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Guerra disumana

Si combatte in Siria, ogni giorno, senza sosta. E si muore, ogni giorno, senza sosta.
di Piero Buscemi - mercoledì 28 febbraio 2018 - 1769 letture

Cosa vuol dire che una guerra è disumana? C’è una risposta a questa domanda che possa, con un inspiegabile gioco di parole, non apparire più stupida di chi ha originato questa assurda discussione?

Sono le parole utilizzate dal papa, durante l’angelus di domenica. Spinto emotivamente da una drammaticità alla quale difficile rimanere distaccati ed indifferenti. Saranno state parole dettate da un coinvolgimento indiretto alla crudeltà del mondo alla quale, non dovremmo dimenticarlo, apparteniamo tutti.

Quella della Siria non è una guerra speciale, tanto da meritare un attributo che la distingua da altre già combattute nel passato o da quelle ancora in corso. Peggio, da quelle che vedremo combattere nel nostro imminente futuro. Non c’è un modo più umano per definire una guerra. Basta soffermarci su quei dati che macchiano le pagine delle cronache, quelli che provano davvero a rendere una guerra umana, attraverso statistici elementi di livelli di crudeltà e morte che questa fedele compagna della storia dell’umanità riesce a raggiungere.

500 civili uccisi in 7 giorni, 7 morti e 30 feriti durante l’ultimo raid aereo. Un anno fa l’aggiornamento delle vittime cadute in questa guerra, ci aveva terrorizzato a sufficienza con un numero che superava 470.000, di cui oltre 200.000 civili. Ma che differenza c’è tra questi dati e quelli che abbiamo letto in altri bollettini diffusi nei conflitti che sono finiti nell’ombra per un altro gioco di calcoli astrusi di impatto ponderato sulla comunicazione propagandistica da consegnare alle coscienze del mondo?

Anche quella tregua richiesta dalla Merkel, con Macron a farle da spalla e Putin ad impersonare il ruolo del padrone del destino di temporanei sopravvissuti che aspettano il loro giorno fatale, quei trenta giorni di stallo chiesto per consentire al corridoio umanitario una conta di quella umanità ancora da difendere ed aiutare a vivere una nuova illusione di vita normale. Anche questo appare disumano, per quello che sarà al trentunesimo giorno. A quello successivo, quello dopo ancora, fino ad una fine che nessuno ha voglia di scrivere a chiare lettere, spiattellata in nuovi summit di oligarchici detentori del futuro di miliardi di persone.

Vengono in mente quelle immagini anacronistiche che ci fecero conoscere angoli nel mondo, che neanche nei libri scolastici, ci avevano consentito di immaginare. Abbiamo fatti nostri eroi quei combattenti d’oltre oceano in quei luoghi sperduti dell’Estremo Oriente. Quei nomi impronunciabili che ascoltavamo dalle bocche degli inviati speciali, degli attori che impersonavano sceneggiature di mezze verità. Per non dimenticare...

Ma i civili del mondo non hanno dimenticato. Non è un lusso che si sono mai potuti permettere. La guerra è nelle loro carni straziate da un’indesiderata fortuna di essere sopravvissuti. E’ appesa sui muri dei ricordi, che raccolgono milioni di volti sacrificati ad un calcolato oblio, calcolato e manipolato da chi nelle armi riesce ancora a vedere un unico modo di relazionarsi con i propri simili.

Umano e disumano. Un folle modo di provare a trovare una distinzione che non si troverà mai, solo perché non esiste. Passiamo da una commemorazione ad un’accettazione passiva di una nuova guerra come mezzo di diffusione democratico. In mezzo, bambini donne vecchi, gli stessi protagonisti di sempre, usciti da un libro di Primo Levi o da una poesia di Adrian Mitchell.

Perché la guerra è sicuramente umana. Annidata da sempre nel dna dell’essere umano che un’ipocrita evoluzione non è riuscita a debellare. E’ quella pandemia che, forse, accompagnerà l’umanità nel suo folle percorso senza senso. C’è una stanchezza, una sconfitta rassegnazione in chi ha marciato, urlato, pianto per le strade macchiate di sangue, un forte senso di abbandono nelle proteste, spente e narcotizzate da nuove sirene di seconda guerra mondiale memoria, da nuovi fischi di morte modellate in bombe intelligenti. C’è uno sguardo spento di chi, forse, aspetta un ultimo capitolo che nessun scrittore potrà mai mettere su carta, né un poeta decantare in un’aula universitaria. Si, questo è veramente disumano.


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