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Ha ragione Marchionne?


Le affermazioni di Marchionne confermano – per l’ennesima volta – che in Italia non esiste una reale politica economica.
mercoledì 10 novembre 2010, di Emanuele G. - 363 letture

Apriti cielo! Le dichiarazioni dell’Ad della Fiat Marchionne nel corso della trasmissione di Fazio “Che tempo che fa” hanno causato un sommovimento mai visto nello stagnante dibattito politico del nostro paese. Forse, perché c’è finalmente qualcuno che dice – apertamente – come stanno le cose? Mentre è a tutti chiaro che il ceto politico italiano sia capace solo di recitare, da anni, la parte dello struzzo.

Le dichiarazioni dell’Ad della Fiat meritano un’attenta valutazione. Al di là di un facile posizionamento ideologico. Esse investono problemi essenziali per il presente e per l’avvenire dell’Italia. Non vanno prese sottogamba. Ogni contributo va recepito senza preconcetti e ponderato in modo sereno. Dovrebbe essere di una democrazia consapevole discutere senza inutili acrimonie.

Vogliamo – in primo luogo – fornire un’interpretazione differente in merito alle dichiarazioni di Marchionne. Tutti si sono occupati del lato sociale delle medesime. Sacrosanto! Tuttavia, ci sono altri aspetti che reputiamo altrettanto degni di nota.

Intendiamo, poi, sollecitare una maggiore e fattiva consapevolezza. Non è più tempo di perdersi nei meandri di stantii bizantinismi. La politica del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto allo stesso tempo non ha più motivo di sussistere.

L’articolo è impostato su tre punti principali di riflessione: la figura di Marchionne, l’internazionalizzazione delle imprese italiane e la mancanza di una vera politica economica italiana. Riflessione che “usa” Marchionne come escamotage per parlare di altro ed allargare il discorso.

- Marchionne è un industriale atipico per il nostro paese.

E’ bene comprendere questo dettaglio. Infatti, il suo background, etico e professionale, è di persona non adusa alle solite liturgie che da anni reggono in maniera ipocrita questo paese. E’ un industriale moderno capace di accettare le sfide impegnative della globalizzazione. Un’accettazione – è bene rimarcarlo – non sulla difensiva. Piuttosto, sul versante di un interessante attivismo programmatico.

Egli, pare opportuno ricordarlo, non è molto simpatico a parecchie persone visto la pesante ipoteca che la storia della Fiat ha rappresentato e rappresenta ancora per il nostro paese. Ma egli può essere quell’utile provocatore di cui l’Italia ha bisogno per uscire dallo stagno in cui si trova. Fase che deve creare una nuova classe dirigente in grado di governare sul serio un paese sfilacciato come il nostro.

In più, vorremmo far notare la sua naturale ritrosia all’apparenza fine a se stessa. Che differenza rispetto al numero sempre più crescente di persone dalla morale fin troppo sguaiata e dai comportamenti eccessivi. Si è definito un “metalmeccanico” – definizione senza dubbio esagerata – ed è stato criticato in modo virulento. Ma contemporaneamente si evita di ammettere che molti rappresentanti della c.d. “sinistra” sono oramai approdati su sponde di un tranquillo ed agiato borghesismo.

- Con l’avvento della globalizzazione il senso di appartenenza a una nazione di un’impresa appare una rivendicazione senza senso.

Le aziende italiane devono internazionalizzarsi ancora di più se intendono sfuggire alla fase di prolungata stagnazione che contraddistingue l’economia italiana dei giorni d’oggi. Una moderna impresa ha l’esigenza di pensare avendo come livello d’orizzonte il mondo.

Questo vuole fare Marchionne? E’ una posizione disdicevole? Forse. Ma un’impresa che sente il mondo come casa sua è un’impresa che riesce in maniera decisiva a sconfiggere gli effetti della crisi. Chiudersi, in economia, come in altri settori, non è mai una soluzione praticabile. Si finisce con il diventare marginali. L’Italia è questo. Vogliamo perseverare?

Attenzione, però. L’internazionalizzazione non significa affatto che un’azienda italiana debba abbandonare l’Italia. Le aziende italiane avrebbero dovuto prepararsi meglio alla globalizzazione per evitare una delocalizzazione così accelerata e brutale. Magari ipotizzando una maggiore collaborazione fra gli Stati. Le persone hanno bisogno di lavorare e vedersi rispettate come tali. La dignità della persona non è un’espressione o un semplice parametro economico. E’ un valore imprescindibile.

- Il problema di fondo che sta alla base del pensiero di Marchionne è che l’Italia non ha uno straccio di politica economica.

E’ da anni che il dibattito politico non include tale termine nel suo vocabolario operativo. Ciò ha comportato e comporta tutta una serie di conseguenze negative per il nostro paese. Sui fondamentali non ci siamo. Abbiamo una dinamica economica molto bassa. Non abbiamo degli obiettivi strategici da perseguire. Siamo a terra, e non è un eufemismo, proprio perché ci siamo dimenticati di attivare il più fondamentale degli strumenti atti a creare lavoro, occupazione, produzione e reddito. La politica economica, per l’appunto.

Negli anni abbiamo sperperato risorse o, come in questi tempi, dobbiamo solo risparmiare. Tutto questo non è politica economica. Significa solo difendere un presente emendabile. Significa privare di quel auspicato rilancio l’intero paese. Infatti, la politica economica fornisce mete da raggiungere. Indica i tempi. Quantifica le modalità e le risorse. Delinea delle indicazioni precise su come costruire un futuro che in Italia, è bene ricordarlo, al momento non abbiamo. Politica economica significa decidere in prospettiva futura. In un senso o in un altro. Ma decidere, ecco!

E’ venuto il momento di avere una politica economica degna di questo nome. Non possiamo più permetterci di andare in ordine sparso affrontando le sfide della globalizzazione. Il momento presente è un momento propizio per compiere finalmente quel salto di qualità che da tempo attendiamo con ansia. Avere una politica economica significa, in primis, perseguire uno scopo ben definito: quello di fare squadra, ossia fare sistema. Ecco il dettaglio vincente. Il fare squadra/fare sistema è la modalità operativa che attiva il paradigma italiano caratterizzato da: paesaggio, genio italiano, lavoro e talento. Tale paradigma rappresenta il nostro biglietto da visita per imporci a livello internazionale.

Una brevissima considerazione finale. La politica economica di cui l’Italia deve dotarsi ha come ulteriore obiettivo strategico quello di rinnovare, in maniera profonda, uno Stato, quello italiano, connaturato da un eccessivo statalismo. Statalismo che ha prodotto conseguenze letali per il paese. Una legislazione asfissiante. Una macchina burocratica parassitaria. Un’elevata tassazione. Una qualità scadente dei servizi pubblici. Una diffusa corruzione. In breve, abbiamo un paese incapace di stare nel mondo grazie a uno Stato che con il tempo ha depresso il nostro assetto economico.

Il vero problema non è, in fin dei conti, Marchionne, ma il passato che stiamo ereditando. Lecito criticarlo. Anche duramente. Tenendo ben presente che l’origine dei nostri mali proviene da altri scenari dove hanno recitato attori che spesso vengono ricordati come “padri della Patria”. Verrebbe da dire: Se solo avessimo ascoltato fin dagli anni Cinquanta La Malfa.

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