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HUNGARY: Nata nera, rifatta in bianco, a Budapest Porgy and Bess appare ingrigita ma non per l’età

Corrispondenza del nostro inviato a Budapest Vincenzo Basile

Fonte: Agenzia Radicale

di Emanuele G. - lunedì 19 febbraio 2018 - 2240 letture

Oltre a essere di gran lunga l’opera più nota dell’intera produzione americana, Porgy and Bess è stata quella dalla storia certamente più travagliata e questa versione, in scena al teatro Erkel di Budapest, non fa eccezione, anzi.

Ira Gershwin, autrice del testo, l’aveva disposto a chiare lettere nelle sue ultime volontà: il cast dell’opera, nelle sue edizioni successive, dovrà sempre, assolutamente, essere formato da cantanti neri.

Il senso e la ragione di questa condizione, fortemente condivisa anche da suo fratello George e da DuBose Heyward, autore del libretto, fu di preservare l’autenticità della storia. Anche a costo di una limitazione della sua diffusione.

Tanto che quando il titolare dell’agenzia americana che ne tutela i diritti concesse il nulla osta all’ Opera di Budapest non si aspettava che poi qualcuno pensasse di fare di testa sua. Eppure per scopi artistici ma non solo, così è accaduto al Teatro Erkel, l’altra sera e per le successive repliche. E’ andata in scena una Porgyand Bess tutta bianca o quasi. Solo due personaggi, non certo i più simpatici, erano di colore: due poliziotti nell’esercizio delle loro funzioni.

A sostegno della scelta, peraltro non inedita, Szilveszter Okovacs, il direttore dell’Opera di Budapest, ha distribuito in conferenza stampa un articolo del New York Times datato 2002, di Anthony Tommasini, autorevole critico dell’epoca, che elenca una quantità di illustri precedenti nei quali non si tenne conto del physique du role o della razzanella distribuzione dei ruoli. E’ così ci viene ricordato un Pavarotti che prestò la sua stazza a Rodolfo, che sarebbe dovuto essere un emaciato bohemien per necessità, l’ Otello bianco di James Mc Craken e la Desdemona nera di Shirley Verret, entrambi però riadattati ai colori prescritti dal testo originale.

Il giornalista conclude il suo pezzo definendo discriminatoria, la coerenza razziale in materia di distribuzione dei ruoli nei confronti degli artisti bianchle pertanto limitativa per la diffusione dell’opera e penalizzante riguardo i profitti attesi.

Cosa resta delle raccomandazioni degli autori, ossequiosi della veridicità dei contenuti e del tessuto simbolicodello spettacolo, secondo l’analisi del NYT, se non l’inconsistenza di poche, pedanti,trascurabili velleità autoriali?

A partire dall’esordio, il 10 ottobre 1935 all’Alvin Theatre di Broadway, che non era un’Opera House, P&B apparve da subito come un’opera scomoda. Determinato, irriducibile nell’assoluta necessità di un cast totalblack, essendo il back ground culturale l’essenza del racconto, l’autore definì la sua composizione una folk opera.

Non fu però dello stesso avviso, l’establishment dell’epoca.

Che a una storia di ordinary slums fosse data dignità culturale, che eroi ed eroine fossero negri, che il sogno americano apparisse ancora sbiadito sulla scia dell’infausto, recente ’29 non era ammissibile. La contaminazione dei sovrani canoni melodici europei da parte di un’eresia musicale iconoclasta tutta ancora da gestire, Jazz e vade-retro-Blues non poteva di certo varcare le porte del Tempio. Ma più di tutti potè l’assodato rifiuto da parte dei teatri americani del tempo, di accogliere artisti di colore negli spettacoli operistici.

Dati gli antefatti recenti e remoti, il sospetto che l’odierno sbiancamento abbia ragioni inconfessabili o quantomeno insostenibili, certo non è facile da rimuovere ne tanto meno da suffragare. E’ una sorta di mancanza quella che sovrasta l’esecuzione, che presto si palesa nell’accertamento di sottrazione, peggio una mutilazione.

La storia è basata sul romanzo PORGY di Heywarde sull’omonimo lavoro teatrale che egli scrisse insieme alla moglie Dorothy, che descrive la vita degli afroamericani di Catfish Row, immaginaria periferia di Charleston, Carolina del Sud, all’inizio degli anni trenta.

Porgy, è un uomo di colore che tenta di salvare Bess, la donna della quale è innamorato, dalle grinfie di Crown, il suo protettore, e di Sportin’ Life, lo spacciatoreprincipale del quartiere.

L’Erkelè stracolmo per uno spettacolo che parte pigramente, languendo peri primi due atti sia sulla scena che nel golfo mistico. Le coreografie annaspano asfittiche nei percorsi e sempliciotte, scialbe, nella frontalità visiva.

L’orchestra esegue senza verve una partitura ricca di quegli stimoli che tradizionalmente elettrizzano il pubblico sorprendendolo con la sua imprevedibile architettura, ma che quì rimane ingessata nello spartito. Nessuno certo può onestamente aspettarsi i brividi delle Jazz Big Band statunitensi ma l’orchestra dell’Opera deve pur sempre essere in grado di offrire una esecuzione professionalmente dignitosa, dato lo standard tecnico di una élite di consumati strumentisti quali sono.

E’ all’ attacco del terzo atto che la speranza sembra concretizzarsi e attestarsima poi di nuovo si attenuasulle varianti ritmiche e lo sviluppo successivo più complesso del racconto musicale.

Qualche imbarazzo è inevitabile anche dall’ascolto del testo, rimasto evidentemente integro, di alcuni recitativi. Come quando il mendicante-bianco descrive polemicamente le elemosine raccolte come:“i soldi dei bianchi” o nel momento in cui un altro personaggio, bianco anche lui, ritorna “dall’ospedale dei bianchi”.

I cantanti, tutti,fanno del loro meglio ma risultano slegati da un’amalgama che la compagnia stenta a raggiungere. Ognuno esegue prodigandosi come in solitario, a suo modo e i ruoli sembrano equivalersi, principali ai secondari.

Il pubblico non si lascia però scoraggiare e coglie gli slanci pur presenti durante l’arco narrativo,gioendo delle note più felici che a tratti travalicano la scena.

Nel finale, sul palcoscenico troneggia mesta la statua di un angelocon le ali spiegate e il capo reclinato.

Reca sul petto una scritta luminosa:

PROMISE.

Patetico, oscuro monito e insieme provocazione e invito a decriptarne i significati.

- Link all’articolo originale:

Porgy and Bess è la storia infinita dei suoi colori

- Foto:

La foto di copertina e quelle allegate ci sono state fornite dall’Opera di Budapest


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