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Forza d’Agrò, il crollo della bellezza

Uno dei paesi utilizzati per girare le scene della saga Il Padrino. Ringraziamo il regista Francis Ford Coppola per averci consegnato un passato, che non abbiamo saputo difendere.
di Piero Buscemi - mercoledì 18 maggio 2016 - 3290 letture

Stradine contorte, scalinate inerpicanti, finestrelle panoramiche, case scavate nelle rocce, oleandri, conventi, chiese antiche. Basterebbe questo elenco sommario di attrattive turistiche, per attirare un numero più cospicuo di visitatori, ammettendo che ci sia ancora qualcuno che non abbia mai visitato Forza d’Agrò. Un piccolo comune di qualche migliaia di abitanti costanti tutto l’anno, che triplicano nel periodo estivo, distante una cinquantina di chilometri da Messina. La provincia messinese jonica, che prova a conservare ancora un patrimonio da tempo stuprato da falsi lettori del progresso.

Affascinano ancora questi angoli che, impunemente, proviamo a mostrare ai nostri lettori attraverso le immagini catturate, una tranquilla domenica di primavera inoltrata, in questo maggio che, a tratti, ci ricorda le tradizionali saggezze popolari, più legate a mesi quali aprile o, addirittura, al sempre folle marzo imprevedibile. Anche qui, abbiamo sfruttato l’occasione di un periodo meteorologico più stabile, intervallato da piogge improvvise e sempre allarmanti in questo territorio. Anche qui, invitiamo, quegli ipotetici lacunosi turisti, a venire ad ammirare, quanto l’uomo dei nostri tempi non è riuscito ancora a distruggere.

Ci siamo ritrovati, pertanto, ad affrontare le vinedde, troppo velocemente lasciate ad una infanzia fuggita, sfidando gli scaloni che, dalla piazza principale di ingresso al paese, catturano i visitatori verso la meta finale del Castello, dominante dall’altura più alta sul territorio di Forza d’Agrò. E lo abbiamo fatto sapendo di percorrere i luoghi che furono calpestati da Al Pacino, da Diane Keaton, senza dimenticare il nostro compianto Franco Citti, tra i piani sequenza del film più discusso e più emulato della storia del cinema internazionale. Tre lunghissimi capitoli disegnati dalla maestria del regista Francis Ford Coppola, attraverso una ricerca capillare delle scene, degli sfondi e dei personaggi locali che arricchissero questa tormentata storia di mafia, immigrazione e di giochi di potere. Una sorta di Divina Commedia, con la particolarità di limitarsi a descrive, all’interno delle suoi tre canti, un unico e più realistico, inferno.

Ma non è stata la nostalgia di questo film, recentemente riproposto in televisione, a condurci qui. Almeno, non solo questo. La trilogia di Coppola ha messo in luce dei luoghi che, come fu nel caso di Sud di Salvatores per Marzamemi, ha aperto uno spiraglio verso il mondo, fino all’uscita del film, nascosto allo sguardo curioso dei turisti, ma anche di moltissimi siciliani, pigramente immotivati a scoprire nuove bellezze dell’isola, al di fuori delle proprie realtà comunali.

Il motivo scatenante della nostra insaziabile curiosità e riscoperta delle attrattive del territorio, è stato quello di un ricerca folle, forse anche masochistica, degli angoli ammirati sui fotogrammi della pellicola, illudendoci di rivivere le emozioni che spinsero una quarantina di anni fa, il regista nella scelta delle location e delle inquadrature, rimaste per sempre nella memoria degli appassionati di cinematografia. Avremmo voluto, anche solo per un attimo, indossare la visiera e imbracciare il megafono, seduti sulla poltroncina di legno, dalla sua spalliera in tela a mostrare la scritta “director”, e aspettare la luce giusta per pronunciare ad alta voce: “Action!”.

