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Girodivite 25 aprile 2006


Il 25 aprile 2006 Girodivite è stato alle Fosse Ardeatine. Per non dimenticare.
mercoledì 26 aprile 2006, di Sergej - 2600 letture

25 aprile 2006. Girodivite è alle Fosse Ardeatine, a Roma. Il luogo di una delle maggiori stragi nazifasciste della seconda guerra mondiale.


Scheda: Le Fosse Ardeatine

L’attentato

Il 23 marzo alle ore 15 circa, ebbe luogo un attentato in Via Rasella, ad opera di partigiani dei GAP Gruppi d’Azione Patriottica delle brigate Garibaldi, che dipendevano dalla Giunta militare; essa era emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale (Cln).

Della Giunta militare facevano parte Giorgio Amendola (comunista), Riccardo Bauer (azionista), Sandro Pertini (socialista), Giuseppe Spadaro (DC), e altri. Sembra che l’ordine di effettuare l’attentato sia stato dato solo dal rapprentante del PCI nella Giunta militare, senza interpellare gli altri membri, e ciò dette luogo, quando fu conosciuta la gravità della rappresaglia, a polemiche interne ai membri della Giunta militare nella prima riunione dopo l’attentato, in cui furono presentati due ordini del giorno con valutazioni non uguali, non fu votato nessuno dei due.

L’attentato venne compiuto da 12 partigiani e altri 5 parteciparono alla sua organizzazione. Fu utilizzata una bomba a miccia ad alto potenziale collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, confezionata con 18 chilogrammi di esplosivo frammisto a spezzoni di ferro. Dopo l’esplosione furono lanciate a mano alcune bombe. L’esplosione uccise 32 uomini dell’11a compagnia del 3° battaglione del reggimento "SS Polizei Bozen", un altro morì per le ferite il giorno dopo, altri 9 morirono in seguito per le ferite riportate.

L’esplosione uccise anche due passanti italiani, un uomo non identificato (per alcune fonti Antonio Chiaretti) ed il tredicenne Pietro Zuccheretti; non è dato sapere se forse sarebbe stato possibile avvisarli, ma certo sarebbe stato assai pericoloso. Alcuni altri italiani morirono poco dopo nel corso delle prime convulse ore, Antonio Chiaretti (per altre fonti è l’uomo morto nell’esplosione), Emilio Pascucci, Erminio Rossetti, Fiammetta (Annetta) Baglioni, Pasquale di Marco, Francesco Iaquinti, e forse altri tre. Complessivamente da sette a dieci vittime italiane, nella esplosione o nelle successive convulse ore.

La rappresaglia

In un primo momento, il generale Mältzer comandante della piazza di Roma, accorso sul posto, parlava stravolto di una rappresaglia molto grave. Della stesso parere fu inizialmente Hitler. Successivamente vari ragionamenti indussero a limitare alquanto la rappresaglia, e l’ordine fu di 10 ostaggi per ogni tedesco ucciso. La fucilazione di 10 ostaggi (non necessariamente civili innocenti) per ogni tedesco ucciso fu ordinata personalmente da Adolf Hitler, nonostante la convenzione dell’AIA del 1907 e la Convenzione di Ginevra del 1929 nel contemplare il concetto di rappresaglia ne limitassero l’uso secondo i criteri della proporzionalità rispetto all’entità dell’offesa subita e della salvaguardia delle popolazioni civili.

Nella scelta delle vittime, furono preferiti criteri di connessione con i partigiani o altri criteri tendenti a escludere persone rastrellate al momento. Le vittime furono prelevate dal carcere romano di Regina Coeli, dove erano detenute perché membri della Resistenza o ebrei.

Sembra che forse circa 30 appartenessero alle formazioni clandestine di tendenze monarchiche, forse circa 52 alle formazioni del Partito d’Azione e Giustizia e Libertà, forse circa 68 a Bandiera Rossa, una organizzazione Comunista Trotzkista, e circa forse 75 fossero di religione ebraica, altri, fino a raggiungere il numero previsto, furono detenuti comuni. Sembra che circa metà dei giustiziati fossero partigiani detenuti.

