Genere, corpi, soggetti: nuove mappe per nuove storie / Emma Baeri

di - giovedì 25 marzo 1999 - 4736 letture

Il corso triennale di formazione sulla storia di genere, nato da un’intesa tra il Ministero della Pubblica istruzione e la Società Italiana delle storiche, che si tiene a Bacoli, è giunto al suo secondo anno. Emma Baeri, dell’Università di Catania, che ha svolto la relazione introduttiva al corso di quest’anno, ce ne ha offerto alcuni brani.

Genere, corpi, soggetti: nuove mappe per nuove storie / Emma Baeri

Esperienza

’Esperienza’, è questa la parola chiave della storia nuova, una parola aperta, fluida, bifronte, lamia e la tua esperienza a confronto. Non più il vissuto, come dicevamo una volta, troppo chiusa nel suo participio passato, immodificabile quindi, e un po’ autoritario. Tutte le elaborazioni e riflessioni storiografiche maturate negli ultimi decenni nell’ambito del dibattito femminista puntano al superamento della dualità oppressione/emancipazione in quanto inadeguata a dare conto della complessità della presenza delle donne negli scenari storici, e a cercare tra le pieghe della ’condizione femminile’ quegli squarci di soggettività che precedono e seguono la consapevolezza delle scelte, dei gesti e dei pensieri quotidiani. L’affermazione che ’il personale è politico’, nel muovere il confine tra privato e pubblico ha consentito la lettura e la valorizzazione dell’esperienza femminile ovunque essa sia avvenuta, anche nei luoghi tradizionalmente privati di rilevanza storiografica, soprattutto gli spazi domestici; nello stesso tempo, quell’affermazione ha ridimensionato criticamente la portata emancipatoria del lavoro extradomestico in quanto tale, così come l’avevano teorizzata le interpretazioni liberali e democratiche. Di questa differente lettura del rapporto tra pubblico e privato, tra libertà e oppressione si è avvalsa tutta la storia delle donne, dalla preistoria ad oggi; per esempio, non solo la reclusione domestica ma anche quella monastica è stata condannata fino a ieri all’insignificanza storica da una lettura frettolosamente laicista più che laica, incapace di leggere le contraddizioni, gli spunti di liberazione, l’uso eversivo che molte recluse hanno fatto della loro condizione. Esperienza, quindi, come quella categoria storiografica che chiama immediatamente in scena i corpi, i corpi femminili ovviamente, i loro gesti e parole, le loro strategie di aggiustamento dei modelli imposti, quella quotidiana ricerca della normalità che ha ridisegnato la storia delle donne, nata, come sappiamo, come storia delle donne illustri, poi delle donne oppresse, poi dei movimenti politici, storie tutte dell’eccezionalità femminile, anche quella delle oppresse. Dico questo non già per negare l’evidenza dell’oppressione di genere come dato costante della storia degli uomini, ma per sottolineare la permanenza altrettanto evidente di strategie femminili di resistenza e di sopravvivenza, dai ’segreti delle donne’ alle reti di relazioni. La messa a fuoco dell’esperienza come categoria storiografica ha consentito infatti di guardare anche tra le pieghe dell’oppressione, riscontrando in essa elementi forti di soggettività ben oltre la sua apparente oggettività. Per certi versi quindi, lo sguardo sulla eccezionalità della storia delle donne, seppure ancora fortemente impegnato nella necessaria rilettura della storia cosiddetta generale, va a mio avviso oggi integrato politicamente (e ancora una volta la politica delle donne potrebbe orientare il senso della ricerca storiografica) con la messa a fuoco di un ’diritto alla normalità’ di tutte le donne, noi tutte donne illustri.

Osare la normalità

Per questo mi piace proporvi alcune mie riflessioni:

- poiché ciò che appare dimenticato o rimosso nelle narrazioni maschili della storia non è l’eccezionalità delle donne, bensì la loro normalità, in qualche modo avendo noi tutte corpi a-normali e fuori-legge, nuove mappe per nuove storie potrebbero essere disegnate partendo proprio da un presupposto politico e metodologico: osare la normalità.

- Ciò significa dare valore storiografico alle nostre esperienze quotidiane come misura delle rilevanze storiche, dando corpo alla nostra soggettività, che fatica ad assomigliare ai nostri più riposti segreti.

- Ciò significa che la storia scritta e trasmessa dalle donne è tutta storia del tempo presente, perché ancora nel tempo presente non ci sentiamo cittadine normali. Partire da questo quindi, individuare qui e oggi i dolori dell’incompiutezza, della mutilazione del nostro corpo politico, toglierci questi sassolini dalle scarpe e seminarli nel bosco. Saremo Pollicine per noi e per loro, le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, nella consapevolezza che le mappe da disegnare consentiranno a noi e a loro, e mai a loro senza di noi e viceversa, di tornare nella casa nuova di una storia più vera e desiderabile, delle donne e degli uomini;

- Ciò significa, ovviamente, che la storia scritta e trasmessa dalle donne è storia politica, civile e sociale insieme, poiché punta al compimento della cittadinanza come diritto alla normalità, all’agio e al benessere del nostro corpo nella pienezza di tutti i diritti.


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