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Firenze, commemorato Cesare Garboli al Palazzo Strozzi

Cesare Garboli il 17 dicembre avrebbe compiuto novant’anni. Diceva di non essere un critico perché gli mancava un metodo
di Antonio Carollo - martedì 23 ottobre 2018 - 727 letture

Gran pubblico in Sala Ferri di Palazzo Strozzi, Firenze, all’incontro per la commemorazione di Cesare Garboli, ideato da Andrea Tagliasacchi e Rosanna Bisordi, realizzato Da Alba Donati, presidente del Gabinetto G.P. Vieusseux; con la partecipazione dei critici Giorgio Amitrano e Emanuele Trevi e gli attori Toni Servillo e Carlo Cecchi (quest’ultimo anche autore e regista teatrale).

Cesare Garboli il 17 dicembre avrebbe compiuto novant’anni. Diceva di non essere un critico perché gli mancava un metodo, una teoria; non si considerava neanche uno scrittore in quanto privo della capacità di dare credito alle proprie invenzioni. Si assegnava il ruolo di lettore-interprete. La verità è che a lui, più che la letteratura, interessava la figura umana che sta dietro e dentro le parole della scrittura. La sua indagine sul testo si risolveva nella costruzione del personaggio-autore con l’utilizzo di frammenti del proprio vissuto, dei propri umori e sentimenti e con l’impiego della sua vertiginosa immaginazione.

Percepiva come ingiusti, dice Giorgio Amitrano, certi mancati riconoscimenti per un lavoro che lo assorbiva così intensamente. L’accusa d’essere un uomo di potere non lo toccava minimamente, il suo rigore contro ogni pressione era inattaccabile; la considerava come un prezzo da pagare per il prestigio acquisito. Lo si dipingeva altresì come un uomo controverso, anche per il suo modo intransigente e aggressivo di esprimersi nelle discussioni e di rapportarsi con i suoi interlocutori. Si era in un’epoca in cui non si aveva paura di alterare i toni, osserva Amitrano, la sua veemenza non aveva radici al suo interno, dove non c’era altro che limpidezza d’idee e sincerità; infatti, finita la sfuriata si rivelava molto aperto verso le opinioni e i pareri dei suoi obiettori. Nelle sue analisi le certezze erano bandite, di ogni narrazione, o posizione dell’autore, approfondiva l’aspetto, o la tendenza, più appariscente, per poi rovesciare il tutto andando alla ricerca di nuovi indizi e bagliori che dessero adito a una diversa interpretazione. Il suo pensiero era sempre in movimento, cambiava continuamente, dallo studio e dalla descrizione di una tesi passava con naturalezza all’approfondimento e alla presentazione di quella opposta, avendo sempre per obiettivo la conoscenza della condizione dell’umana esistenza. Ad esempio, nei suoi giudizi sulle tele di Filippo De Pisis riusciva a cogliere nel contempo, oltre la delicatezza e la freschezza delle immagini, i segni di una certa atmosfera di cupa, quasi cimiteriale. tristezza. Egli aspirava, conclude Amitrano, a rappresentare la totalità.

Garboli, dice Emanuele Trevi, non era chiuso verso le opinioni dei critici della nuova generazione; ne è prova il fatto che giudicava molto in gamba Massimo Onofri, un giovane critico in via di affermazione. La violenza conversativa, che s’è detta, per lui era un qualcosa di naturale perché sicuro dell’universale condivisione delle sue verità. A me, continua Trevi, ha aperto gli occhi sull’argomento degli argomenti: che cos’è la letteratura, la poesia, la narrativa, la critica, in che cosa si distingue dagli altri ordini del sapere. Risposta: è la filosofia dell’individuo, è la maniera con cui lo stesso individuo resiste alla pressione del mondo. Nel 1978, dopo l’assassinio di Moro, Garboli si trasferì nella casa di Vado di Camaiore ereditata dal padre, quasi una fuga da una Roma confusa e isterica. Qui torna ai valori che contano, alle figure del passato, fantasmi benigni che lo spingono a riprendere l’unica sua occupazione, la scrittura, a cui si sente indissolubilmente legato. Fissando lo sguardo sulle vecchie cose dell’ambiente, una sedia, un tavolo, una zappa, egli si sente come il custode del passaggio del tempo. Qui incontra Antonio Delfini e ne valorizza l’opera, quasi sconosciuta, togliendola dal buio in cui la ritrosia dell’autore l’avevano tenuta. Si dedica a Matilde Manzoni, la sfortunata figlia del grande romanziere, e poi a Sandro Penna, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Giovanni Pascoli. Trevi consiglia di leggere “Vita contro letteratura. Cesare Garboli un’idea della critica”, appena edito. E’ difficile recensire Garboli, egli sembra giocare col lettore come il gatto col topo. Secondo lui l’incapacità di vivere crea la letteratura.

Dopo una breve testimonianza di Margherita Loy, figlia di Rosetta Loy, fresca autrice di un pregevole libro su Garboli, la presidente Donati dà la parola agli artisti Toni Servillo e Carlo Cecchi. che leggono (recitandolo da par loro) un brano del terzo atto del “Tartufo o l’impostore” di Molìere, tradotto magistralmente da Garboli. E’ la scena in cui Tartufo dichiara appassionatamente il suo amore ad Elmira, Ne estraiamo alcuni versi: “Io non v’ho mai creduta, creatura perfetta, / Senza ammirare in voi l’autor della natura, / E sentire il mio cuore preso d’amore ardente / Per il più bel ritratto in cui si sia dipinto.”

Applausi scroscianti del pubblico.


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