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Fuori dal coro

Si ripropongono gli interrogativi di appena qualche mese fa dopo l’attentato a Nassjria; e le riflessioni, forse impopolari, tornano a farmi visita...

di Lisa Luca - mercoledì 21 aprile 2004 - 4956 letture

Qualche mese fa dopo la strage di Nassjria ho scritto di getto questa piccola riflessione. Oggi mi torna in mente la sensazione di disagio che provai allora, e quella che provo oggi mentre mi diletto a stilare la classifica dei telegiornali che hanno dedicato più tempo alle immagini dei familiari degli ostaggi prima, di Fabrizio Quattrocchi poi. Imbarazzante. Difficile stabilirlo. Difficile non deglutire sgomenti guardando Frattini a Porta a Porta. Difficile ascoltare Silvio che ci dice che partire per un paese in guerra è anche altamente remunerativo (di che ti lamenti, eh?)...certo per chi ne ha bisogno però...

scrivevo:

"Una voce fuori dal coro, ma senza polemiche né facili strumentalizzazioni, solo amarezza per una guerra che non vediamo, per una sofferenza improvvisa, spiazzante. Superfluo premettere lo sgomento che ci circonda. L’Italia ha deciso di mandare un contingente, un contingente di pace, ed era questo il compito gravoso dei nostri militari, una missione di pace, volta ad aiutare la popolazione irachena a far fronte al dopo-Saddam; un’operazione già sperimentata in altre nazioni, sempre riuscita, appoggiata, necessaria per la ricostruzione di un paese in ginocchio.

Ma le "anomalie" di questa guerra non si contano, a cominciare dai suoi nemici. Nemici che considerano fronte unico tutte le forze occupanti, basta la divisa di un occidentale. C’è da chiedersi: come è possibile che il sud dell’Iraq, roccaforte degli "sciiti", che da sempre sono in opposizione a Saddam e ai suoi fedeli "sunniti", si trasformi in un inferno di fuoco, di corpi dilaniati, di ferocia inaudita? Contro chi questa guerra, finita solo sulla carta, combatte? La verità è che la guerra preventiva era sembrata, considerate anche le più nere complicazioni, un’operazione semplice, veloce, un’operazione che avrebbe consegnato la Democrazia nelle mani di un popolo abituato alle esecuzione sommarie, al terrore della dittatura. La verità è che questo popolo così come non aveva scelto Saddam, non aveva scelto neanche l’occupazione americana.

Questo popolo non ha mai scelto. Ed ecco scatenarsi il terrorismo, in tutte le sue forme, incarnato dai più disparati gruppi armati: sunniti, sudditi fedeli di Saddam, sciiti, Al Qaeda e il fantomatico Osama, il partito Baath, risorto e rigenerato da un forte nazionalismo, e chissà quanti altri…tutti uniti su un fronte comune: la lotta all’occupazione straniera, una lotta cieca che non distingue aiuti umanitari da operazioni militari, italiani, inglesi, spagnoli…o americani; un fronte comune sulla terra di nessuno, sparpagliati su tutto il territorio, armati, a quanto pare oltre le aspettative, oltre la nostra comune immaginazione..e in mezzo la popolazione civile che assiste ammutolita al macabro balletto di massacri compiuti senza un nome, una firma riconoscibile.

La nostra è una missione di pace, in un paese in cui non c’era ancora la pace. La ricostruzione, per un paese che continua a distruggere. La sofferenza non può non contemplare la riflessione. Questa guerra, a prescindere dal lutto che ha colpito il nostro paese, nella sua progettazione e realizzazione ha, e questo è un fatto, ignorato le più semplici norme del diritto internazionale, il diritto che non prevede e non può prevedere sanzioni, che si fonda sul buon senso e sulla comunione d’intenti; la guerra in Iraq, ne ha calpestato i tradizionali equilibri, e ha costretto molti paesi a ridefinire ruoli e posizioni nel delicatissimo sistema di convenzioni e compromessi che regola la convivenza planetaria, una convivenza che ha le sue più profonde radici nella pace.

Sul piano della legalità internazionale, la nostra missione è ineccepibile, è giusta, una volta che il motore della guerra è stato acceso; nulla da dire dunque sulla nostra missione. Tutta da discutere e da consegnare a sempre più pesanti libri di storia, la pericolosità di un’azione militare evidentemente non perfettamente pianificata, costruita sulle informazioni degli esuli iracheni, come quella americana. Va da sè il sospetto che forse questa guerra avesse ben altri scopi...

Per di più ci tocca vedere scorrere nei telegiornali le immagini che hanno messo in onda gli altri paesi per annunciare la notizia della strage italiana, come a compiacersi per il risalto mediatico concesso dalle tv di tutto il mondo... per di più ci tocca sentire la tromba suonare "il silenzio" negli studi del Costanzo Show, uno spettacolo annichilente e scoraggiante della sempre più banale Italietta..."

Vespa oggi ci delizia...


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