Di Francesco Margani, poeta di Niscemi,due raccolte "La cenere prima del diluvio" (Nce, Forlì, 1998), prefazione di Vincenzo Consolo, e "Luce e polline" (Raffaelli, Rimini, 2002)
Francesco Margani. Straniamento metropolitano e resurrezione.
Della poetica di Francesco Margani, niscemese del 1958, che ha pubblicato testi su varie riviste, tra cui ClanDestino, Gradiva, Graphie, (Nce, Forlì, 1998) e due volumi di versi, è cifra sostanziale il senso della dissipazione - tra silenzi e dialoghi sospesi, inconclusi, lasciati andare - delle immagini che pure sono efficaci a descrivere la condizione d’un malessere esistenziale che è coincidente con l’ alienazione che la metropoli procura. Civiltà delle macchine cui si oppone "una precisa e singolare voce", un "attuale e inedito tono" con cui fare affiorare il dramma, la "registrazione fredda, con gorgoglii nel fondo di bruciante autoironia ed ironia, di eventi, movimenti, esiti assurdi", scrive Vincenzo Consolo in prefazione a "La cenere prima del diluvio" (Nce, Forlì, 1998)
A ciò che che sembra evaporare o consumarsi, al senso della disfatta e dell’inutilità fa
da bilanciamento la parola poetica, qui condotta alla sua massima concentrazione, a dire un presente quasi cristallizzato, in secca tra la cenere; che è, soprattutto, cenere che cova il fuoco ma, anche, cenere con cui fare ammenda, speranza, desiderio di una vita nuova. Tutto deve essere disfatto per potere tutto rifondare: l’attesa dell’evento è però indice di crisi, non si sa quando e se il diluvio avverrà: "Incolonnati nel rientro forzato / la disfatta del prima e del dopo. / Nel deserto la tempesta/durò una manciata di fotogrammi/ (...) / Nelle scacchiere i pezzi erano pronti /a cancellare i minuti dal calendario./ Tutta una menzogna i fili / e le pulsazioni elettromagnetiche." Ed è perciò "Un inganno il diluvio. / L’acqua stringe i tempi, /sospesa la curva dell’iride / divampa ferrea senza clamore. / Ogni cosa ritorna al proprio posto. / ( ) / Non si rilevano perdite, se non / i piccoli oggetti durante i traslochi/ (...)".
Potrebbe essere l’amore sensuale e il ritorno al cosmo delle devozioni familiari la resurrezione vanamente attesa. E in Luce e polline (Raffaelli, Rimini, 2002) il poeta intreccia la parola "cenere" alle parole "alba", "mattino", "resurrezione". Così scrive Milo de Angelis: "L’istintiva attitudine a trasfigurare anima queste poesie. E più avanti :" Questa radice è un sud favoloso - (...) ma nominato con sguardo attentissimo- che Francesco Margani ci fa rivivere nei suoi oggetti e nei suoi colori. (...) Un mondo còlto al limite della sua scomparsa, gravido di presagi e profezie". Mattinale, colma d’una promessa di luce piena è la cifra poetica che nel recto delle sezioni del libro esplicita in dedica a nomi propri di persona, per esempio "A Maria, prima luce" (ovvero, stella del mattino).
"La prima luce / obliqua tratteggia / pallide ombre le mani / in alto al cielo/ stringono un pugno di mosche. / Facile leggere tra le righe / inviti sussurrati all’orecchio, / dopocena fragranza odori / tanta grazia candide lenzuola."
Un fremito sensuale, un respiro carnale che è al contempo tregua e rivincita, spasimo in cui riconoscere l’io sempre vigile: "Vortice di lingue il bacio / impetuosa corrente risorta / perennemente in agguato /disincanto delle palpebre socchiuse / l’ora del raccolto pieno", come nei nove movimenti di "Intermezzo". Qui la nudità, la fragilità più dichiarata: "L’aria e le stelle / tra le parole e il silenzio / il nulla. / Riempi d’amore queste mani / vuote e nude come la miseria / d’inverno"; o la pura carnalità de: "La porta socchiusa / le lingue riducono le distanze. / La spada ripete l’antico gesto", e allora "ardono i corpi / scampati al giorno / i roghi colmano il vuoto".
Il corpo della donna è contrappunto al dialogo con le ombre, con i fantasmi o i sogni:
ma una uguale controllata dolenza mitiga lo slancio emozionale, lo raffredda la consapevolezza d’una futura o già accaduta perdita: "Nello scorrere del rigagnolo / l’acqua accarezza / l’erba che si piega / e trasporta foglie. / Tremano i rami / si specchiano nel vetro dell’aria./ M’appari o sogno, presenza / ridotta ad ombra".