Gilles Mènages, Storia delle donne filosofe

di Pina La Villa - venerdì 7 dicembre 2007 - 5497 letture

Gilles Ménages, Storia delle donne filosofe, prefazione di Chiara Zamboni, ombre corte/cartografie, 2005

Gilles Ménage (1613-1692), latinista e grammatico di fama, precettore di Madame de Sévigné e Madame de Lafayette.Appassionato di filologia classica, curò l’opera di Diogene Laerzio (sul modello della quale scrisse questa storia delle donne filosofe). Fu uno dei protagonisti del più importanti salotti del suo tempo, del periodo “prezioso” a Parigi: Hôtel de Rambouillet (Catherine de Vivonne poi Madame de Rambouillet) e soprattutto salotto di Madmoiselle de Scudery, i cui scritti rappresentarono il manifesto del movimento prezioso

Pubblica quest’opera nel 1690, dedicandola a Madame Anne Lefebvre Dacier; amica e pensatrice. Anne Lefebvre Dacier era intervenuta con i suoi scritti sulla querelle degli antichi e dei moderni, era una grecista e aveva curato con il marito l’edizione dell’Iliade e dell’Odissea. Che Ménage abbia scritto una storia delle donne filosofe dell’antichità e che l’abbia dedicata ad un’amica pensatrice sono gesti che vanno considerati nel contesto del movimento delle preziose. Dal suo interno.

Il movimento nasce nel 1619 con madame de Rambouillet, che curò personalmente la ristrutturazione e l’arredamento delle stanze dedicate alla conversazione. La conversazione spaziava dagli ultimi libri usciti a Parigi alla lettura di poesie e composizioni d’occasione. I temi ricorrenti erano i sentimenti, la ragione, l’amore, i legami e gli scambi tra donne e uomini. Ma al centro sta il tema dell’amicizia. E nell’amicizia si gioca l’essenziale dle rapporto tra donne e uomini. La Fronda (alle cui posizioni erano stati vicini Madame de Rambouillet e lo stesso Ménage) era stata sconfitta e all’aristocrazia restò il salotto come unico luogo di opposizione, almeno culturale.

L’effetto più evidente di rinnovamento della cultura si ebbe nella lingua. “Tra il cinquecento e il Seicento la lingua francese si era molto imbarbarita assieme al costume. Le donne dell’aristocrazia che desideravano fare cultura trasformarono in vantaggio quello che sembrava uno svantaggio. Il fatto di non poter partecipare ad una istruzione pubblica, sostituita da insegnamenti privati, aveva fatto sì che la loro lingua fosse rimasta più facilmente fedele alla lingua materna. Alla lingua imparata in famiglia e che era un bel francese antico, rimasto puro e legato alla vita quotidiana affettiva. E’ su questo che fecero leva per rinnovare il francese del tempo, con una attenzione alla forma, alla vivacità e alla gaiezza che ha ancora tracce evidenti nel francese di oggi.”

Ménage si era occupato a fondo della lingua francese (vedi scritti p. 10) e aveva anche scritto una satira contro l’accademia. Preferiva il bon mot dei salotti. Anche La Rochefoucauld e La Bruyère li ferquentavano e , da moralisti, affrontarono il tema caro alle preziose del arpporto fra ragione e passione, ma accentuando l’elemento pessimista, al contrario delle preziose che cercavano una sintesi fra ragione e passione. In questo contesto Ménage partecipa pienamente, al contrario dei moralisti, alla giocosità e allo stile arguto dei salotti. La sua storia delle donne filosofe è quindi in perfetta sintonia coi salotti. “Nel ricordare la presenza di così tante filosofe nell’antichità, sembra suggerire che la ragione ha accompagnato le donne nell’antichità come nel tempo a lui presente. Tra le sue amiche.

Solo una volta Menage accenna al fatto che le passioni possono allontanare le donne da alcune pratiche filosofiche. (stoicismo).

