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Guerra Preventiva (The End)


Di motivazioni per dichiarare guerra ad una nazione ce ne sono tante: l’accusa di possedere armi di distruzione di massa, la buona volontà di volerla liberare da un regime dittatoriale, dare la caccia a un inafferrabile terrorista, oppure prevenire la crisi petrolifera che si prospetta per il 2020...
mercoledì 7 marzo 2007, di Sonia Lombardo - 522 letture

Di motivazioni per dichiarare guerra ad una nazione ce ne sono tante: l’accusa di possedere armi di distruzione di massa, la buona volontà di volerla liberare da un regime dittatoriale, dare la caccia a un inafferrabile terrorista, oppure prevenire la crisi petrolifera che si prospetta per il 2020.

L’epilogo del conflitto Iracheno è intitolato Production Sharing Agreements: contratti a lungo termine, per l’esattezza della durata di 30 anni, che danno il via libera alle multinazionali estere sullo sfruttamento di 11 campi petroliferi, permettendo loro di portare i profitti, stimati intorno al 42-162% dell’investimento iniziale, fuori dal paese, con costi per il governo ammontanti fino a 194 miliardi di dollari.

A spingere per l’approvazione al parlamento iracheno della nuova legge è l’International Tax & Investment Center (ITIC), organizzazione lobbystica che ha tra i fini statutari il “consigliare ai governi politiche fiscali e economiche appropriate” e vede tra suoi membri l’Eni s.p.a. ossia, lo Stato Italiano azionista al 32% della società. Se i Production Sharing Agreements dovessero essere approvati l’Italia guadagnerebbe grazie al giacimento di Nassyria, così valorosamente protetto dalle nostre forze armate, sei miliardi di dollari.

L’Unione Generale dei Lavoratori del Petrolio si è riunita in assemblea riassumendo in pochi ma fondamentali punti le richieste del sindacato e della società civile irachena “rifiutiamo con forza il capitolo inerente i production sharing agreement della legge in discussione, perchè vediamo in questi contratti un tentativo di sottrarre al governo il controllo sul più grande tesoro iraqeno” dichiarano “gli interessi stranieri vanno sostenuti quando sono coincidenti con quelli del popolo. Abbiamo già avuto esperienze con le compagnie straniere che hanno danneggiato l’economia e la sovranità iraqena già con il precedente regime e oggi non vogliamo cadere nello stesso errore”. L’analisi fatta dal leader dei lavoratori Hassan Jumaa Awad al Assadi è in effetti molto precisa visti gli ultimi provvedimenti adottati dall’amministrazione americana che con una serie di norme ha garantito alle multinazionali impunità giudiziaria e finanziamenti provenienti dai soldi stanziati dall’ONU per la ricostruzione dell’Iraq.

Tante le Ong che si sono schierate con i sindacati affinché il parlamento iracheno non approvi la nuova legge, in Itali l’associazione “ Un Ponte per...” ha avviato una petizione on-line per fare pressione sul Ministro dell’Economia, chiedendo che “gli investimenti della stessa Eni in Iraq avvengano su basi di maggiore equità e rispetto degli interessi delle popolazioni locali” .

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