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Giosuè Carducci a cent’anni dal Premio Nobel


La parabola dell’interesse per Carducci negli ultimi decenni. Quali versi resistono alla prova del tempo?
giovedì 14 dicembre 2006, di Antonio Carollo - 1538 letture

Nei giorni scorsi, nel centenario del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Pietrasanta ha festeggiato con un convegno Giosuè Carducci. Sono intervenuti professori universitari e studiosi. Particolare attenzione si è posta sull’infanzia e sull’adolescenza trascorsa in Toscana e sul versante lirico della sua opera poetica. Valdicastello e Seravezza, insieme a Bolgheri, Castagneto, S. Miniato, sono luoghi mitici del suo fare poesia.

Se Bologna, dopo gli inizi a Firenze, è la città delle sue battaglie ideali e civili, la Toscana è il giacimento da cui attinge motivi, paesaggi, affetti, sensazioni, memorie, che custodisce nel fondo del suo animo e che affiorano nel momento del ripiegamento interiore.

Carducci ha dominato la vita culturale del secondo Ottocento. Per quarant’anni ha interpretato lo spirito del suo tempo imperniato sul contrasto tra i miti della storia patria, del mondo classico e del progresso politico, sociale e civile, rappresentato dalla rivoluzione francese, e la nota intimistica, elegiaca e funebre.

In quest’ultimo dopoguerra è stato rimosso dalla coscienza della cultura letteraria e politica. Le ferite della guerra e della sconfitta sono profonde; la sua enfasi appare fuori posto. Il neorealismo e la neoavanguardia eclissano la memoria di quella energia creativa che si distende in metri classici, frutto di sperimentazione, non tanto sul linguaggio, quanto sulle tecniche metriche (vedasi la ripresa in chiave moderna dell’esametro latino e greco, della rima, delle strofe saffiche e alcaiche) e del senso alto e profetico della figura del poeta.

La parabola dell’interesse alla lettura dei suoi versi, negli ultimi decenni, rimane discendente. Impossibile riproporre l’antica triade Carducci, Pascoli, D’Annunzio. Il primo rimane fatalmente impigliato nel mondo ottocentesco, al suo classicismo romantico, carico di razionalismo, al suo realismo positivista, intriso di certezze e di fiducia nel progresso. La rivoluzione portata dal simbolismo (Baudelaire, Verlaine, Rimbaud) lo sfiora appena. Per Carducci un paesaggio, un’immagine, hanno una loro giustificazione razionale, per Baudelaire sono la proiezione di uno stato d’animo. La metafora, l’analogia, la corrispondenza sono estranee al verso di Carducci.

I critici del Novecento (Petrini, Praz, Binni, Sapegno, Baldacci, Bàrberi Squarotti), pur non sminuendo il valore storico della sua testimonianza, elevatasi fino a guida delle idealità culturali e civili dell’Ottocento italiano, si soffermano sui prodotti della sua maturità inoltrata, Odi barbare, Rime nuove, Rime e ritmi, ove il classicismo illuminista si fonde con un misurato lirismo permeato di accenti sinceri sul dolore dell’uomo, sugli affetti, sulla malinconica contemplazione della bellezza della natura, sul trascorrere del tempo e delle vicende umane, sulla disperazione e sulla morte. Viene fuori così il suo realismo classicistico (Ferroni) basato su immagini corpose e plastiche, il rifiuto del languore romantico, le novità lessicali (fino all’uso di termini della quotidianità). Il Carducci, quindi, che oggi rimane leggibile è quello della meditazione amara e malinconica sull’esistenza, immersa in una caliginosa atmosfera, scolpita in versi memorabili per realismo e resa emozionale.

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