Il 12 gennaio del 2010 un cataclisma devastante ha consegnato al mondo l’immagine di un’ennesima divisione.
Ci sono terremoti che non si assestano mai. Dilaniano l’esistenza di chi ha sempre trovato difficoltà a considerarla un diritto. Lasciano una scia di destino avverso che si accanisce. A volte, vengono dimenticati. Il 12 gennaio del 2010 un cataclisma devastante ha consegnato al mondo l’immagine di un’ennesima divisione.
Stavolta non era la storica scissione economica tra il sud e il nord di ogni mondo possibile. Stavolta abbiamo dovuto fare i conti con la bizzarra separazione tra est ed ovest, che avevamo sempre accostato alla rivalità di due modi diversi di concepire il potere politico, economico e più spesso bellico, tra le due grandi potenze del nostro pianeta o l’onta di un muro divisorio abbattuto soltanto nel 1989.
Ma quel 12 gennaio di un anno fa ha aggiunto una semplice conferma al destino comune di milioni di persone, legate a una speranza, ancora una volta, seppellita dalle macerie. Quel destino che segna le differenze tra Haiti che assuefatta al disagio, alla rassegnazione, all’antico spirito di adattamento, riscopre un ambiguo attaccamento alla vita, liberandosi a fatica dalla polvere e provando ad inventarsi una nuova sopravvivenza; e la Repubblica Domenicana che, da un turismo da sfruttamento, è stata soltanto sfiorata dalla tragedia.
Perché un anno fa, mentre le immagini dell’architettura caraibica piegata su se stessa invadevano con una tempestività eccezionale le case dei distratti del mondo, gli stessi che avevano dimenticato che Haiti rientra tra i luoghi più poveri d’America, mentre i cronisti gareggiavano ad indovinare la pronuncia giusta di Port au Prince, tre milioni e mezzo di haitiani facevano i conti con una natura avversa ed imprevedibile, che statisticava oltre trecentomila vittime e costringeva milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni, confidando nella solidarietà e nell’emotività.
Ma gli haitiani, oltre la sensibilità e gli aiuti umanitari, hanno subito l’ennesima occupazione “democratica” da parte delle forze armate statunitensi, che occupano tutt’oggi i palazzi governativi e gli aeroporti, con la motivazione di proteggere la popolazione da frequenti atti criminosi e di sciacallaggio. Forse i superstiti del terremoto necessiterebbero anche di altre priorità, che vanno da un apporto logistico legato al ripristino delle strutture crollate, il sostegno psicologico di chi è sopravvissuto e il sostegno economico di un paese da sempre relegato nelle ultime posizioni dello sviluppo umano.
Grazie ad organizzazioni umanitarie presenti sul posto, quali ActionAid e Medici Senza Frontiere, si sta cercando di rendere più vivibile una situazione ancora molto critica, ma le condizioni igieniche, la scarsità di acqua potabile e la mancata disponibilità di abitazioni per gli sfollati, aggravata dal colera, frenano l’ottimismo sulla soluzione del problema a breve termine.