Il tema dell’uguaglianza verrà successivamente, con l’illuminismo. Per il momento anche Mènage è attento alle differenze (pare che il termine “preziose” derivasse dal modo che queste donne avevano di salutarsi e che sottolineava la loro unicità e la loro eccellenza) e quindi sottolinea il diverso modo delle donne di porsi nei confronti della pratica filosofica. (fra l’altro, una delle sue fonti è Cristine de Pisan che aveva scritto “Il libro della città delle donne (1405).

Quando Mènage scrive il libro il movimento sta per finire (giansenismo a cui aderiscono molte prezose). Ma Menage non si occupa di questo. Scrive in latino probabilmente perché è ancora la lingua degli studiosi, ma anche perché l’amica a cui lodedica è una studiosa di latino e lo stesso Diogene Laerzio aveva scritto in latino.

Stile breve, secco, antiretorico. (stile maturato nei salotti. non a caso le massime di La Rochefoucault e i frammenti di La Bruyére), Mènage segue lo stile di Diogene Laerzio presentando 65 figure di filosofe, alcune solo citate per il nome e per la fonte di riferimento, la maggior parte ricordate attraverso notizie della vita e racconti che le riguardano. Moltplici fonti antiche (è un filologo) oltre Laerzio.

Prima storia delle donne filosofe. Bisognerà aspettare il XX secolo per averne altre. (Mary Ellen Waithe, A History of Women Philosophers, 1987, si è rifatta a Mènage).

In realtà Mènage ha dietro di sé una lunga tradizione (Boccaccio, Cristine de Pisan, Francesco Pona, La Moyene, Madame di Villedieu, vedi p. 17).

Normale quindi l’insistere, da parte di Mènage, sulla vita, legando biografia e pensiero (è oggi che le cose vanno diversamente, a causa dell’influenza dell’idealismo).

La storiografia positivista, volendo darsi uno statuto scientifico, distingue la storia dei fatti politici ed economici dalle narrazioni biografiche e delle storie delle famiglie. (E’ in questo momento che le donne scompaiono dalla storia)

Probabilmente insiste su questi aspetti anche perché riconosce che il pensiero femminile è inseparabile dalla vita quotidiana. Non è un caso che gli studi sulle grandi filosofe del Novecento seguano le stesse modalità. (con l’effetto però di sorvolare un po’ troppo sul pensiero di queste donne) .

Fonti: Ateneo, Laerzio, Aulo Gellio, Cicerone, Clemente di Alessandria, Giamblico, Lattanzio, Luciano, Pausania, Plinio, Porfirio. Ma la fonte più citata è la Suda, ovvero una enciclopedia dei più svariati argomenti, scritta in greco attorno al Mille.

Divide le filosofe per correnti di pensiero, ma inizia la sua descrizione da quelle che non appartengono a nessuna scuola. Passa poi a descrivere le donne della scuola platonica, accademica, dialettica, cirenaica, megarica, cinica, peripatetica, epicurea, stoica. E curiosamente le pitagoriche sono citate per ultime.

Quale è il criterio usato da Mènage per dire che una donna è filosofa (e non per esempio saggia, scrittrice o sacerdotessa)?

Lui si basa su quello che dicono le fonti e le assume quando una donna viene anche solo citata come saggia o filosofa. Poi ci sono le mogli, le sorelle, le figlie, le discepole, le amiche di un filosofo. “Che Mènage valorizzi quest’aspetto suggerisce l’idea che per lui non fosse tanto importante l’autore di un discorso filosofico, ma la pratica discorsiva come luogo di produzione di filosofia”. (vedi Pierre Hadot, è filosofo chi vive filosoficamente non chi ha elaborato una filosofia). L’esempio più grande in questo senso è quello di Ipazia d’Alessandria (375-415 circa d.C.) di cui Mènage scrive: “ Figlia e discepola di Teone Alessandrino, filosofo, geometra e matematico, superò in sapienza il padre e maestro”.


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