Ma cosa è accaduto in questi tribolati anni di chiusura del giardino in cui tutte le operazioni sono state svolte nei segreti di Palazzo e non nella trasparenza con i cittadini?
“A villa rapiu”. Con queste parole molti cittadini increduli hanno salutato l’apertura del giardino Bellini a Catania, quello chiuso per un paio di anni alla cittadinanza e per i quali sono stati spesi vagoni di milioni di euro, tre dei quali raccattati in zona cesarini per non fare sfigurare del tutto la città di fronte all’Unione Europea.
Ma cosa è accaduto in questi tribolati anni di chiusura del giardino in cui tutte le operazioni sono state svolte nei segreti di Palazzo e non nella trasparenza con i cittadini? Di tutto e di più. Andiamo a vedere la cronistoria dei fatti.
Tutto inizia quel brutto giorno del 16 maggio 2007, allorquando la Commissione Europea chiede al Comune di Catania maggiori dettagli sulla modifica dei costi inerenti il progetto di ricostruzione della villa. Il Comune risponde che le variazioni dei costi del progetto sono avvenute in base al nuovo listino dei prezzi regionali recentemente modificato.
L’Unione Europea non si fida dei catanesi e nel 2009 effettua una revisione dei progetti facenti parte del programma Por per la Sicilia 2000-2006 in cui rientra il progetto dei lavori della villa.
Qui iniziano le comiche, anche perché la Commissione pretende massimo rigore e trasparenza nelle gare d’appalto e richiede maggiori informazioni dal Comune sulla pubblicazione della gara presso la gazzetta ufficiale dell’ Unione Europea, sulla parità di trattamento per i candidati e relativa pubblicazione dei risultati sulla gazzetta ufficiale.
Il tempo trascorre e mentre i lavori proseguono a rilento nel 2009 viene riaperta parte della villa acclamata come se fosse un evento straordinario dopo due anni di interminabili lavori.
Ma non è finita. Sorgono dei comitati spontanei di cittadini i quali richiedono trasparenza e legalità nell’esecuzione dei lavori oltre a conoscere quanti milioni di euro di fondi Por siano stati sperperati per la realizzazione del restauro.
Sempre nel 2009, in sede di Consiglio comunale, si crea una commissione di inchiesta voluta da quindici consiglieri per capire che fine hanno fatto i soldi e perché i tempi di realizzazione dell’opera a due anni di distanza non sono ancora terminati.
La commissione si rivela un bluff nonostante sia voluta da quindici “coraggiosi” consiglieri comunali i quali hanno cercato di fare un po di luce sulla vicenda. Ricordiamo qui di seguito i loro nomi per correttezza istituzionale. Manlio Messina (Pdl), Puccio La Rosa (Pdl Sicilia), Carmencita Santagati (Pdl), Andrea Barresi (Udc), Vincenzo Li Volsi (Pdl), Vincenzo Castelli (Pdl Sicilia), Carmelo Giustolisi (Pdl), Gemma Lo Presti (La Destra), Francesco Montemagno (Misto), Rosario D’Agata (Pd).
La commissione, abortita sul nascere, sarà ripudiata fin dal primo momento dal Pdl (ancora non si era scisso).
Sulla vicenda, frattanto, interviene anche la Procura della Repubblica di Catania (quella che ultimamente si è interessata anche a “Sud”) la quale richiede gli atti ufficiali al sindaco Stancanelli.
E qui avviene l’impensabile, per la serie “il bagaglino a Palazzo degli Elefanti”. Raffaele Stancanelli trasmette la documentazione necessaria in Procura, e per farlo chiede il tutto all’avvocatura comunale la quale risponde che gli atti sono in procura già da un anno, dopo l’intervento della guardia di Finanza che ha sequestrato tutto il materiale riguardante la villa.
Sembra un barzelletta eppure non lo è. In città, giornalisti, addetti ai lavori e soprattutto i cittadini si pongono alcune interessanti domande: perché il sindaco non ne sapeva nulla? Chi era a conoscenza di questo trasferimento di atti? Chi sapeva perché non ha riferito in Consiglio comunale?
La farsa non è ancora finita. Proseguono le lamentele per la mancata commissione di inchiesta e se di ciò se ne fa portavoce la consigliera dell’Udc Valeria Sudano, la quale ammette nauseata: “Siamo responsabili del nostro operato innanzi ai cittadini che ci hanno accordato il loro voto”. Da apprezzare la sana autocritica.
L’ultimo atto di questa scena patetica è la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale dell’Unione Europea degli avvenuti lavori di restauro della villa. Il Comune omette di pubblicare il bando dei lavori sulla gazzetta ufficiale italiana (figuriamoci su quella europea) in cui dovevano comparire le ditte che avevano partecipato alla gara d’appalto. Non avviene ciò. La Commissione Europea se ne accorge e richiede gli atti ufficiali.
Trascorrono i mesi e mentre il Comune si giustifica dicendo di avere le carte in regola, l’Unione Europea non riceve un fico secco da Catania.
Spazientita, la Commissione intima Catania a inviare gli atti. Volete sapere la scusa inventata dal Comune di Catania? La stampante risultava rotta e il materiale non poteva essere stampato e inviato.
Già, la stampante. Quello strumento che possiede ciascuno di noi dentro ogni casa era divenuto il limite invalicabile tra Catania e la Commissione Europea.
La “barzelletta”, come già predetto, si chiude con l’apertura del giardino al pubblico il 23 settembre. Qualcuno chiede dove siano stati reperiti i soldi per il completamento (fuori tempo massimo) dei lavori. Gli assessori rispondono in coro che sono stati reperiti dai mutui residui dell’amministrazione.
Bella consolazione. Tre anni di lavori, milioni di euro buttati al vento, e una figuraccia incredibile con l’Unione Europea. Cosa si vuole di più dalla vita?