L’esecuzione

Il massacro fu organizzato ed eseguito da Herbert Kappler, all’epoca comandante della polizia militare tedesca a Roma e già responsabile del rastrellamento del Ghetto Ebraico nell’ottobre del 1943 e delle torture contro i partigiani detenuti nel carcere di via Tasso. L’ordine di esecuzione riguardò 320 persone, poichè inizialmente erano morti 32 soldati tedeschi. Durante la notte successiva all’attacco di via Rasella morì un altro soldato tedesco e Kappler, di sua iniziativa, decise di uccidere altre 10 persone. Erroneamente furono aggiunte 5 persone in più ed i tedeschi, per eliminare scomodi testimoni, uccisero anche loro.

Dopoguerra

Nel dopoguerra, Kappler venne processato e condannato all’ergastolo da un tribunale italiano e rinchiuso in carcere. La condanno riguardò i 15 giustiziati non compresi nell’ordine di rappresaglia datogli per vie gerarchiche. Colpito da un tumore inguaribile, con l’aiuto della moglie riuscì ad evadere dall’ospedale militare del Celio pochi anni prima di morire. Anche il principale collaboratore di Kappler, l’ex-capitano delle SS Erich Priebke, dopo una lunga latitanza in Argentina, è stato arrestato e condannato per la strage delle Fosse Ardeatine.

Fonte: Wikipedia

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la Storia della Resistenza va riscritta
27 aprile 2006

La storia della Resistenza va riscritta. Senza togliere nulla alla ferocia fascista e nazista bisognerebbe avere il coraggio di dire che questa strage in fondo fu inutile nella stessa misura in cui buona parte della Resistenza fu inutile, soprattutto da un punto di vista militare. Perchè i partigiani, pur consci delle inumane rappresaglie sulla popolazione civile perpetrate dai nazi-fascisti, compirono attentati come questo e come molti altri senza che questi potessero avere la ben che minima importanza militare ? Molto si è discusso sulla Resistenza ed a mio modo di vedere non si è ancora riusciti a darle una ricostruzione veritiera e priva di retorica. Cosa fu la Resistenza ? Quali risultati ebbe? Una cosa sola è certa: la Resistenza non nacque col fascismo, nacque quando il fascismo stava crollando, e la maggior parte dei partigiani divennero tali quando era conveniente diventarlo. Un’altra cosa è certa: dal punto di vista militare la Resistenza fu un elemento decisamente marginale, la guerra si decise in Russia e in minor parte in Normandia, non furono certo quattro sbandati arroccati sulle montagne a concorrere alla caduta del ridicolo Reich millenario ipotizzato da Hitler. Cio’ non toglie comunque l’eroicità di alcuni partigiani o di alcuni dissidenti e soprattutto di molti militari che dopo l’8 settembre si fecero sterminare su alcune sperdute isole greche pur di non cedere ai tedeschi. Cosa fu la Resistenza ? Fu una resistenza.
    la Storia della Resistenza va riscritta
    3 maggio 2006, di : anti

