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Giocando con la geografia

di Sergej - mercoledì 13 marzo 2019 - 943 letture

Si discute, in uno sprazzo di consapevolezza (tranquilli, passerà: domani tutta l’attenzione sarà concentrata su un altro argomento, completamente diverso) della “via della seta”, come con poca fantasia l’hanno chiamata i giornalisti: il corridoio di comunicazione terrestre e marittimo che la Cina intende costruire per avere un collegamento con questa parte dell’Europa. E’ una cosa su cui stanno lavorando da un decennio abbondante, e non è dunque una cosa “effimera”. I più se lo dimenticano, ma l’Albania di Noxa ebbe l’appoggio della Repubblica Cinese finché esistette il “muro”. E non a caso. Ci sono cose che permangono nel lungo periodo e che hanno poco a che fare con l’effimero delle news dei giornali.

La “via della seta” ha per l’Italia - secondo uno sforzo fatto da più governi precedenti quello attuale - l’utilizzo di alcuni porti italiani. Per un certo periodo si pensava Gioia Tauro, e difatti si sono sborsati diversi investimenti per fare di Gioia Tauro un hub per i container diretti e provenienti in Oriente.

Da qualche anno si pensa a Trieste. La tentazione è inserire anche Genova, ma qui c’è la concorrenza di Marsiglia appoggiata dal governo francese, per cui le chances di Genova sembrano miserevoli.

Da questo punto di vista, il corridoio ferroviario pensato tra Francia e Torino è decisamente inconcludente. Dovrebbe essere esteso a Trieste, per avere senso. Un senso che rafforza l’idea della separazione delle regioni della piana Padana dagli interessi del resto della Penisola.

Cosa ne venga di tutto questo alle regioni del Sud Italia è opinabile; a meno di assicurare porti per la protezione della “via” marittima, cioè basi militari di contorno. Insomma, ancora una volta i governanti italiani pensano a corridoi per il Nord italico, mentre per il Sud non hanno uno straccio di piano economico di sviluppo.

Nel frattempo, gli Stati Uniti fanno filtrare la loro contrarietà. Ora, se un Impero ha contrarietà a una cosa, ha altri mezzi per imporre il proprio divieto. La contrarietà declamata ha altri fini, è un gioco delle parti nella polemica sceneggiata con la Cina. I giornali pagati italici subito si inchinano a quella che credono essere una direttiva, per sì e per no (non si sa mai cosa vuole davvero il padrone), e danno fiato alla (finta) polemica. E così si passa il giorno.

Nella realtà è vero che la Cina tendenzialmente si rafforzerà sempre di più e diverrà un Impero militare oltre che economico. Quando il mondo è caduto nelle mani degli inglesi, le loro capacità imperiali hanno determinano due guerre mondiali (scaricate addosso alla Germania), e con l’uso della droga l’eliminazione della Cina dalle nazioni economicamente importanti; finito il governo piratesco degli inglesi, il governo di Russia e Stati Uniti ha permesso l’emergere di Stati regionali sempre più forti, e il riemergere della Cina come tradizionale Impero economico. Gli Stati Uniti mantengono ancora il vantaggio di una generazione rispetto alla Cina, ma tra vent’anni il gap potrebbe essere superato e molti ambienti statunitensi si chiedono come bloccare il processo di espansione della Cina: sul piatto vi sono varie opzioni, alcune di queste non propriamente felici per l’umanità in genere.

Nel contesto, avere come opzione l’appoggio cinese, oltre quello statunitense e tedesco, potrebbe essere per l’Italia una buona cosa.

Sempre che l’Italia mantenga una unità geografica e politica. Il rafforzamento di Trieste sempre più, ad esempio, farà transitare Trieste verso l’indipendenza, quale porto naturale della regione tedesca sul mar Adriatico (come era fino al 1915, anno horribilis dell’inizio della mattanza europea sul fronte italico). Con buona pace dell’idea metternichiana dell’Italia quale realtà politica oltreché geografica.



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