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Hai ragione Kadiri, ce l’abbiamo fatta

L’ultimo che ho conosciuto è Kadiri, di 8 anni, un bambino sudanese che è arrivato al Centro accompagnato dal padre (Alessandra, cardioanestesista di EMERGENCY)
di Redazione - mercoledì 11 settembre 2019 - 722 letture

“Sono sarda ma… in fondo in fondo, mi sento anche sudanese. Un giorno sono in Italia, il giorno dopo in Africa, nella sala operatoria del Centro “Salam” a Khartoum.

Ecco perché dico sempre che il Sudan è come se fosse casa mia. Da quando ho iniziato il mio cammino con EMERGENCY, 11 anni fa, ne ho ricevute tante di quelle “famose telefonate”.

Sapete quali intendo, no? Ora ve lo spiego: capita che in un giorno come tanti altri mi squilli il telefono, io risponda e la voce che inizia a parlare mi dica “Ciao Ale, abbiamo bisogno di te. Ti piacerebbe ripartire per il Sudan?” E che io risponda nuovamente: “Certo, quando dovrei partire’?” A quel punto, dall’altro capo del cellulare sento dire: “Domani, Ale!”.

“Va bene, ci vediamo presto.” Ricordo di non aver mai dato mai una risposta diversa da questa. Anche quando mi proposero di partire per la Sierra Leone durante l’emergenza Ebola o di lavorare in Repubblica Centrafricana, poco dopo lo scoppio della guerra civile.

Nel Centro Salam di cardiochirurgia la mia vita è scandita dagli interventi in sala operatoria: alle 7.30 entro e prima delle 18.30 non esco. Dalla sala passo poi in terapia intensiva, dove i nostri giovani pazienti sono soli, gli accompagnatori e i familiari non possono entrare, per evitare il rischio di infezioni e perché il reparto deve rimanere sempre sterile. Li guardo mentre sono nei letti tra un intervento e l’altro e se c’è una cosa che ogni volta riesce a emozionarmi è che nessuno di loro si lamenta o piange. Mai. Li vedo giocare con semplici palloncini ricavati dai guanti di lattice; anche le punture dei prelievi non scatenano in loro nessuna reazione. Eppure alcuni di loro sono così piccoli.

L’ultimo che ho conosciuto è Kadiri, di 8 anni, un bambino sudanese che è arrivato al Centro accompagnato dal padre e che aveva bisogno di essere operato per la sostituzione di due valvole cardiache. Quando lo abbiamo visto per la prima volta, suo padre ci ha detto che Kadiri aveva già avuto un ictus che gli ha compromesso tutta la parte sinistra del suo corpo.

In Africa, e in Sudan, le malattie reumatiche sono diffusissime.

Dalla sua operazione sono passati solo pochi giorni: prendo in braccio Kadiri appena lo incontro in corsia, voglio fare una foto con lui, guardare la sua faccia anche quando sarò a Cagliari.

Un secondo prima di scattare, senza che io faccia niente, Kadiri allunga il braccio – l’unico che può muovere – alza il dito indice e il medio e fa il segno di vittoria. Non parla ancora, ma sembra voglia dirmi “Ale, ce l’abbiamo fatta.” Allora quelle due dite le alzo anche io, vicine alle sue. Hai ragione Kadiri, ce l’abbiamo fatta.

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