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Giorgio Squinzi RIP

di Redazione - giovedì 3 ottobre 2019 - 290 letture

È morto a Milano Giorgio Squinzi, ex presidente di Confindustria, amministratore unico di Mapei, azienda fondata dal padre Rodolfo nel 1937. Squinzi, 76 anni, malato da tempo, era ricoverato all’Ospedale San Raffaele. Nato nel 1943 a Cisano Bergamasco (Bg), imprenditore di seconda generazione, è stato presidente di Confindustria dal 2012 al 2016, succedendo a Emma Marcegaglia, prima dell’attuale presidente Vincenzo Boccia.

Era proprietario dal 2002 della squadra di calcio del Sassuolo, acquistato nei bassifondi della serie C2 e portato a far stabilmente parte della serie A, dove sta disputando il settimo campionato di fila. La proprietà di Squinzi non si è distinta soltanto per una dimensione di investimenti importante per una squadra provinciale, ma anche per una gestione sportiva e imprenditoriale molto oculata. Dalle maglie neroverdi sono passati, in questi anni, tecnici e giocatori che si sono poi affermati in contesti maggiori, ma il Sassuolo è anche una delle poche squadre del campionato ad avere uno stadio di proprietà, quello di Reggio Emilia, sul modello delle squadre inglesi, già attuato dalla Juventus. Numerosi i messaggi di cordoglio dai dirigenti delle altre società calcistiche.

Laureatosi nel 1969 in chimica industriale all’Università Statale di Milano, nel 2002, aveva ricevuto la laurea ad honorem in ingegneria chimica dal Politecnico di Milano. Prima di diventare presidente di Confindustria, era stato anche vicepresidente degli industriali con delega alla ricerca e all’innovazione, presidente di Federchimica e vicepresidente di Assolombarda.

Appassionato anche di ciclismo (il padre era stato un professionista di questo sport), la sua azienda ha sponsorizzato per dieci anni la squadra professionistica Mapei-Quick Step.

Fonte: RaiNews.


Quando si dovrà riscrivere la storia economica e sociale (che aldilà di quella politica più superficiale, è l’unica storia che conta) del nostro Paese si dovrà ricordare il significato che hanno avuto alcuni imprenditori provenienti dalla "provincia". Dopo i piemontesi e i lombardi, un ruolo lo hanno avuto gli emiliani e romagnoli. Certamente, la loro esistenza non è pensabile senza la presenza di uno Stato comunque erogatore di appalti, fondamentali specie nel settore edilizio; uno Stato che dà la cornice delle leggi e dei regolamenti in cui muoversi; che progetta e stabilisce quali sono le opere fondamentali da costruire e in quale direzione l’economia debba andare. Gli "imprenditori" italiani non sono mai stati capaci di avere un ruolo reale di progetto - a parte qualche raro caso, subito rigettato (si pensi a Olivetti, a Mattei, a Gualino ecc_). Il più delle volte hanno vissuto alle spalle dello Stato, socializzando le perdite e incamerando il più possibile gli utili per esportare all’estero i capitali. Il "miracolo" economico proveniente da alcune Regioni ex povere come l’Emilia e la Romagna o il Veneto, è dovuta a un immenso investimento statale, anche sotto forma di scuole e di ricerca (gli "imprenditori" italiani sono famosi per non aver mai messo una lira nella ricerca; non a caso l’eccezione: alla Mapei di Squinzi il 5% del fatturato andava in ricerca), una pianificazione per lo sviluppo che a volte ha funzionato, altre volte no (si pensi alle regioni del Sud). Sempre considerando che in economia nulla si dà "per sempre" ma tutto cambia spesso nel giro di qualche anno.

In Emilia e in Romagna si è costruito un humus distribuito di piccole e medie imprese, in cui il "modello sovietico" declinato all’italiana ha avuto un suo ruolo. Dopo la ristrutturazione avviata dal nostro Paese nel 1975, queste regioni si sono trovate in una posizione privilegiata dal punto di vista della ridistribuzione dei redditi e delle attività lavorative. Nel settore alimentare con alcune punte di diamante: come Parmalat. Appunto, considerando l’esito negativo che questa "impresa" ha avuto. Un modello che ha mostrato, negli anni Novanta e poi, forti contraddizioni. E tuttavia un modello relativamente vitale, tanto da portare uno dei suoi "prodotti culturali" alla presidenza di Confindustria. Siamo in piena epoca spartitoria (quella che sarà chiamata "era Berlusconi") succeduta all’epoca della lottizzazione (Prima Repubblica). In questa nuova epoca i ricchi diventano sempre più ricchi, e viene meno la funzione di ridisdribuzione di redditi che aveva lo Stato nella Prima Repubblica. Dominano gli squali, che a volte mostrano la faccia cattiva, a volte quella più rassicurante e benevola. Fin quando i nodi vengono al pettine, e l’Italia viene commissariata. In un momento di crisi: della politica e dell’economia italiana, ma anche della "tenuta" morale stessa di queste istituzioni. In Confidustria si pensa di mettere a capo un "volto pulito", il solito babbione che permetta di "passà a nuttata" - mi ricordo una conversazione che ebbi all’epoca con una imprenditrice siciliana, entusiasta della nomina e speranzosa, mentre io ero molto più dubbioso. Si ricordi la punta più alta di questa crisi che colpì all’interno Confidustria: lo "scandalo" legato al Sole 24 Ore, con strascichi giudiziari di lunga sentenza: i dati falsi di tiratura e di conseguenza il falso dichiarato ai propri sponsor investitori, oltre la figura barbina fatta in Europa e nei mercati internazionali con questa vicenda. E parallelamente in Sicilia lo scandalo che lega uno dei maggiori esponenti di Confindustria all’accusa di metodi spregiudicati di gestione dei rapporti con il sistema isolano (l’hanno chiamato "il sistema Montante"). Il sistema ha cercato linfa nuova nella "provincia", pescando nei "giovani industriali" e nei distretti e nelle attività "di successo" nonostante il "tutto" rappresentato dalla crisi e dal doping concesso alle nostre industrie dai bassi salari e dall’evasione fiscale continua.

Squinzi è stato uno degli imprenditori di seconda generazione che hanno mantenuto le proprie attività su un livello decente: tra innovazione (le guaine Mapei sono state dei prodotti "eccellenti" nel settore dell’edilizia) e corretto modo di condurre una "impresa". Si è trovato, come dicevamo, a guidare Confindustria in un momento molto delicato, in cui troppi squali di prima, seconda e terza generazione erano impegnati nella lotta per la sopravvivenza del più ignobile e del più capace di percepire dividendi nei Consigli di Amministrazione delle società per azione. È come dicevamo una storia che prima o poi dovrà essere scritta, ma una storia in cui Giorgio Squinzi non avrà un ruolo negativo. Il tempo, con lui, sarà galantuomo - come si diceva una volta, e come non a caso non si dice più.



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