I fermi immagine del modernismo, che cammina da decenni sulla speculazione edilizia e il gusto di un genere cinematografico più horror, di sicuro successo commerciale, purtroppo mai passato di moda, ha “bucato” la scena, durante il nostro inerpicarsi tra queste pietre, pronte a svelarci un’altra buona storia da raccontare, e la visione raccapricciante di mostri di ferro a forma di gru, piazzate da anni sulle colline di Forza d’Agrò, come dinosauri architettonici a nutrirsi di storia, tradizione e di una scomputa bellezza.

Si, lo abbiamo invidiato questo maestro del cinema, che ha immortalato per sempre nella sua trilogia, il gusto della pietra antica che si fa arte, attraverso le numerose chiese, palazzi, chioschi. Avremmo voluto viverli quei momenti di sopralluoghi che avranno emozionato il regista e il suo fidato direttore della fotografia, ma ci sarebbe bastato essere stati protagonisti e cittadini di questo affascinante paesino del messinese, nonostante tutto. Un altro sogno infranto dalle colonne di cemento di costruzioni senza fine, ma anche da quelle finite a scontrarsi con i resti dei palazzi cinquecenteschi. Milioni di lire, oggi migliaia di euro, spesi senza un minimo di rispetto per una linearità e coerenza creativa che, fortunatamente ancora, richiama i turisti in questi luoghi. Le immagini catturate, tra un vicolo e l’altro, tra un gradone recuperato e una fessura su un antico muro, a mostrarci colline a strapiombo sul mare, si sono mischiate con quelle di un auspicabile recupero degli antichi palazzi e delle chiese. Il tutto sporcato da mattoni forati, in attesa di un rivestimento, nella migliore delle ipotesi. O da spazzatura abbandonata dentro scantinati, nella peggiore.

Una di queste immagini, forse la più emblematica, ritrae la collina che ospita i ruderi del Castello. Dal lato opposto, sulla stessa linea d’orizzonte, un palazzetto moderno, anch’esso un simbolo: quello del saccheggio edilizio subito da Forza d’Agrò. E, a proposito del Castello, come non rimanere inorriditi scoprendo che l’area antistante l’antico maniero normanno, oggi difficilmente accessibile, sia stata per anni utilizzata quale cimitero municipale che, per colpa anche della presenza di lapidi semi distrutte e cofani in parte scoperchiati, abbiamo preferito non documentare con immagini. Se Peppino Impastato utilizzò la metafora della bruttezza, travestita da normalità dell’assuefazione, grazie a quei ritocchi narcisisti che riescono a nascondere una tragica realtà, possiamo umilmente aggiungere che, a distanza di quasi quaranta anni dal suo omicidio, le tendine e i vasi di gerani, citati dalla vittima della mafia, non riescono neanche più a consolarci.

Chiudiamo con un piccolo accostamento ai fatti di cronaca di questi giorni, che hanno interessato una zona non troppo lontana da quella che stiamo trattando. Ci riferiamo alla sentenza che ha condannato l’ex sindaco di Scaletta Zanclea e di Messina, per la tragedia causata dal nubifragio del 1° ottobre del 2009, che ha mietuto trentasette vittime. Vogliamo rispondere a chi, davanti ad una tragedia di questa portata, si è permesso il lusso di affermare che un sindaco non può fare nulla per fermare una frana causata da un evento naturale. Potrebbe fare qualcosa prima, sosteniamo noi. Magari cominciando a valutare con maggiore etica le richieste di concessione edilizia ricevute in municipio. Capire, poi, i motivi che ci portano ad accostare lo scempio nei confronti del territorio con quello edilizio, non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

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Panorama dalla terrazza panoramica
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Veduta su Giardini Naxos
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Sede di un’associazione culturale
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Una delle finestre panoramiche
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Casa utilizzata per il Padrino III
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Vicolo sul Castello
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Arcata architettonica del Palazzo Mauro
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Rudere del Palazzo Mauro
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Palazzo Mauro
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Immondizia abbandonata su un rudere di una casa
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Suggestivo angolo di Forza d’Agrò
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Paesaggio
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Strada di collegamento
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Veduta dalla parte bassa del paese


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