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Giuseppe Guttadauro, ‘u dutturi, torna agli arresti

Scarcerato nel 2012 e trasferitosi a Roma, Guttadauro non ha, per così dire, messo la testa a posto.

di francoplat - mercoledì 16 febbraio 2022 - 1094 letture

U dutturi , Giuseppe Guttadauro, il settantatreenne già primario dell’ospedale Civico di Palermo, è stato arrestato insieme al figlio Mario Carlo dai carabinieri del Ros, in seguito a indagini coordinate dalla Dda palermitana. Per il primo sono stati predisposti gli arresti domiciliari; al secondo, invece, è stata comminata la custodia cautelare in carcere. Non è una novità per il medico-chirurgo l’incontro con la giustizia. Vent’anni fa, nell’ambito dell’operazione “Ghiaccio”, fu arrestato per il suo diretto coinvolgimento nell’inchiesta che portò alla condanna a sette anni per favoreggiamento alla mafia dell’allora presidente della Regione, Totò Cuffaro, in merito alla rete di informatori presso la Dda; talpe che davano notizie riservate sulle indagini in corso all’imprenditore Michele Aiello e allo stesso Guttadauro.

Scarcerato nel 2012 e trasferitosi a Roma, Guttadauro non ha, per così dire, messo la testa a posto. L’inchiesta che ne ha determinato l’arresto si inquadra nelle attività di ricerca di Matteo Messina Denaro, imparentato con ‘u dutturi, essendo il fratello Filippo cognato del latitante. All’ex primario vengono contestati alcuni reati, tra i quali l’appartenenza alla famiglia di Cosa nostra Palermo-Roccella – inserita nel mandamento Brancaccio-Ciaculli – e una serie di attività nel mandamento mafioso di Villabate-Bagheria. Tra le altre attività, Guttadauro avrebbe avuto un ruolo attivo nel traffico di stupefacenti: acquisto di cocaina nel Sud America e relazioni con un albanese per l’acquisizione di hashish. È lo stesso comune di Bagheria a congratularsi con i Ros per l’arresto di Guttadauro e del figlio e a dichiarare di essere pronto a costituirsi parte civile nel processo.

Nella migliore tradizione della mafia mediatrice, Guttadauro, inserito in alcuni ambienti della Roma che conta, sarebbe stato incaricato da Beatrice Sciarra, moglie di un chirurgo e accademico della Sapienza, di risolvere un suo contenzioso con la banca Unicredit, presso la quale vantava un credito di 16 milioni di euro. Il boss, che si sarebbe riservato un compenso pari al 5% della somma, avrebbe accolto la richiesta della donna e invitato, con qualche crudezza, la persona che ostacolava la transazione ad assumere un atteggiamento più conciliante: «se poi a Baccini gli si devono rompere le corna per davvero, gliele rompiamo». Così emerge dalle intercettazioni telefoniche e il nome a cui si fa riferimento è quello dell’ex ministro della Funzione pubblica del governo Berlusconi tra il 2004 e il 2006.

Guttadauro agiva e, al contempo, impartiva lezioni di mafia al figlio. Dalle stesse intercettazioni telefoniche affiorano, da un lato, la critica ai nuovi mafiosi, così come la preoccupazione per la scelta di alcuni uomini d’onore – Francesco Colletti e Filippo Bisconti – di collaborare con la giustizia e, dall’altro, la morale elargita a Mario Carlo: «Ti devi evolvere, hai capito? Il problema è rimanere con quella testa, ma l’evoluzione…»! Una catechesi mafiosa improntata al massimo dell’elasticità e al sacro rispetto della tradizione. Ciò mentre utilizzava il figlio per le relazioni dirette con la realtà siciliana, avendo scelto ‘u dutturi la residenza capitolina.

È necessario attendere gli esiti processuali per verificare la legittimità delle accuse a Guttadauro. Al momento, resta innocente sino a prova contraria. Qualora venissero però confermate, quelle accuse metterebbero in luce un aspetto ormai sdoganato nella prassi collettiva eppure tanto inquietante: il nauseabondo ricorso ai servizi delle mafie da parte di una certa Italia perbene e perbenista, che non disdegna accordi illeciti per acconciare al meglio i propri interessi, con buona pace della legalità e dei pubblici interessi. È il panorama morale nel quale può sguazzare, gongolando, l’homo mafiens.


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