Giovanni Falcone. La rabbia di un giovane siciliano


Assistiamo impotenti all’ipocrisia dei politici che si ricordano di commemorare ma soprattutto non dimenticano il loro bacino elettorale mafioso.
mercoledì 30 maggio 2007, di Antonio Carollo - 703 letture

Mi permetto di pubblicare una lettera di un altro giovane ventenne trabiese indirizzata a me e a certi suoi amici. Il giovane prende spunto dall’incontro a Palermo dei giovani di tutta Italia con le autorità nazionali, in particolare dallo scambio di battute tra il diciannovenne Francesco Cipriano e il ministro Amato, il 23 maggio, anniversario del barbaro assassinio di Giovanni Falcone e dalle celebrazioni fatte da tanti consigli comunali dell’Isola. Abbiamo letto con quale supponenza, (offendendo, anche) Giuliano Amato abbia risposto a Francesco che con forza rilevava l’insufficienza dell’azione della politica nei confronti della mafia. Questo episodio riveste un grande significato civile perché testimonia l’assoluta libertà di pensiero e di espressione di un giovane in un ambiente di cupo condizionamento psicologico.

Tornando al ragazzo di Trabia sono convinto che se glielo avessi chiesto mi avrebbe autorizzato a pubblicare anche il suo nome. Una tale richiesta però sarebbe stata ingiusta. In una terra di antiche dipendenze e coercizioni il processo di liberazione della piena libertà di espressione ho la sensazione che sia ancora faticosamente in marcia. Credo che il meccanismo dell’autocensura funzioni ancora molto tra gli adulti e le persone già mature: è un retaggio di sottomissioni (nessuno di noi ne è del tutto esente) che alla fine si traduce nella perpetuazione di un miserevole stato di latente illegalità e sopraffazione.

A fare da contrappeso a questa deficienza di espressione spesso viene fuori il fiume, o il ruscelletto, della retorica più o meno camuffata da accenti forti di sicuro effetto emotivo, accompagnato dall’atavico vezzo di spaccare il capello in quattro. In occasioni come questa del 23 maggio si ha la visione plastica della verità di questa antica contraddizione che, vuoi o non vuoi, ci portiamo dietro ed inevitabilmente trasmettiamo alle nuove generazioni. Schiere di consiglieri declamano e si commuovono fino alle lacrime nel rievocare l’orribile assassinio di un uomo divenuto eroe perché pretendeva di fare bene il suo lavoro. Se occorre muovere un dito per cercare di costruire una società più giusta e solidale, senza mafia e senza marciume politico, come voluta da Falcone, si crea immediatamente un vuoto pneumatico che inghiotte tutte le belle intenzioni e le maliose bellezze delle frasi ad effetto.

Ecco la lettera del ragazzo di Trabia:

“Sicuramente è bello che per ogni 23 maggio si ricordi Falcone, ma è molto triste pensare che serve un 23 maggio, e tante altre simili ricorrenze, per ricordare i caduti per mano mafiosa; che serve un 23 maggio per dare luce alla Sicilia; associando il suo nome con quello di mafia; che serve un 23 maggio per assistere attoniti ed impotenti all’ipocrisia della politica, che si ricorda di commemorare, ma soprattutto non dimentica il suo bacino elettorale mafioso, dal quale attinge per i vari eventi elettorali, a suo piacimento; che serve un 23 maggio per ricordarsi del degrado della sanità siciliana, della situazione rifiuti, della precarietà e quant’altro.

Spesso il popolo siciliano si indigna di cose molto futili, come i pettegolezzi da cortile o da bar, ma non riesce ad indignarsi davanti ad una politica collusa, un clientelismo diffuso (direi istituzionalizzato), una burocrazia che fa tutto tranne che un sevizio pubblico, e tante altre cose che in una comunità civile, quale è uno Stato di diritto, l’indignazione sarebbe una reazione minima a tutto ciò. Che Guevara diceva : "Il miglior modo per dire é fare".Mi sorge d’istinto una domanda, ma se da noi manca anche il dire? A te la risposta... A te cosa indigna? A me l’indifferenza.

L’indifferenza con cui vengono dimenticate e calpestate le idee di quei due magistrati, non dalla politica, ma dalla classe media, intellettuale e borghese, che ormai convive e lucra con la mafia”.

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