    mi si scuserà ma penso che prima bisogna riflettere su queste cose che ho scritto, perchè ancora oggi sono di attualità e perchè danno una vera immagine di come si è vissuto secondo me il 25 di allora qua: il 25 aprile, giorno della liberazione dall’oppressione nazifascista, è stato celebrato, anche, questo anno. Fu, per noi tutti, una vera liberazione? Si può solo dire che da una dominazione, quella del regno d’Italia che, già, subivamo, si passo ad un’altra. Il fascismo abbatté uno nascente Stato che spazzò via i Borboni, in nome dell’unità d’Italia. Questo significò per sud: Il saccheggio di ingenti riserve auree detenute nelle casse del regno, (lo stato Piemontese possedeva appena il 10% rispetto a quello borbonico); I migliori impianti industriali traslocati al Nord come fu per tutta la flotta militare e commerciale, unica, allora, nel mediteranno, al di là di quella inglese. Da allora il Sud ha continuato a contribuire allo sviluppo del Paese con la cultura, l’arte, le rimesse degli emigranti, con i soldati mandati in guerre sabaude e fasciste che non ci saremmo mai sognati di fare. Agli enormi contributi dati da parte di questa terra il cambio fu di un aumento di tasse; La leva obbligatoria e forzata, che per i contadini era un ulteriore impoverimento per mancanza delle migliori braccia, portandoli alla fame nera; L’emigrazione. Fu un pesante colonialismo, definito unità d’Italia. Rimane, ancora oggi, evidentissimo. Gli storici sono d’accordo: il nascente Stato unitario diventò il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto, anche rispetto a quello dei Borboni cacciati via. È stata, dopo, scritta su tutto questo una storia ampiamente distorta. È un diritto, allora, delle gente meridionale riappropriarsi di quel pezzo di storia che dopo il 1860 le fu strappato. È dovere della Stato favorire un’analisi storica più oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto ed hanno ancora nello sviluppo sociale del Paese. Tutto dovrebbe essere conosciuto fin dai banchi di scuola, con la scelta di testi scolastici più imparziale. È un fare giustizia di una storia negata per 140 anni. Conoscere che Napoli, da capitale europea, venne portata al rango di una città ridotta, svuotata e derubata di tutto. Un Sud, con una precisa identità culturale, religiosa, politica ed economica venne spazzato via, (nessun politico, compreso Couvour era sceso oltre Firenze, non conoscendo storia, cultura, ricchezza, di città ricche di vestigia come Siracusa). Un Sud dove, magari l’industria, l’agricoltura, il commercio e il turismo avrebbero avuto un loro sviluppo, forse lento, ma adeguato alle esigenze del territorio, venne bloccato. Un Sud che in una confederazione di Stati italiani, non in uno Stato centralizzato, sarebbe stato rispettato e avrebbe avuto il ruolo che gli apparteneva, soprattutto nel Mediterraneo, non esistette più, una grande, mancata occasione. Si passò, nel giro di poco, per molta gente da essere briganti e poi emigranti. La guerra fra il nord ed il sud d’Italia, oggi, non si combatte più sui campi infestate dai briganti, ma non per questo è meno viva; continua ancora sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che, alimentando una visione del sud geneticamente arretrato, (brutti, sporchi e cattivi), produce un’ulteriore frattura tra due etnie che non si sono amate mai. Il dibattito ancora aperto e vivace sull’ipotesi di una Italia federalista, i toni accesi del Partito della Lega Nord, una certa avversione, subdola, ma reale, tra la gente del nord e quella del sud, nonostante il rimescolamento dovuto all’emigrazione interna, testimoniano quanto queste problematiche, nate nel 1860, siano ancora attualissime. Oggi l’unità dello nazione, in un periodo dove il progresso passa attraverso enti politico-economici sopranazionali come la Comunità Europea, è certamente un valore da salvaguardare, ma al meridione è dovuta una attenzione particolare, una politica legata ai suoi effettivi interessi, che valorizzi le sue enormi risorse e assecondi le sue vocazioni, a parziale indennizzo dei disastri e delle ingiustizie che l’unità vi ha apportato. Con una sua popolazione, pari al 35% del totale, il Sud ha contribuito nelle varie guerre combattute con più del 50% delle perdite complessive. Gli oltre 23 milioni di emigrati dal meridione che hanno sommamente contribuito, a costo di immani sforzi, alla realizzazione di un’Italia moderna e vivibile, meritano quel concreto riconoscimento e quel rispetto che per tanto tempo gli è stato rifiutato. È continuata, da parte della politica, attraverso una cultura storica e ipocrita, quel coprire, il non ammetterlo questo. È storia di ieri e di oggi la totale assenza di una classe dirigente veramente legata al Sud. Le prime cause del brigantaggio furono proprio volute da quella parte che veniva a liberare. Il contadino vive in una condizione socio-economica assai infelice, mangia un pane che non mangerebbero neppure i cani. È questa una descrizione di Villari allora. Bisogna sfatare quei luoghi comuni del sud come realtà arretrata. Nel 1860, l’agricoltura meridionale era in pieno sviluppo, anzi a stare a quel che ha scritto Rossi-Doria - uno che