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«Gloria eterna ai caduti...»

«La vittima è Vincenzo Noto, 39 anni, di Porto Empedocle, che è stato travolto e ucciso dal crollo di un masso. Il suo corpo si trova ancora all’interno della galleria, a 300 metri sotto il suolo, dove stava lavorando.»

di T.M. - giovedì 23 febbraio 2006 - 4155 letture

Nel dopoguerra le associazioni legate alla Resistenza hanno creato dei quadri che racchiudono le fotografie dei martiri del luogo, con una scritta «8 settembre 1943 - 25 aprile 1945 - Gloria eterna ai caduti per la Libertà». Almeno è così che recita quello che avevo davanti agli occhi mentre leggevo la notizia su un giornale on line: «23 febbraio 2006 - Crollo in una miniera di sale nell’Agrigentino: morto un operaio». Ci sarà un giorno il quadro dei “martiri di Realmonte” o di Iglesias, o perché no, di un paese del Bergamasco dal quale, quasi nottetempo, partono squadre di muratori, su pulmini scassati, per oltrepassare a volte anche il Po prima di raggiungere un cantiere “modello”? Un quadro con i volti degli ammazzati (quelli che pronunciavano parole proibite come “diritti”) insieme - dico: insieme - a quelli che morivano schiacciati sotto pericoli visibilmente incombenti o striscianti nella sensazione di insicurezza ma puntellati con la necessità di mettere, in silenzio, il pane in tavola? «Gloria eterna ai caduti per il Pane.»

«La vittima è Vincenzo Noto, 39 anni, di Porto Empedocle, che è stato travolto e ucciso dal crollo di un masso. Il suo corpo si trova ancora all’interno della galleria, a 300 metri sotto il suolo, dove stava lavorando.»

E dagli anni della nascita della Repubblica «fondata sul lavoro» (e della quale è dovere costituzionale - è il momento di ricordarcelo - «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese») il pensiero corre all’indietro, ai primi decenni dello Stato unito (“purtroppo”, sibila un sinistro coro al Nord come al Sud).

Che siano a dir poco discutibili i criteri con i quali vennero scelti i “rappresentanti del popolo” in quel Parlamento? D’accordo. Ad ogni buon conto, quel Parlamento che si propose di rappresentare una nazione presto poté ascoltare le relazioni di un “Comitato di inchiesta sull’industria” (miniere comprese) e fece i primi passi dell’accidentato percorso verso la cosiddetta “legislazione sociale”, affrontando nel 1880 - fanalino di coda in Europa - la prima organica legge «Sul lavoro dei fanciulli e delle donne nelle miniere e nelle cave, nelle fabbriche ed altre aziende industriali». Il ministro dell’agricoltura, industria e commercio Luigi Miceli (calabrese, sinistra radicale) così si rivolse alla Camera: «Signori! - Accogliendo il progetto di legge [...] voi avrete fatto un passo circospetto, ma importante, nella via dei provvedimenti, mercé i quali vuolsi assicurare alle classi lavoratrici la tutela dello Stato nelle frequenti contingenze in cui esse non sono in grado di difendere da sé i propri interessi. [...] L’opera di cui si discorre è tale da tornare vantaggiosa a tutta quanta la società, anche alle classi più doviziose, e ad ogni modo essa è veramente degna per tutti i rispetti dell’ufficio di giustizia e di civiltà che incombe allo Stato moderno.»

Stefano Merli intitola «Il genocidio pacifico» il capitolo dedicato agli infortuni e alle malattie “professionali” nel suo libro Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. E tra un milione di dati meticolosamente raccolti cita i Risultati dell’Inchiesta sulle condizioni igieniche e sanitarie nei comuni del Regno. «... Nei tre anni 1879-1881 si ebbero 2091 operai morti per infortunio o in seguito a lesioni sul lavoro: 649 erano addetti alle miniere, 122 in fabbriche d’esplosivi, 1320 in stabilimenti industriali o in costruzioni murarie. Si ebbe cioè una media annua di 697 morti per incidenti. La borghesia italiana chiedeva annualmente alla classe operaia un contributo di sangue superiore a quanto essa aveva dato complessivamente per tutte le guerre del suo “risorgimento”.»

