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Giappone e Libia: la schizofrenia della globalizzazione


La globalizzazione è un argomento da salotto oppure un evento sostanziale? La realtà ci fornisce dei segnali contraddittori.
martedì 22 marzo 2011, di Emanuele G. - 707 letture

Gli accadimenti di queste ultime settimane sono sì tanti e tali da non aver tempo di fermarsi ad analizzare a mente fredda quanto succede. Si ha l’impressione che la realtà si dispieghi seguendo logiche tutte sue. Facendo arrancare tutti noi. E di parecchio. A mio avviso sta avvenendo una discrasia molto pericolosa. Fondiamo la lettura della realtà su degli slogan e, al contempo, non siamo in grado di governarla. Il risultato è sotto gli occhi di tutto. Si arriva sempre un attimo dopo che l’evento è successo. Con l’aggravante che la casistica precedente non ci ha insegnato un bel nulla.

Prendiamo l’esempio della globalizzazione. Da anni è una delle parole più usate. Google ha repertoriato ben 5.160.000 siti che la citano! Tutti la conoscono. Tutti la inseriscono nei discorsi anche dove è di nessuna utilità pratica. E’ la classica “idée force” che ci martella in continuazione. Ma siamo sicuri che ne comprendiamo le reali implicazioni? Cioè ci rendiamo conto di cosa significhi vivere in un mondo più piccolo e senza barriere? In concreto. Abbiamo adeguato la mente all’enorme forza riformatrice della globalizzazione? Non lo credo. Reputo che spesso globalizzazione faccia rima con argomento da salotto. Se ne discute, poi… Ho difficoltà a sentirla come evento sostanziale. Ossia come abito mentale capace di rendere conseguenti il pensiero e le azioni di una comunità. Nella fattispecie il mondo intero.

Giappone e Libia rappresentano – secondo me – due esempi di atteggiamenti contraddittori da parte di un mondo che si crede “globalizzato” non essendolo di fatto.

A Fukushima si è manifestato un’ipocrita forma di nazionalismo. In che senso? Si è creduto da parte della autorità giapponesi che le ricadute dell’incidente alla centrale nucleare rimanessero circoscritte entro i confini del paese asiatico. Quanto può essere stolto l’animo umano quando reagisce a situazioni di pericolo… In questi giorni le autorità giapponesi ci hanno sommerso di dichiarazioni a metà strada fra l’ufficiale e l’ufficioso, di giochetti sul livello di attenzione, di mezze verità e così via discorrendo. Come? Tutti noi reputiamo di vivere in un tempo globalizzato e perseveriamo nel ritenere validi i rispettivi orticelli? Qualcosa – evidentemente – non funziona. Quanto successo a Fukushima non può non avere conseguenze oltre lo steccato giapponese. E’ venuto il momento di cambiare le regole del gioco. Ossia diminuire il c.d. “principio di sovranità nazionale” che diventa una foglia di fico da disapprovare del tutto. La mia proposta è che a sviluppare la “governance” su ogni disastro naturale in grado di attentare alla sicurezza mondiale sia un organismo sovranazionale. Nel caso di Fukushima, l’organismo indicato per la bisogna era l’Agenzia Atomica Internazionale (Aiea). Ciò avrebbe consentito di raggiungere quel livello di trasparenza ed efficienza auspicato da più parti. Volendo sintetizzare il concetto. Abbiamo, al momento, solo questa terra e se aneliamo a una sicurezza globale in riferimento ai pericoli derivati da disastri ambientali è nostro obbligo mettere da parte l’orgoglio nazionale e accettare di risolvere in modo corale le conseguenze lasciata dai succitati disastri. Spero che conveniate con la mia modesta proposta.

Sulla stessa linea i drammatici eventi che stanno accadendo in Libia. Ogni giorno si perora da più parti che uno degli assi strategici del mondo globalizzato deve essere il rispetto dei diritti dell’uomo. Tale litania ci è ripetuta fino alla nausea. Convegni. Dichiarazioni. Libri. Trasmissioni televisive. Manifestazioni pubbliche. A parole, dovremmo essere convinti difensori dell’inalienabile diritto dell’uomo alla propria dignità e libertà. Appunto a parole… Nei fatti le cose non stanno in tali termini. Prima di prendere una decisione netta e precisa in relazione a un’evidente situazione di violento restringimento della libertà individuale e collettiva passa un tempo impressionante. Un mondo che si definisce globalizzato non può andare avanti così. L’affermazione dei diritti dell’uomo deve costituire una sana pratica giornaliera. Non è più pensabile di far passare del tempo prima di assumere una posizione, ecco. Pertanto vanno riviste – in profondità – tutte quelle procedure che hanno l’obiettivo di dichiarare, secondo il diritto internazionale, una condizione di non soddisfacente tutela dei diritti dell’uomo. Altre strade non sono minimamente ipotizzabili. Da quando sorge, ad esempio in Libia, un problema afferente a delicatissime questioni concernenti la dignità dell’uomo al momento della presa di una decisione condivisa la tempistica ha da essere contingentata. Una globalizzazione senza un diffuso senso di sicurezza globale non ha senso.

La globalizzazione è sorta a causa dell’allargamento dello spazio relazionale ed economico dell’uomo. E’ sorta in maniera per lo più spontanea. Priva di regole o di procedura o di modalità. Tuttavia, è venuto il tempo di costruire un “corpus” di regole chiare e stringenti. Non per attentare alla naturale propensione dell’uomo a essere libero. Oppure per comprimere la sovranità delle nazioni. Semplicemente per essere in possesso di alcune regole del gioco che agevolino la vita di sei miliardi di uomini e donne che vivono su un pianeta chiamato Terra. E si inizia da due problematiche di assoluta priorità. I diritti dell’uomo e le emergenze ambientali. L’alternativa è purtroppo aumentare il grado di non governabilità del mondo attuale Con tutti gli spiacevoli “inconvenienti” che ciò comporta. Avendo alcune regole – ritengo – che potremmo vivere con più coscienza e soddisfazione un mondo complesso e difficile come quello presente. La storia di oggi ci lancia delle sfide che noi dobbiamo essere capaci di affrontare con lo scopo di prepararci al mondo del futuro senza l’ansia tipica dei c.d. “catastrofisti”.

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