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Gasparizzazione


La legge Gasparri non reprime (quasi) niente: dice semplicemente che la televisione e’ un monopolio in vendita al migliore offerente, che per pura combinazione e’ Berlusconi.
giovedì 11 dicembre 2003, di Giuseppe Castiglia - 1950 letture

L’informazione e’ libera, ogni cittadino ha il pieno diritto di fondare una sua televisione e di gestirla come vuole, a condizione di avere quel paio di miliardi di euri che oggi sono necessari per stare sul mercato. La legge Gasparri non reprime (quasi) niente: dice semplicemente che la televisione e’ un monopolio in vendita al migliore offerente, che per pura combinazione e’ Berlusconi. I concorrenti possono venire non piu’ dall’Italia, dove non ci sara’ mai piu’ la massa critica per fare un’altra televisione ma dall’Australia (Murdoch), dal Brunei (il sultano), dalla Cina (quando entrera’ nel settore) o dalle due multinazionali americane. Dunque non e’ che non ci sia concorrenza. Semplicemente, non e’ piu’ concorrenza italiana.

Con questo, la storia della televisione finisce, e comincia quello di uno strumento tecnico che sta fra l’intrattenimento e la propaganda; non sara’ affatto vietato criticare garbatamente il potere, purche’ non sulle cose importanti; e’ ammessa Striscia la Notizia, non e’ ammessa Samarcanda. Tutto qua.

La carta stampata segue, poiche’ la raccolta pubblicitaria (da quando i giornali hanno deciso di basarsi solo sulla pubblicita’) e’ di molto inferiore a quella della televisione. Non e’ solo in Italia: in Inghilterra, patria della liberta’ di stampa, Murdoch sta trasformando il Times in tabloid proprio in queste settimane; in America ("E’ la stampa, bellezza") la Cnn ha ormai dei regolari fogli d’ordini sulle notizie ammesse.

"E’ concepibile un paese senza governo, ma non senza libera stampa": chi l’ha detto? Non Lenin, probabilmente; l’informazione libera era alla base della civilta’ liberale dell’ottocento, quanto e forse piu’ dei parlamenti. E ora, semplicemente, non c’e’ piu’. Possiamo benissimo dire, ai nostri tre amici, quel che ci pare; ma non possiamo piu’ farlo arrivare agli altri cittadini, poiche’ non ci sono piu’ i canali.

Le scelte politiche non possono dunque piu’ essere, in senso largo, collettive, ma solo individuali; o dell’individualita’ che comanda, e che spalma le proprie idee individuali su tutto il mondo, o dell’individualita’ che subisce, e che cerca di percorrere un proprio individuale percorso interno. La discussione, la piazza, la polis, non c’e’ piu’; ne restano dei succedanei a fini d’addolcimento, per tener buona la generazione che ha conosciuto la democrazia; ma fra una decina di anni neanche questi ci saranno piu’.

Ne’ la Cnn, ne’ i tabloid inglesi, ne’ la Tv russa ne’ Mediaset-Rai sono piu’ stampa libera nell’accezione liberale ottocentesca; ne’ Bush, ne’ Blair, ne’ Putin ne’ Berlusconi sono leader parlamentari nell’accezione liberale ottocentesca. Ciascuno di questi media e’ organo - propaganda e consenso - di un potere ben delineato; nessuno di questi leader e’ stato eletto regolarmente nel corso di libere e paritarie elezioni. Berlusconi non e’ l’eccezione, e’ il mondo nuovo; rozzo, naturalmente, e texano e brianzolo; la prossima generazione di berlusconi sara’ molto piu’ "seria" e "professionale". Non sara’ democratica, naturalmente.

Per quanto personalmente mi riguarda, sono stato gasparizzato tanti anni fa, per cui la gasparizzazione collettiva mi tocca, egoisticamente, solo di riflesso. In questi vent’anni ho imparato pero’ che ci sono tante vie per continuare a informare. Da soli, per dare testimonianza, almeno quella; ma, in gruppo, anche per produrre degli strumenti che arrivino da qualche parte, che facciano danno.

Che cosa facciamo adesso, dopo Gasparri? L’idea che la televisione pubblica deve morire e’ passata con l’unanimita’ sostanziale di tutti quanti. L’idea che l’informazione e’ mercato, e non diritto acquisito del cittadino, unifica l’onorevole Berlusconi di Forza Italia e il senatore Debenedetti dei Ds.

Come gestiranno costoro la fase successiva? Cercheranno di ritagliarsi degli spazi privati, piu’ o meno vasti, ma comunque privati, nel nuovo mondo. Che cosa proporranno a noi professionisti dell’informazione, ai giornalisti? Di scegliere il privato meno brutale, di salvare se non il diritto del pubblico ad essere informato sempre e comunque almeno qualche briciola occasionale di liberta’. Una aurea mediocritas oraziana (Augusto in tv ha avuto successo, mi dicono), con molte rassegnazioni e molte nostalgie.

C’e’ poi un’altra strada, che e’ la mia. Buttarsi su tecniche nuove, non ancora invase; gettare subito un guanto, sperando che sia raccolto e che faccia pensare; puntare sui ragazzi che crescono, sulla humanitas istintiva dei giovani esseri umani; e ipotizzare coerentemente un Gutenberg nuovo. "Buscar el levante por el poniente": se la televisione col telecomando ormai e’ conquistata, lasciamogliela, e puntiamo su un continente - l’interattivita’, lo scambio veloce, la parita’ coi lettori, la rete - completamente nuovo, su cui non sono ancora arrivati.

Ma bisogna puntarci tutto, fino in fondo, senza guardarsi indietro. Fa male - ad esempio - Dario Fo, dopo tanto dibattito su tv alternative e di strada, ad affittare un canale... da Murdoch. Non perche’ sia sbagliato politicamente, qui e ora: ma perche’ fara’ danno in avvenire, impedira’ di seguire l’altra strada.

Firma o non firma? La giacca, tirarla o non tirarla? Non e’ piu’ una questione importante, la decisione - o non decisione - di Carlo Amleto Ciampi. O con Gasparri o con un altro, i vecchi media ormai se li sono presi. Non illudiamoci di riprenderceli grazie a Ciampi o a chicchessia. Inventiamocene, professionalmente, degli altri nuovi e diamo battaglia su di essi.

Riccardo Orioles

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