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Grazie, Roger Federer

Ha annunciato il ritiro, ipotizzato e atteso con la giusta rassegnazione. Il tempo passa per tutti, anche per un campione che, riguardo il tempo, ci ha dedicato gli ultimi venti anni.

di Piero Buscemi - venerdì 16 settembre 2022 - 1101 letture

"Dio si è ritirato". Una frase a molti blasfema o irrispettosa ha commentato la notizia del ritiro dall’attività agonistica di Roger Federer. Un modo, forse azzardato, per definire un campione che per due decenni ci ha riavvicinato al tennis più tradizionale. Quarantuno anni sono anche troppi per uno sport in continua evoluzione, dove le prestazioni fisiche e mentali, come abbiamo più volte sottolineato, sono diventate i fondamentali per competere a livello professionistico.

I suoi tifosi più realistici avevano già anticipato questo momento il 14 luglio 2019, quando il campione svizzero non trasformò quei due match point contro il rivale di sempre, Novak Djokovic, in quella finale indimenticabile di Wimbledon. Sarebbe stato il coronamento di una carriera di un tennista che, pur essendo già da anni nella leggenda, avrebbe coronato la carriera sull’erba che lo ha consacrato tra i più grandi. La ciliegina sulla torta non fu messa e il serbo si aggiudicò l’incontro al quinto set in un assurdo tie-break.

Roger Federer ha rappresentato qualcosa di diverso, di magico, di inarrivabile nel mondo del tennis, in continua trasformazione con risvolti che hanno sensibilmente abbassato il livello dell’eleganza, dell’estrosità e dell’imprevedibilità che nei decenni ha avvicinato e distanziato generazioni di giovani sportivi, più facilmente catturati da altri sport meno tecnici e, a dirla tutta, meno psicolabili.

Ripercorrere la carriera del campione svizzero sarebbe come attraversare venti anni di tornei, successi, sconfitte, magie che ci hanno risvegliato da un torpore da divano e telecomando per istigarci a indossare una pantaloncino e una maglietta e correre nel primo campo di tennis a disposizione per solo immaginare di emulare i gesti e la quasi perfezione di certe movenze atletiche.

Abbiamo sperato fino all’ultimo che Federer avesse avuto la forza e, sicuramente la voglia, di rimettersi in gioco, nonostante troppi blocchi fisici degli ultimi anni. Abbiamo commesso l’errore di costruire attorno a lui il mito dell’immortale, in senso sportivo, la leggenda vivente che non può essere scalfita neanche dall’arroganza degli avversari, né da un implacabile scorrere degli anni che si traducono in acciacchi fisici, ginocchia che cedono, una maggiore lentezza nei tempi di reazione e di esecuzione. Eravamo già pronti a sognare un nuovo tentativo la prossima estate nella sua seconda casa, che è stata Wimbledon per otto volte. Magari una rivincita con Djokovic che avrebbe superato i limiti della leggenda.

Ci sarebbe bastato anche rivederlo nella sua città a Basilea il prossimo fine ottobre, pronti a guardarlo commuoversi come una giovane promessa al suo primo torneo ATP. Una scena che lo vedrà protagonista la prossima settimana alla Laver Cup, quella sorta di esibizione che vede da una parte i migliori giocatori europei e dall’altra il Resto del Mondo, ideata dallo stesso Federer in onore del tennista australiano Rod Laver, in grado di completare due volte il Grande Slam.

Non rimane che affidarci alle immagini dei suoi grandi successi, ma anche delle sue sconfitte, tra un tweener e un passante piatto di rovescio, tra un pallonetto in controbalzo da fondocampo e una smorzata quasi a tagliare una pallina in due. Tra una pallina che passa dietro il paletto della rete e l’applauso sincero dell’avversario che si inchina alla raffinata imprevedibilità.

Rimarremo lì a ripassarci quei momenti che hanno trasformato la fatica in emozione, da custodire e tramandare alle nuove generazioni, nella illusoria speranza che "dio" Roger, dopo tre giorni possa risorgere.

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