Scenari siciliani di un uomo che immaginiamo dedito ad una scrittura che rievoca antiche atmosfere maschili e patriarcali. Sintesi della poesia di un siciliano d’altri tempi.
Ci sono molte forme d’amore, lo sappiamo tutti, ad esempio il rapporto che lega un padre ad un figlio.
Per quanto è complicato, a volte si tinge di sfumature scure, di parole non dette, che si portano dentro, anche per tanto tempo, non avendo il coraggio necessario per tirarle fuori.
La storia che racconto viene ispirata dalle parole di un figlio che improvvisamente, con la maturità che spetta a questi stati d’animo, sente l’esigenza di raccontare la storia della sua famiglia, di suo padre in particolare, perché consapevole del valore che ha lasciato in lui e per i ricordi che ha tramandato attraverso le sue poesie.
Francesco Pagano è stato un uomo che ha vissuto il disagio e le privazioni di una generazione segnata da un conflitto mondiale, vivendo da poeta il silenzio creativo e discreto della sua esistenza.
Nato a Palermo nel 1924, comincia giovanissimo a lavorare per mantenere la famiglia.
I suoi sacrifici lo segneranno e lo matureranno ben presto, tanto da dover affrontare giornalmente un viaggio in bici da Altofonte (PA), paese dove abitava con la famiglia, fino in città, dove lavorava nell’antico oleificio Barbera (l’imprenditore che da il nome allo stadio comunale palermitano).
Gli studi interrotti prestissimo, come molti suoi giovani coetanei sottratti all’apprendimento per aiutare la propria famiglia, non gli consentono di avere un adeguata scolarizzazione.
Francesco Pagano, personaggio che non è personaggio, quindi lo riconosciamo nei nostri nonni, nei nostri padri e in quanti con il loro umile contributo hanno reso questa Italia un paese libero, democratico, agiato.
Saranno molti i lavori che inizierà e lascerà in tronco perché il suo temperamento forte e autoritario lo rendeva refrattario agli abusi di potere, alla prevaricazione del padrone che paga, ma pretende in cambio la dignità e l’abnegazione.
Emblematico l’episodio che spesso amava raccontare ai suoi cari; lasciò a piedi una nobildonna palermitana, alla quale faceva d’autista, perché stremato dalle sue capricciose pretese.
Una vita ordinaria, comune, segnata da un dolore profondissimo, la perdita del primogenito in un incidente stradale.
Un episodio traumatico che lo tormenterà perché consapevole di non aver risolto il rapporto con il figlio; un rapporto conflittuale e fortemente dialettico, seppure caratterizzato da un profondo amore.
Sta notti li stiddi’ncelu parinu ancileddi,
ca manu manuzza iocanu tra iddi.
Comu vurria figghiu miu beddu, ca puru tu stanotte fussi assemi a iddi!
A curriri e vulari comu sta’ notti fannu ‘ncelu ‘i stiddi.
Si tu ‘cci si, figghiu miu beddu, fammi sintiri ancora a to vucidda!
Scinni! Scinni un minutu!
Iu t’aspettu fora u iardineddu, fatti viriri, comu stai cu l’ali r’ancileddu.
Le sue convinzioni, i principi a cui credeva, insieme all’elaborazione del lutto, mai avvenuta del tutto, lo porteranno a creare una sorta di guscio protettivo fatto di pagine di quaderno, parole, pensieri da trascrivere in bella grafia.
Pagine fittissime di poesie scritte nella penombra di un pomeriggio.
Il dialetto altofontese l’idioma che meglio rappresentava i suoi stati d’animo, misti di amarezza per l’amore perduto del figlio, di una donna lontana, per la misera condizione dell’esistenza umana, caratterizzata dalla cattiveria e dalla impossibilità del riscatto ad una condizione più dignitosa.
Schivo e riservato, tuttavia non ha resistito all’impulso irrefrenabile di parlare del suo vizio segreto, ovvero la poesia.
Poesie recitate ai ragazzi della scuola, dove ha lavorato fino alla fine dei suoi giorni; agli insegnanti dell’Istituto Magistrale, che spesso lo invitavano a partecipare a convegni e recital intuendone lo spessore letterario, nonostante la sua preparazione culturale, certo non accademica, ma che non gli ha impedito di essere informato sulle vicissitudini del mondo, sulla condizione meridionale, sulle aberrazioni sociali di una terra di Sicilia martoriata dalla delinquenza e dalla sopraffazione.
