Cadaveri che galleggiano sul più famoso fiume del mondo. Abitazioni sommerse da fango, acqua e smarrimento.
Stavano sul tetto, Mary and John, come una canzone dimenticata. Il resto della casa ben al di sotto dell’acqua putrida. E poi la puzza di corpi in decomposizione, sotto il sole dopo la tempesta.
Mary and John, con un cartello immenso “Help us” davanti agli occhi. In fondo a quella che forse era una strada, in uno dei pochi punti rimasti semi asciutti.
Stavolta non era New York e la sua immagine centenaria da difendere. Stavolta era New Orleans e la sua gente nera. Nera. Come tristi jazz & blues ad unire nella musica, americani multietnici.
New Orleans, che si è svegliata una mattina, riscoprendosi Bagdad. Lasciata tra macerie e sopravvissuti che attendono soccorsi. Senza medicine e cibo. Con il rischio di morire disidratati in mezzo a tutta quell’acqua.
Per un attimo abbiamo rivisto lo tsunami che devastò l’Asia lo scorso Natale. L’accostamento prevedibile. Ma siamo rimasti ugualmente colpiti. Perché New Orleans, o ciò che è rimasto, è negli Stati Uniti. Il più ricco ed efficiente paese del mondo. Siamo rimasti colpiti dalla conferma che, i 50 e più stati americani sono 50 e più realtà diverse.
Siamo rimasti colpiti dal colore della pelle dei volti disperati davanti alle telecamere televisive. Abbiamo preso coscienza, se ce ne fosse stato il bisogno, di un popolo di negri-americani, mostrati nelle icone turistiche che tornano ad essere solo “negri” davanti ad un catastrofe.
Abbiamo risentito le litanie spirituals di uomini con le eredità da terzo mondo da far scivolare per le strade. Abbiamo ricordato le scomparse “misteriose” di giovani negri in cerca di un’identità, nelle paludi della Louisiana degli anni ’60.
Abbiamo ripensato ai reclutamenti per le guerre democratiche degli Stati Uniti. Il Vietnam con i suoi negretti diciottenni, il mitra tra le mani tremanti e canzoni notturne di Fats Domino a scacciare la paura.
“Questo paese ha la forza e la volontà per rimettersi in piedi” - ha detto Bush con il solito sorriso ebete di uomo disturbato durante la passeggiata in bicicletta con Armstrong. Con il solito stupido orgoglio americano.
Orgoglio americano che non ha avuto il tempo di prevedere la catastrofe di una città costruita sotto il livello del mare ed esposta alle furie degli uragani. Orgoglio americano che atteso che qualche portavoce gli suggerisse all’orecchio che in fondo, erano soltanto qualche migliaia di negri del sud.
Fa pensare, soltanto pensare perché noi preferiamo vestirci da ignoranti, se in un paese così all’avanguardia per le tecnologie, non fosse possibile prevedere le conseguenze ed evacuare con largo anticipo la zona.
Le risposte stanno negli occhi disperati, che televisioni di tutto il mondo trasmettono da qualche o giorno. O forse, negli sguardi di altri migliaia di americani negri, impegnati nella pulizia etnica in Iraq.