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Gaza: vivere e morire sul confine

Riproponiamo l’articolo scritto da Barbara Antonelli il 17 giugno 2010 per Nena-News, sperando di risvegliare l’attenzione verso questo angolo di mondo, al quale apparteniamo tutti.

di Redazione - martedì 20 novembre 2012 - 2470 letture

Quella che prima era un’area agricola ricca di ulivi, limoni e melograni si e’ oggi trasformata in un desolato scenario, un campo di morte, con torrette di avvistamento, filo spinato, artiglieria militare, soldati israeliani pronti a sparare. In inglese e’ chiamata “seam zone” o “buffer zone”, zona cuscinetto. Nata dagli Accordi di Oslo, al confine tra Gaza e Israele, si estendeva su terra palestinese per una distanza di circa 50 metri. Nel 2000, con la seconda Intifada, Israele ha deciso di espandere l’area fino a 150 metri: tagliando tutti gli alberi alti oltre un metro e trasformando – anche prima del piano di ritiro delle colonie israeliane- un’area di terra fertile in una enclave arida e abbandonata.

Dopo Operazione Piombo Fuso, sul confine da nord a sud, la zona off- limits e’ stata ulteriormente estesa, fino a 300 metri. Cosi dicono le autorita’ israeliane, ma la realta’ dei fatti e’ diversa. Le incursioni militari di terra, carri armati e bulldozer hanno sradicato altri alberi, arbusti, distrutto le serre e divorata altra terra. Ripiantare oggi, nelle terre solo vicine al confine e’ di fatto impossibile. I soldati israeliani sparano a qualsiasi cosa si muova. Un luogo il cui accesso e’ vietato anche alle organizzazioni umanitarie internazionali.

A maggio del 2009 con una pioggia di volantini gettati dagli aeroplani, Israele ha avvertito i residenti che “avrebbe sparato a vista” a chiunque si fosse addentrato nella zona. L’area vietata si estende oggi su terra palestinese per oltre un chilometro, in alcune aree fino a due chilometri, “un danno enorme per migliaia di contadini e agricoltori, oltre il 30% della terra agricola di Gaza e’ requisita per ragioni di sicurezza” ha denunciato il PARC, organizzazione che riunisce i comitati agricoli nei territori palestinesi.

Secondo un studio della ong inglese Save the Children, il 70% delle famiglie palestinesi che vivevano vicino al confine hanno dovuto temporaneamente o permanentemente – almeno una volta dal 2000 – abbandonare le loro case e terre e ricollocarsi altrove. Ancora i dati del WFP (World Food Program) e della FAO dicono che dal 35% al 60% dell’industria agricola e’ stata distrutta a Gaza con Operazione Piombo Fuso. In termini economici, una perdita stimata intorno ai 181 milioni di dollari. In termini umani, l’impossibilita’ a sopravvivere per molte famiglie palestinesi. “Da quando e’ finita la guerra (NdR Operazione Piombo Fuso) non sono mai rientrato nella mia fattoria” dice Yahya Hudar, coltivatore di arance e limoni, di Jabalyia. Tre ettari della sua terra sono ora zona vietata.

Per la maggior parte degli agricoltori e dei braccianti agricoli per cui la terra sul confine era la sola fonte di reddito, in un luogo dove la disoccupazione e’ pari al 60%, e’ impossibile trovare un’altra occupazione. I piu’ poveri hanno cominciato un disperato girovagare sul confine, tra i resti delle macerie, alla ricerca di cemento, acciaio e altro, materiali introvabili dato il ferreo e illegale embargo imposto da Israele sulla Striscia.

Manifestazioni non-violente organizzate dai comitati popolari palestinesi sono iniziate lungo il confine gia’ nel settembre del 2008. Dall’inizio del 2010, si sono ingrandite e diffuse lungo tutto il confine, organizzate sia dal comitato locale di Beit Hanoun che dalla piu’ recente Campagna popolare per la sicurezza nella zona cuscinetto, un insieme di associazioni e gruppi locali. Saber Az – Za’neen e’ un ex lavoratore agricolo, ora coordina a tempo pieno il comitato popolare di Beit Hanoun: Az-Zaneen ha convinto i contadini e le loro famiglie a partecipare a manifestazioni settimanali, alcune voltre anche tre, quattro vole alla settimana, con l’idea di incoraggiarli a ricoltivare sulle loro terre.

Purtroppo a differenza delle manifestazioni in Cisgiordania, visto l’assedio di Gaza sulla Striscia, la partecipazione degli internazionali e’ limitata ad alcuni attivisti, i volontari internazionali dell’International Solidarity Movement. Ahmeed Adeeb, 21 anni, era con loro il 28 aprile scorso, a Nahal Oz (est di Gaza City) quando un proiettile di un ordigno dum dum lo ha colpito. E’ morto poco dopo all’ospedale di Al – Shifa. Il video di Bianca Zammit, 22 anni attivista degli ISM anche lei ferita nella stessa manifestazione insieme ad altri due palestinesi, ha fatto il giro delle liste mail. Una settimana fa , in occcasione del primo giorno della raccolta del grano, oltre dieci donne palestinesi accompagnate dagli attivisti ISM sono state attaccate dal fuoco dei soldati israeliani. In alcuni villaggi come Khoza, a est di Khan Yunis, i chicchi di grano rimangonno a marcire sulle spighe: la paura di morire o rimanere feriti e’ troppa.

La ong palestinese Al Mezan ha reso noto che l’esercito israeliano attacca agricoltori e contadini che lavorano sui campi, anche ben oltre un chilometro e mezzo dal confine. Dall’inizio del 2009, il Palestinian Center for Human Rights riporta oltre 166 incursioni israeliane nella “zona cuscinetto”. Perche’ anche coltivare la terra mette a rischio la sicurezza di Israele.


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