“Cristu cchi fai” ... sensibile invocazione, intrisa di aspettative, speranze per un mondo più onesto e senza male.
I ragazzi del magistrale lo chiamavano ”papà” e volentieri spendevano qualche minuto in sua compagnia, mentre recitava i suoi versi puliti, disarmanti e densi di sensibilità e amore per l’umanità.
Pezzi di esistenze descritte con tenerezza, nostalgia profonda e pietà.
Per niente ambizioso, ha rifiutato la ribalta e la soddisfazione di raccogliere le sue poesie in un libro da pubblicare.
Il figlio Giacomo, a quasi quattro anni dalla sua scomparsa, pensa a quanto sarebbe bello pubblicare le poesie del padre, a quanta soddisfazione gli renderebbe sapendo che le sue liriche volano leggere di sguardo in sguardo, di bocca in bocca.
Poesie da pubblicare per rendere omaggio ad un padre perso per sempre, ad un uomo retto che ispirava fiducia e stima.
Una malattia terribile infatti lo ha strappato ai suoi cari, ed ironicamente beffardo, il destino lo ha reso vittima di una negligenza umana, un errore nella diagnosi di una malattia mai curata, che lo ha piegato, ma certo non gli ha impedito di registrare le poesie che inventava, fissandole per sempre in un vecchio registratore di cassette.
Le cassette, gelosamente conservate, riproducono la sua voce, con la sofferenza nel corpo, ma non nel cuore, nella testa, nell’animo.
Il suo epitaffio recita:
”A ‘rrota
‘Na sta terra ca sempri furria
cu cci nasci rarici nun posa
picchi ogni cosa, nica o ranni ca sia,
si cunzuma mentri a ‘rrota furria.”
Perché a questo mondo il nostro breve passaggio non ci consente di attecchire, ma non ci impedisce di lasciare le nostre memorie, i pensieri profondi.
La poesia di Francesco Pagano quindi sopravvive per le persone che lo hanno amato, per quanti lo apprezzeranno attraverso la pubblicazione di un libro e trionferà sulla misera condizione dell’uomo, vittima dell’uomo, e ancor prima di se stesso.
Poviri cosi
Avia se’anni quannu ‘ivu a scola,
e mi riordu comu su fussi ora,
un saccucceddu fattu ‘i tila scura,
ca pi cinc’anni fu a me cartera
unni tinia tutti li me cosi.
U libru, i quaterna, un muzzicuni i labisi spuntatu,
e na umma pi cancillari l’erruri ru’ dettatu.
Na buttigghiedda ‘i ‘nchiostru e na pinna sempri scancarata
cu lu manicu ri lignu masticatu.
Poveri cosi, si putissi riri!
Ma mi ‘nsignaru a leggiri e capiri ca a rintra ‘ddu saccocciu lordu e sculurutu,
fattu r’un vecchiu zainu i’ me patri,
c’era un tisoru e mai l’avia saputu!
Minni’addunai, e mi fu d’aiutu,
pi scriviri a me matri quannu ivu surdatu.
Cristu chi ffai!
Occhi nnucenti,
sprimuti ri chiantu,
lucenti ri scantu;
facci attirruti...
griri lamenti e attornu
cchiù nenti!
e attornu, cchiù nenti!
Aiutu! Curriti!
Na vuci grirau,
la terra trimau!
Ma nuddu li senti...
Cristu chi ffai!
Picchì nun li senti!
Sunnu poveri genti
e annu sempri tiratu
la sola chi renti;
annu sempre zappatu
l’alivu e la vigna
e zappanu ancora la terra
cu l’ugna ... pi nesciri fora
ri tanta vriogna.
Cristu chi ffai!
Scinni...
scinni un minutu cù l’ancili toi!
Nun viri st’aggenti ca mori ri stenti!
Sutta stà casa ca ora
Su petri ...
Si senti nu lamentu,
na vuci ri matri
ca porta a to cruci
na cruci ri petra.
Cristu! Cristu! Fa prestu!
Stenni a to manu!
Fu l’urtima vuci
su l’ancili toi.
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