestra sono sbarrate dall’interno. Eppure, il ragazzo è incappucciato con nodi complessi, difficili da sciogliere e riannodare, ed è assurdo pensare che sia riuscito a sottrarre la pistola a un uomo forte e addestrato come Trepoff. È davvero lui l’assassino? Nonostante Pribluda continui a professare la sua colpevolezza, sorgono dubbi sulla vicenda tali da richiedere l’aiuto discreto di Holmes. Dubbi che nascondono il timore di un oscuro e diabolico tradimento. Riuscirà il detective a svelare la verità dietro il complicato caso?

Il delitto Trepoff è un’opera piacevole, ben costruita, che racchiude al suo interno la profonda ammirazione dell’autore per l’opera doyliana che si avverte nell’osservanza rigorosa verso il Canone, arricchita da elementi innovativi e da una ricostruzione storico-politica accurata e mai pedante. Dal punto di vista strutturale, Il delitto Trepoff si configura come un "racconto nel racconto", scelta narrativa intelligente che consente all’autore di perseguire due effetti diversi: da un lato questa soluzione risolve il problema legato all’accenno del caso in questione in Uno scandalo in Boemia, laddove si allude al fatto che questo fosse avvenuto nel periodo in cui Watson se ne era andato da Baker Street per iniziare la sua nuova vita coniugale, adottando così per la narrazione vera e propria la voce di Holmes, stilema inusuale ma al contempo non ignoto al Canone (si vedano i racconti L’avventura del soldato sbiancato e L’avventura della criniera del leone) che assicura dunque innovazione stilistica nel pieno rispetto delle tecniche usate da Doyle; dall’altro questa configurazione a strati concentrici dona alla trama un tono sentito di nostalgia, di distanza che tinge tutto di memoria, di ricordi, di tempi andati. In tale aspetto, il romanzo ha un sapore decisamente proustiano, in quanto nei suoi capitoli si rincorrono molteplici analogie col passato scaturite da suoni, odori, dolori. Una ciclicità, questa, che si avverte anche nella situazione politica russa presente e passata, in cui l’instabilità zarista di fine Ottocento si ritrova nei tumulti del 1917, primi segnali della Rivoluzione russa. E in cui Holmes rappresenta l’unico elemento di ordine in un mondo che inesorabilmente si sfalda. Il romanzo si presenta come un interessante melange tra spy story e giallo classico, inserito nelle atmosfere e nei ritmi tipici delle trame doyliane. Sartori riesce a calibrare perfettamente i vari elementi, senza che nessuno sovrasti l’altro o crei fastidiosi contrasti con lo stile holmesiano. Infatti, l’opera ha il pregio del realismo, con un ritmo lento, pacato, verosimile. La struttura del giallo è semplice e lineare, ricordando molto quella di Uno studio in rosso.

Il delitto Trepoff lascia quella sensazione rassicurante e gradevole tipica dei romanzi doyliani in cui al problema insolubile segue, attraverso un percorso progressivo di analisi, ricerche e deduzioni, alla fine la soluzione, senza tante scorciatoie o ostacoli. È il cammino indefesso della logica, capace di superare ogni difficoltà in maniera lineare, precisa. Altra caratteristica notevole dell’opera è l’atmosfera. Durante tutto il caso si respira difatti un’aria decadente, degradata, scaturita soprattutto dalla rappresentazione della "città di canaglie e mendicanti" che è Odessa. Il ritratto che ne fa Sartori è quello di un crocevia di popoli, di un luogo fervido di vita, tra case fatiscenti e palazzine nobiliari. In questo ambiente così fervido ma al contempo problematico, si snoda un intreccio in cui a dominare è il sospetto, il tradimento, la delazione. Nonostante la colpevolezza quasi lampante di Pribluda, emergono dal caso prospettive terrificanti, che fanno presagire l’ombra di qualcosa di più diabolico di un nemico dichiarato: la mano di un falso amico. Non solo le facciate delle case di Odessa presentano crepe e fratture, ma anche l’animo umano e la società russa tutta. Una società in cui ci si vende con facilità a nuovi ideali, in cui la paura e timore sono all’ordine del giorno.

Per quanto riguarda l’enigma, Il delitto Trepoff si presenta come un apocrifo holmesiano inserito nell’epopea del giallo classico, aggiornato alle future tendenze post-doyliane: oltre allo stupore classico suscitato dalle straordinarie doti holmesiane, dal modo in cui deduce molte informazioni apparentemente dal nulla, sono presenti nella storia indizi onesti per il lettore, secondo le regole del fair play sviluppatesi in epoca posteriore rispetto ai romanzi holmesiani, e la classica riunione finale di christiana memoria in cui il detective, vero deus ex machina, porta ordine al caos e dirime qualsiasi questione con effetto catartico. Dunque, un connubio tra il tradizionale romanzo di stampo ottocentesco, a cui le avventure del detective di Baker Street vanno sicuramente ascritte, nonostante ne siano un’evoluzione "gialla", e il mystery britannico della Golden Age. Il caso si presenta lineare, ma molto ben articolato, con una soluzione plausibile e supportata da prove ben disseminate nei vari capitoli. La camera chiusa, che ricorda vagamente la situazione delittuosa creatasi ne L’occhio di Giuda di Carr, viene risolta ricorrendo ad una variazione semplice ed elegante di un vecchio stratagemma, perfettamente inserita nel contesto. Dal punto di vista del whodunit, Sartori attinge sicuramente di una tecnica della Regina del Giallo, mentre il movente è di puro stampo doyliano. Dunque, in ultima analisi, Il delitto Trepoff è un apocrifo holmesiano colto, ben documentato e con una trama gradevole e ingegnosa.


L’autore

Luca Sartori, studioso holmesiano e già autore di apocrifi quali Sherlock Holmes e l’ultimo preraffaellita, Sherlock Holmes e il labirinto della solitudine, Il cane e l’anatra, L’uomo che morì due volte, ha scritto il saggio Oltre il Sacro canone (2016) e il romanzo Hai tutta la morte davanti (2021). È uscito ora per Mondadori Il delitto Trepoff (2023). Ha tradotto inoltre la grande scrittrice americana Charlotte Perkins Gilman (La carta da parati gialla, Galaad 2019, e Delitto senza castigo, Le Lettere 2023).



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