di economia agraria se ne intendeva - in una fase rivoluzionaria. Questo è continuato, fino a metà del ‘900 I contadini non morivano di stenti, la riforma agraria era osteggiata dai grandi latifondisti, quelli che capeggiarono l’unità. Grandi industrie esistevano come quelle tessili, di Sora, Napoli, Otranto, Taranto, Gallipoli, le industrie metallurgiche, i cantieri navali, come quello di Castellammare. La realtà industriale occupava oltre 1.500.000 d’operai, (il 51% di lavoratori di tutta Italia), su una popolazione di 9.000.000. Il regno era, allora, la 3 potenza industriale d’Europa e si avviava al decollo, grazie a investimenti stranieri. Vi erano in totale oltre 5.000 fabbriche, esisteva migliaia di attività artigianali avanzate. Nel 1854, per la prima volta, una nave borbonica a vapore, arrivò a New York: era il piroscafo Sicilia, costruito nei cantieri di Castellammare, (il cantiere più grande e moderno d’Europa nel 1860), che gareggiava con i cantieri inglesi. Presenti regolari rotte commerciali. L’industria alimentare, una delle nostre vocazioni industriali, con gli oltre 300 pastifici esportava in tutto il mondo, (Italia, Stati Uniti, Russia, Svezia, Tunisia, Turchia, Brasile..). Nel 1863, a due anni dall’unificazione sabauda, si ebbe l’Esposizione Internazionale di Parigi. In tale occasione, chi comandava in Italia dovette verificare l’arretratezza dell’industria nazionale. Fu chiesto, allora, al direttore del ministero dell’industria, il milanese ingegner Giuseppe Colombo, forse il tecnico più aggiornato del paese, fondatore dell’Edison, quale fosse in Italia l’impianto meccanico capace di costruire e riparare vetture ferroviarie, macchine a vapore e rotaie. Senza spirito campanilistico il funzionario indicò le Officine di Pietrarsa, però fu preferita l’Ansaldo, appena nata, con denaro pubblico. Il famosissimo complesso di S. Leucio venne smantellato. I suoi telai furono portati al nord per creare la prima fabbrica tessile del veneto. Stesso destino subito da altre come le cartiere di Sulmona, le ferriere di Mongiana, i cui macchinari furono trasferiti in Lombardia. Non venne risparmiata la Sicilia, molte le attività chiuse, altre furono distrutte come quelle per la produzione del lino e della canapa di Catania. L’ex regno, all’epoca, era il primo esportatore mondiale nella produzione di zolfo. Un inizio di garanzie sociali, (sanità, previdenza), esisteva, già, e veniva lentamente ad ingrandirsi. Il nord, a quell’epoca, aveva un apparato industriale minore del sud. La disoccupazione, allora, poco conosciuta, diventò un fenomeno di massa e cominciarono le prime emigrazioni, segno che prima la popolazione viveva meglio, che attività agricole e industriali davano un contributo fattivo. A questo grave disastro si aggiunse l’affidamento degli appalti, (e le ruberie), per i lavori pubblici da effettuare nel Napoletano ed in Sicilia ad imprese lombardo-piemontesi che furono pagate con il fisco operato dai piemontesi. La solida moneta aurea ed argentea borbonica venne sostituita dalla carta moneta piemontese, (carta straccia, senza nessun valore), provocando la più grande devastazione economica mai subìta da un popolo. Migliaia di persone furono imprigionate senza sapere di cosa fossero accusati, messi in prigione solo per impossessarsi del loro danaro e beni. Molti, ancora, venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica. Le spese per la liberazione furono addebitate proprio alle regioni liberate. L’arretrato sistema tributario piemontese fu applicato nell’ex regno, che fino allora aveva avuto un sistema fiscale mite, razionale, semplice e soprattutto efficace nell’imposizione e nella riscossione, dichiarato tra i migliori in Europa. Al Sud fu applicato un aumento di oltre il 32% delle imposte. 54 paesi rasi al suolo e un 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all’indomani dell’Unità d’Italia. Fu la prima pulizia etnica della modernità occidentale, operata sulle popolazioni meridionali, dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863. La legge istituiva, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un vero genocidio. Oltre 40.000 soldati dell’esercito borbonico vennero portati in carceri di massima sicurezza, veri e propri lager, chiamati di correzione. Li i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po’ di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali ed ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Pochissimi furono i sopravvissuti, la loro vita, in quelle condizioni, non superava i tre mesi. E proprio a Finestrelle, uno di questi famosi e tristi lager, vennero portati prigionieri che da accordi intervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano essere lasciati liberi alla fine delle ostilità. La liberazione, da quei lager, avveniva solo con la morte ed i corpi, (non erano ancora in uso i forni crematori), venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l’iscrizione: "Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce". (ricorda molto la scritta nei lager nazisti).
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L’elenco delle vittime

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