Grandi Firme

Il coraggio delle domande scomode. Con la schiena dritta
di Adriano Todaro - martedì 22 maggio 2018 - 880 letture

Si dice che in Italia manchi la libertà di stampa. Una tesi, questa, bislacca, suffragata dalla recente indagine di Reporter sans frontières che ci colloca al 46⁰ posto su 180 Paesi. Intanto bisogna dire che sino all’anno scorso eravamo in 52ª posizione, quindi abbiamo scalato ben 6 posizioni. Certo, non raggiungeremo mai la Norvegia al primo posto ma sappiate, se così vi può consolare, che gli Usa sono solo un gradino davanti a noi, in 45ª posizione.

Poi, al di là delle classifiche di Reporter sans frontières, la libertà di stampa la vediamo tutti i giorni, leggendo i giornali e guardando la Tv. Da noi, tutti possono dire ciò che vogliono, anche Sgarbi. Giornali e Tv possono parlare di tutto, non ci sono censure di sorta. Non ci credete? Perché siete malfidenti e vi lasciate trasportare dalla propaganda antigovernativa.

Ora vi racconto una storia dove i protagonisti sono due giornalisti italiani. Uno molto noto, ha scritto dieci libri, è stato inviato speciale di importanti quotidiani, ha intervistato personaggi del calibro di Bill Gates, Steven Spielberg, Keith Richard, Jacques Le Goff, Don De Lillo e Daniel Day Lewis nonché tutti i protagonisti della vita politica italiana. Prima, questo giornalista, stava a La Stampa; ora al Corriere. Il Grande Giornalista va ad intervistare Fedele Confalonieri della premiata ditta di Arcore e gli fa subito una domanda basilare, importantissima. Pensate che gli italiani bramavano di sapere una cosa esiziale per le sorti del Paese. L’accordo di governo? Mavalà! Non avete capito nulla, come al solito. Ciò che volevano sapere è se il Fedele Confalonieri giocasse insieme a Silvio all’oratorio. Esiziale per il Paese e anche per il pallone. E di Dell’Utri, il Grande Giornalista non ha domandato nulla? Certo che sì. La domanda è diretta e forte: "Del caso Dell’Utri che idea si è fatto?". È un po’ come chiedere al vostro salumiere: "Quel prosciutto è fresco?". E Fedele, macerato dal dubbio, in difficoltà per la calzante e coraggiosa domanda, risponde: "È uno scandalo". Il Grande Giornalista non lascia tregua: "Lei ha mai avuto sentore di mafia attorno alle sue aziende?". Il Fedelissimo non ha dubbi: "Giammai...". Finito? Scherziamo! C’è la domanda delle domande: "Certo, però Mangano...". Risposta: "Marcello è di Palermo e ha preso Mangano, fosse stato a Bergamo avrebbe preso un bergamasco". (Vi assicuro che non intendeva Martina).

Cambiamo storia e lasciamo perdere per un momento il Grande Giornalista che ha scritto 10 libri e ha intervistato Bill Gates mentre io neppure l’assessore del mio paesello. Questo che racconto ora è un piccolo giornalista. Scrive un articolo su Luciano De Carolis già condannato per associazione mafiosa. Appena esce il pezzo, suona il suo telefono: "Pronto?". "Sono Francesco De Carolis, fratello di Luciano, gran pezzo di merda ti dico una cosa, ti vengo a cercare fino al culo di tua madre o di tua moglie e ti spacco il culo con le mie mani. Devo perdere il nome mio se non ti prendo la mandibola e te la metto dietro, sei un essere spregevole... E non scordare di quello che ti ho promesso, nomina ancora mio fratello e ti vengo a cercare fino a casa e ti massacro e poi mi denunci con sta minchia, con le mani non c’è il carcere, pezzo di merda te lo dico già subito".

Certo, non si può dire che questo fratello non parli chiaro. Con qualche errore di sintassi, ma chiaro. Il piccolo giornalista si chiama Paolo Borrometi, direttore del giornale online Laspia, che vive sotto scorta. Piccolo ma non piccolissimo anche perché è presidente di Articolo 21, il sito in difesa del principio della libertà di manifestazione del pensiero. Comunque uno che non andrà mai ad intervistare Steven Spielberg anche perché, siamo sicuri, non gli frega nulla di farlo. E neppure il Fedelissimo Confalonieri perché c’è il pericolo che invece di domandargli della partitella dell’oratorio, domandi da che parte arrivino i soldi.

Ah mi sono dimenticato una delle regole basilari del giornalismo. Quella di applicare, sin dalle prime righe, la regola delle 5 W (chi, cosa, dove, quando, perché). Beh, sapete cosa vi dico? Arrangiatevi un po’ voi e datevi da fare perché io, per quel che mi paga girodivite, vi ho detto fin troppo.

Comunque, con queste due storie, ho dimostrato che in questa Italietta la libertà di stampa esiste. C’è chi domanda, coraggiosamente, se da giovani "lei e Silvio andavate in tram a San Siro?", e chi parla di mafia.

In realtà, a ben vedere, sia il Grande Giornalista che il piccolo, parlavano entrambi di mafia.


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