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Gli accordi tra le parti sono intoccabili?

L’ennesimo accordo tra Confindustria e cgilcisluil sulla struttura della contrattazione pone un quesito che da tempo aleggia: è ancora intoccabile il dogma secondo cui gli accordi raggiunti “tra le parti” valgono di fatto alla stessa stregua di una legge?
di Redazione Lavoro - mercoledì 14 marzo 2018 - 1474 letture

Riteniamo sia il caso ormai aprire una discussione franca su questa modalità di governo delle relazioni industriali, soprattutto alla luce di cosa sono diventate le parti sociali, e per quel che riguarda noi, principalmente cosa sono diventate cgilcisluil.

Da molti decenni ormai è iniziata una trasformazione profonda dell’essere e dell’agire delle confederazioni “storiche” italiane. Una trasformazione che si è snodata nei decenni con passaggi che sarebbe bene ricostruire appieno ma che ora siamo costretti a dare per conosciuti. Le tappe di avvicinamento al sindacato dell’oggi hanno prodotto nel tempo una modificazione genetica del sindacato riformista italiano fino a ridurlo in un soggetto dedito più alla propria conservazione che alla crescita degli strumenti di tutela e di emancipazione dei lavoratori e delle lavoratrici.

Gli innumerevoli accordi tra le parti, per non andare troppo indietro nel tempo ne datiamo l’avvio agli anni 92/93, hanno sempre avuto una caratteristica precisa, quella di dichiarare esaurito ed inutile il conflitto di classe tra capitale e lavoro e quindi di qui la scelta di operare in accompagnamento alle scelte del capitale e dei padroni con la sola accortezza di provare a ridurne il danno ed ottenerne benefici per la propria funzione e sopravvivenza.

Il continuo bisogno dei padroni di garantirsi sempre più mano libera nello sfruttamento ha trovato al suo fianco un apparato legislativo di sostegno solo grazie al via libera sindacale che è avvenuto a volte in modo esplicito, in altre attraverso il silenzio delle lotte come in particolare sulla Fornero e sul Jobs act.

I numeri di iscritti che queste organizzazioni vantano, sicuramente importanti, non bastano a risollevare la loro immagine tra il corpo vivo dei lavoratori. Contratti largamente insufficienti sul piano salariale e devastanti su quello normativo, incapacità di contrastare le delocalizzazioni e la fuga delle imprese, silenzio sulla precarizzazione del lavoro e sull’attacco al sistema previdenziale, condivisione della criminalizzazione delle lotte e dello sciopero, partecipazione alla spartizione delle spoglie del welfare universale mai davvero difeso, per citare solo i punti più eclatanti, hanno prodotto una diffusa ripulsa che si sente nell’aria ma che ancora non si palesa come invece accaduto sul piano politico.

Ma in questa condizione è possibile continuare a subire gli “accordi tra le parti”? Possibile che il parlamento rinunci al suo ruolo di legislatore quando si tratta di “normare” le condizioni di lavoro e contrattuali di milioni di lavoratori e lavoratrici? Se come è noto a tutti, soprattutto alle forze politiche che hanno vinto le elezioni, queste organizzazioni non svolgono più la funzione per cui sono nate, è giusto continuare a consentirgli una autonoma determinazione su questioni che riguardano il presente e il futuro di milioni di persone?

E soprattutto è giusto consentirgli di definire contesti di autoconservazione che, negando il pluralismo sindacale, impediscono a chiunque altro di crescere ed affermarsi come reale alternativa come invece è accaduto, su un altro piano, nell’ambito politico?

La campagna elettorale ha elegantemente glissato sulla questione della rappresentanza dei lavoratori e sul sindacato in generale, sarebbe ora invece di aprire una riflessione rapida e decisiva su questa questione con tutti i soggetti interessati e non solo con quelli che si sono costruiti nel tempo una rendita di posizione ormai palesemente immeritata e ingiusta.


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