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Gli incapienti ovvero della moderna povertà nella società dei due terzi

Sono 12,5 milioni gli incapienti in Italia secondo le stime governative, mentre sono dieci milioni i bambini che vivono in famiglie a basso reddito negli Stati Uniti...
di Giuseppe Artino Innaria - giovedì 11 ottobre 2007 - 5792 letture

Nella Legge Finanziaria 2008, appena varata dal Governo, è prevista una misura “una tantum” in favore di coloro che nel gergo fiscale sono denominati gli “incapienti”: ossia i soggetti che sono titolari di un reddito annuo inferiore a 7500 euro. A Natale, sotto forma di “bonus” fiscale, verrà erogato un assegno di 150 euro netti per ogni contribuente incapiente e per ogni familiare a suo carico.

Sono 12,5 milioni gli incapienti in Italia secondo le stime governative, mentre sono dieci milioni i bambini che vivono in famiglie a basso reddito negli Stati Uniti e a cui una proposta di legge, approvata dal Congresso americano, garantirebbe la copertura sanitaria con l’aumento della tassazione sul tabacco: il Presidente Bush, però, ha posto il veto, preoccupato da uno sviluppo dell’assistenza sanitaria incompatibile con il “Minimal State” teorizzato da Robert Nozick e tanto caro ai conservatori americani. Negli Usa sono 47 milioni le persone prive, in pratica, di assistenza sanitaria.

Secondo i dati Istat sulla povertà relativa nel 2006, diffusi da poco, sono 2 milioni 623 mila le famiglie povere, l’11,1% delle famiglie residenti, per un totale di 7 milioni 537 mila indigenti, il 12,9% dell’intera popolazione. Povere sono le famiglie composte da due persone che hanno una spesa media mensile pari o inferiore a 970,34 euro. Vivono soprattutto al Sud (in Sicilia, rientra nella classificazione quasi una famiglia su tre, il 28,9%) e hanno cinque o più componenti. Non sono nuovi poveri: i dati sono rimasti stabili negli ultimi quattro anni.

E’ la “società dei due terzi”, descritta da Peter Glotz e di cui Ralf Dahrendorf ha sottolineato i rischi per le moderne democrazie. La società in cui due terzi godono dei benefici della modernità e del benessere, mentre un terzo ne rimane fuori, escluso, condannato all’emarginazione, “vite di scarto”, per dirla con Zygmunt Bauman.

Assoluta o relativa, la povertà resta un problema, non meno importante nel mondo occidentale, dove forse il peso dell’indigenza è percepito, dalla minoranza che lo subisce, in maniera ancora più cruda per il quotidiano confronto con l’agiatezza ed il lusso della maggioranza.

Tanto basta per opporsi con forza a chi propugna il tramonto del “Welfare State”. Lo Stato sociale è una conquista della modernità cui non si può abdicare se vogliamo vivere in una società il più possibile equa e giusta. Certo, i meccanismi della redistribuzione non sempre funzionano in maniera corretta. Le garanzie sociali, sorte per proteggere gli individui dagli eventi che incidono negativamente sulla capacità di reddito – la disoccupazione, la malattia, l’infortunio, l’invalidità, la vecchiaia, la morte di un familiare -, spesso sono degenerate nell’assistenzialismo, estremamente costoso per la finanza pubblica e con effetti distorsivi sulle dinamiche economiche, laddove l’aiuto statale si è sganciato da un’ottica oculata di sostegno all’effettivo bisogno perseguendo logiche demagogiche e clientelari.

Ma, nonostante i vincoli di bilancio e gli esiti abnormi dello Stato assistenziale, è davvero difficile pensare che la politica dei redditi possa prescindere in tutto dall’azione redistributiva. Sarebbe, inoltre, ancor più sbagliato cedere alle sirene del liberismo imperante, agli imperativi della filosofia neoconservatrice americana, ispirata a Leo Strauss, secondo cui l’aiuto ai più deboli, disincentivando l’iniziativa individuale, è addirittura immorale.

Tentano la conciliazione con la logica liberista Alberto Alesina e Francesco Giavazzi nel loro ultimo libro “Il liberismo è di sinistra”. Le tesi dei due autori sono senz’altro affascinanti, ma vanno prese “cum grano salis”.

Ridurre la spesa pubblica è possibile senz’altro senza abbassare il livello di protezione sociale, rimodulando l’impiego delle risorse e abbattendo gli sprechi.

Rendere meno costoso il “welfare”, concentrando gli interventi soprattutto a favore dei più bisognosi ed eliminando le storture dell’assistenzialismo, è operazione fattibile, purché vi sia la necessaria volontà politica (Blair ci ha provato).

Liberalizzare il mercato del lavoro non sempre è corretto: funziona con costi sociali accettabili se l’economia è prospera o evoluta, può dar man forte allo sfruttamento dei lavoratori nelle economie arretrate o avere effetti depressivi sui redditi nelle aree meno sviluppate; né possono sottovalutarsi i rischi della “deregulation” nell’economia globalizzata, dove volumi di lavoratori sempre crescenti, in una produzione iperspecializzata, rimpolpano le file dei disoccupati o dei precari (sul punto un’utile lettura è “La fine del Lavoro, il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato” di Jeremy Rifkin).

Deregolamentare i mercati non è sempre la soluzione più vantaggiosa: talvolta elimina barriere all’ingresso di determini settori spezzando intollerabili monopoli e ponendo fine a ingiustificati privilegi; spesso, però, garantisce il dominio dell’operatore economico più forte, dà campo libero ai grandi competitori industriali e finanziari, determina la fuoriuscita dal mercato dell’imprenditore di modeste dimensioni creando nuovi poveri (vedi la vittoria della grande distribuzione sui piccoli commercianti), fa risorgere nuovi monopoli di fatto, segna il trionfo delle multinazionali.

Valorizzare la meritocrazia in un sistema di corretta competizione, invece, è un modo intelligente per realizzare più equità sociale, perché rompe il cerchio chiuso delle caste, assicura la mobilità sociale, favorendo l’ascesa dei più bravi accorcia il divario tra ricchi e poveri. Ma per realizzare un sistema fondato sul merito è necessario che lo Stato intervenga per assicurare a tutti uguali posizioni di partenza, sostenendo chi è economicamente meno provvisto, l’unica via per realizzare una democrazia sostanziale, in cui viene offerta a tutti una chance. È questo il Sogno Americano che amo, quello di Martin Luther King e di John Fitzgerald Kennedy - non quello neoconservatore -, quello che ci ricorda l’ultimo film di Gabriele Muccino: quello che rende realtà l’inalienabile diritto alla ricerca della felicità (“the unalienable right of the pursuit of happiness”), sancito nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776.


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Gli incapienti ovvero della moderna povertà nella società dei due terzi
13 ottobre 2007

Perchè non fate una stima di quanti sono i poveri adulti e non negli stati dell’ex blocco sovietico in Cina e a Cuba?
Gli incapienti ovvero della moderna povertà nella società dei due terzi
26 ottobre 2007

A parte le teorie dei due terzi bisognerebbe verificare quanti di quelli considerati Incapienti sono in realtà persone che non denunciano o denunciano poco perchè lavorano in nero o peggio evadono le tasse. Poi preso il totale dei contributi ripartirlo su quanti sono veramente Incapienti. Le piaghe del lavoro nero, dell’elusione e dell’evasione, presenti in tutti i settori e in tutte le regioni, fa di questo paese il paese dei furbi e dei disonesti che non rispondono dei loro misfatti davanti alla giustizia e neppure davanti a Dio o alla propria coscienza