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Gestione Stalking


La stesura della legge, legata al progetto Arianna, come si ricorderà, conteneva varie contraddizioni di applicazione, evidenziando varie amnesie dei legislatori sui campi di applicazione.
mercoledì 23 settembre 2009, di Piero Buscemi - 413 letture

“Se qualcuno ti perseguita con telefonate, sms, appostamenti e pedinamenti, commette un reato (art. 612 bis c.p.)”. Così recita uno spot su internet, indicando il numero telefonico 1522 dell’Antiviolenza. Il collegamento a questo spot ci riporta sulla homepage del Dipartimento per le Pari Opportunità, dove il ministro Garfagna, promotrice del progetto, ci spiega nel dettaglio le motivazioni della realizzazione di questo servizio pubblico.

Il numero è operativo 24 ore su 24 e il servizio si articola con l’intento di mettere in relazione le varie strutture periferiche, che a vari livelli dovrebbero occuparsi del problema violenza. Il nome stesso del progetto, Arianna, contiene il metodo operativo indirizzato verso una sorta di Rete Nazionale Antiviolenza.

La stesura della legge, legata al progetto Arianna, come si ricorderà, conteneva varie contraddizioni di applicazione, evidenziando varie amnesie dei legislatori sui campi di applicazione. Erano rimasti fuori da questa forma di tutela, le persone lesbiche, gay e trans, come ad indicare nella forma più stretta l’uniformità di pensiero da parte dei parlamentari, non solo di maggioranza, che affibbiando l’attributo giusto al singolo gusto sessuale dimostrasse la differenza con le più semplici e “pure” persone. In buona sostanza, con le donne, quasi fosse possibile distinguere le varie forme di violenza, riducendo il giudizio tra quelle ammissibili e no.

Un ravvedimento a questa discriminazione fu sottoposto, successivamente, alla commissione Giustizia a Montecitorio cercando, tramite un ddl più consono alla problematica, di trattare l’argomento parlando di violenza in senso più ampio, o se si vuole in senso più stretto, dove qualsiasi attributo di selezione perdesse ogni giustificazione.

Tra queste due fasi di discussione si è passati da un governo di centrosinistra ad uno di centrodestra, con la consapevolezza che i politici italiani in toto, pur avendo capito l’importanza di formulare un decreto legge su una questione da sempre messa in secondo piano, non sono riusciti a liberarsi dal condizionamento che una cultura bigotta e conservatrice, sostenuta dalla presenza nel territorio del capo di una delle più conservatrici religioni monoteiste.

Gli atti di violenza gratuita registrati nel paese hanno continuato a indirizzare l’attenzione dell’opinione pubblica verso episodi di violenza sessuale, consumata ai danni delle donne. Di pari passo anche quella rivolta a un numero senza fine di casi che hanno visto protagonisti i bambini. Cercando sempre di abbassare il livello di allarmismo sulla vera natura dell’italiano medio, se è preferito spesso soffermarsi sull’argomento, quando l’autore del reato faceva parte degli extra.

Se poi le cronache ci hanno consegnato storie di ordinaria follia, figlie di stupri di gruppo in nottate di festa votate al consumo di alcol e droghe varie, e se per i protagonisti principali di tali bassezze si è dovuto ammettere la loro origine indigena, è bastato costruire una propaganda alla perdizione sociale di ragazze, non più solo donne da tutelare, abbandonate ai vizi e al sesso d’avventura, procacciatrici di copulazioni orgiatiche ai danni di ingenui figli di papà.

Se vogliamo, poi, trattare solo i provvedimenti adottati con la legge-stalking, concepita per aiutare le donne nelle loro battaglie anti-violenza, l’alta percentuale statisticata sui casi di violenza subita all’interno del proprio nucleo familiare, bisognerebbe soffermarci con più nozione di causa su quello che realmente accade nel caso di chiamata d’aiuto. Le forze dell’ordine messe in causa, troppo spesso, intervengono con il freno a mano tirato, perché il luogo comune e il bigottismo sopra menzionato, la fa da padrone.

"Tra moglie e marito non mettere il dito" è da sempre il proverbio più inflazionato. Se poi i casi diventano televisivamente appetibili, possiamo sempre mandare in onda il sabato sera in seconda serata, la trasmissione-denuncia (?) con la parola “criminale” legata nel titolo al sostantivo alla moda del momento. Così, tanto per dare un’immagine di tv-informazione.

Sfioriamo soltanto i mezzi messi a disposizione dei giudici nel formulare le loro sentenze per i reati di violenza alle donne. Crediamo di aver aperto una voragine, trattando questo argomento in questo articolo. Andare oltre si rischia di caderci tutti dentro.

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