Questi i numeri dei casi noti alle autorità. Quelli che non si son potuti nascondere. Evito di riportare qui le statistiche sui morti Anno Domini 2005, morti nella “guerra” del lavoro.

Merli cita poi il medico-scienziato Angelo Mosso (torinese) che racconta la sua esperienza di medico-militare in Sicilia (in La Fatica, 1891). «Mi ricordo ancora come fosse oggi, una piccola chiesa, dove stavano presso l’altare i sindaci, il tenente dei carabinieri e la folla rumorosa fuori dalla balaustra. Io visitava i coscritti dietro l’altare maggiore, nel coro, ed aveva intorno a me una fila di giovani nudi, anneriti, magri e frammezzo ad essi alcuni uomini grassi, paffuti, bianchi, come se fossero di un’altra razza. Erano i poveri e i ricchi. Talora ci passavano dinanzi tutti i coscritti di comuni interi, tra i quali non poteva trovarsi un giovane che fosse abile alle armi, tanto gli stenti e la fatica avevano deformato e rese deboli quelle popolazioni. I sindaci erano umiliati di tanta degradazione. Sono carusi, mi dicevano; cioè operai che fino da fanciulli hanno lavorato a portare lo zolfo.»

Avevano, certo, i muratori bergamaschi e i minatori siciliani, morti ieri e oggi, una loro identità - appartenenza culturale, collettiva - attraverso la quale riconoscersi e distinguersi. Ma con i loro volti si dovrà fare un quadro da regalare a tutti coloro che si uniscono in leghe per farci scordare che, nei secoli dei secoli, non è stata una geografica legge a costringerci nella “razza” dei diseredati.


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«Gloria eterna ai caduti...»
6 luglio 2006

Salve gentile redazione. Sono Rino G. , ho sedici anni e vivo a Porto Empedocle. La persona messa in evidenza in questo meraviglioso articolo era mio zio, ovvero il marito della sorella di mia madre. Siamo ancora distrutti dal dolore, la mia famiglia si trova in un labirinto, dove trovare forza per cercare di sfuggire a questa nuova realtà, è a dir poco impossibile. Cerchiamo di dar forza a mia zia, ma niente. C’è lo hanno rubato, è questa la verità. Era sano, allegro e gioioso...speciale veramente per tutti, NO!!! Impossibile che nel 2006 , succedano ancora questi incidenti, NON DOVEVA ESSERCI MIO ZIO LA’ SOTTO!!! Chi c’è lo ha mandato laggiù? E perchè la miniera ha ceduto? Forse prima non devono fare un controllo approfondito, prima di dare l’OK a quei poveri disgraziati, che si tolgono la vita per portare un pò di pane alla famiglia? Una vergogna assoluta. Non lo rivedrò più mio zio, ma che venga fatta giustizia per il futuro dei miei cuginetti ( Salvatore 13 anni e Perla 7 anni), che non hanno meritato un destino così crudele..di aver perso il papà più allegro e simpatico del mondo, e mia zia che è così affranta dal dolore che non si riesce più a strappargli il più stupido dei sorrisi. In conclusione volevo ringraziare ancora mio zio, che mi capiva nei momenti di difficoltà e che mi aiutava a superarli e riusciva a strapparmi un sorriso anche quando non era il momento adatto, grazie per tutto! GRAZIE GRANDE UOMO!!!
    «Gloria eterna ai caduti...»
    7 luglio 2006

    Grazie a te. La Memoria è poca cosa - almeno non sufficiente - di fronte al dolore. Ma nel dolore, se non è "vostro" ma è "nostro" - nasce anche forza. T.M.