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Gerusalemme: è crisi politica.


Il partito di Sharon volta le spalle al premier e vota no al ritiro unilaterale da Gaza.
mercoledì 5 maggio 2004, di Giovanni Battaglia - 1914 letture

Il Likud, prima forza politica di Israele, nonché partito del premier Ariel Sharon, ha dimostrato di essere assolutamente contrario al ritiro dei coloni israeliani dalla striscia di Gaza (territorio palestinese),e lo ha fatto nell’occasione più importante, al referendum interno del 2 maggio. Il primo ministro israeliano aveva promosso il ritiro da Gaza indicandolo come unica soluzione possibile alla difficile questione israelo-palestinese, ma ha trovato il primo scoglio proprio sul suo campo: circa il 60 % degli iscritti al partito, infatti, ha risposto no al progetto del premier e del suo entourage. I primi exit-poll arrivano qualche ora dopo la terribile notizia dell’agguato avvenuto nel sud di Gaza, da parte di miliziani palestinesi, contro una famiglia di coloni israeliani attivisti. Non si fa attendere il commento del vice premier Yossef Lapid (leader del partito laico moderato Shinui), che dichiara: "Il piano di disimpegno riguarda tutto il popolo israeliano, il cui futuro non dipende da una minoranza iscritta al Likud". Il tracollo di Sharon viene commentato anche da parte palestinese: secondo il consigliere di Arafat, Nail Abu Rudeina "dopo questa disfatta, il governo israeliano deve riprendere immediatamente i negoziati con i rappresentanti del popolo palestinese, per mettersi seriamente ad applicare la Road Map (il Tracciato di pace elaborato da Ue-ONU-USA-Russia ndr)" Intanto sulla scia dell’entusiasmo per il successo ottenuto, un gruppo di coloni israeliani in Cisgiordania, ha occupato alcune case di palestinesi che non sono rimasti a guardare; solo l’intervento dell’esercito israeliano (con elicotteri e carri armati) ha posto fine alle rappresaglie. Il risultato del Referendum del 2 maggio rappresenta una ulteriore tegola che si abbatte su un processo di pace mai iniziato e gia agonizzante; l’impegno delle potenze mondiali è scarso o nullo, e come se non bastasse, a rendere tutto più difficile ci pensa quel genio politico di Bush che appoggia apertamente la politica reazionaria di Sharon. L’unione Europea può e deve intervenire affinché nasca, il più presto possibile, uno stato Palestinese autonomo e indipendente, non delimitato da muri eretti come uno smacco alla civiltà, uno stato che difenda il diritto dei palestinesi ad abitare le proprie terre. In tutto questo l’informazione avrà un ruolo fondamentale. La gente deve sapere che i soldati israeliani usano i bambini palestinesi come scudi, legandoli ai carri armati; la gente deve sapere che quegli stessi soldati benedetti da Bush, sparano sulla gente indifesa o sui ragazzini armati di sassi.

Sconfiggere il terrorismo deve essere l’obbiettivo di tutti, ma il modo in cui si sta cercando di farlo ci fa essere perplessi: è giusto bombardare case ed edifici, anche in pieno giorno, mietendo vittime innocenti? I palestinesi non hanno una superpotenza alle spalle, che gli fornisce armi e denaro per l’esercito, che li difende al Consiglio delle Nazioni Unite, e che li appoggia apertamente. I terroristi rappresentano la minoranza di un popolo povero, che si batte per uno stato, una terra, una casa. Eppure tutto il mondo sta a guardare, come se quello che succede fosse normale, anzi la maggioranza delle voci afferma che "Israele ha il diritto di difendersi come meglio crede". Probabilmente nessuno interviene in maniera ferma e convinta perché c’è poco da guadagnare, ma il fiume di sangue che da anni bagna la "terra santa" deve smettere di scorrere. L’innocenza dei bambini è già un prezzo troppo alto da pagare.

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