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Feiern

Un film documento sulla subcultura dei club techno berlinesi
di veronica - giovedì 1 febbraio 2007 - 6495 letture

Remember to go home! Questo é l´appello del dj e produttore inglese Ewan Pearson in Feiern, film documento sulla subcultura dei club techno berlinesi.

Feiern significa fare festa e in tedesco é immediata l´associazione con il mondo delle droghe e della musica techno. In nessun´altra cittá al mondo si “festeggia” cosi tanto e a lungo come a Berlino: club come il Berghain e il Panorama Bar offrono un line-up della durata di 16-20 ore, il Bar25 d´estate non chiude praticamente mai...e tutto nella piena legalitá!

A un party ne segue subito un altro in una successione che non distingue piú tra il giorno e la notte. La perdita di cognizione del tempo é uno dei fenomeni piú descritti dagli assidui frequentatori dei club berlinesi.

Feiern racconta una vita di eccessi attraverso le voci dei protagonisti, dj e technofreaks, persone che hanno deciso di dedicare la loro vita alla musica, ai club e alle droghe. Il club diventa un universo parallelo o per dirla á la Baudelaire un paradiso artificiale in cui le emozioni sono triplicate al massimo, le inibizioni spariscono e le barriere tra gli uomini crollano. Tutte le razze e le differenze culturali si fondono in una sola religione scandita dal ritmo ripetitivo e ossessivo della musica e consacrata dall´uso della chimica.

Il dj Riccardo Villalobos ritiene che l´uso di droghe sia dovuto alla volontá di perdersi in uno stato di grazia e di felicitá difficilmente raggiungibile nella vita reale. La societá in cui viviamo ci offrirebbe le premesse per un benessere economico ma non psichico, il suo scopo sarebbe quello di creare automi che producono e consumano garantendo in questo modo il funzionamento del sistema stesso. La nostra societá tenderebbe cosi a creare individui isolati tra di loro.

Ecco il club, la musica e le droghe come via di uscita e mezzo attraverso il quale poter raggiungere la fusione con gli altri. E questo momento di fusione e di felicitá é di una tale intensitá che si vuole mantenerlo sempre vivo e costante con un “feiern” protratto a volte per giorni interi. Non si ha voglia di ritornare a casa perché si resterebbe di nuovo soli, monadi nella metropoli con il muro.

Questo stile di vita alternativo ha peró conseguenze devastanti: il pericolo di contrarre malattie contagiose come l´HIV in seguito alla pratica di sesso libero, spesso consumato nelle toilette dei locali con sconosciuti e senza preservativo, disturbi della personalitá, percezione distorta della realtá, paranoia e stati depressivi. Il film offre un´analisi molto lucida e critica delle diverse sfaccettature di questa subcultura.

Il trailer del film è su http://www.youtube.com/watch?v=lwG2wBwJgLc.


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Feiern
2 febbraio 2007, di : Amyclanus

...BHE’! Molto interessante, anche se, esiste sempre un se..... Per la mia esperienza personale da questo articolo mi sento rappresentato solo in parte; è vero il locale, la discoteca, è come se fosse un mondo parallelo, è un pò l’evoluzione delle antiche danze intorno al fuoco, è vero anche che molta (non tutta) gente per entrare in questo mondo passa prima dalla "biglietteria" (pusher) per comprarsi il suo personale biglietto per poi connettersi nell’altro mondo, un pò comè nel film Matrix (pillola blu o pillola rossa?...). Non a caso Matrix (ex Dylan) è una discoteca dove io vado spesso, in provincia di Brescia. La differenza che ho io rispetto ad altri è che non ho mai preso droghe pesanti ( e mai le prenderò..), al massimo ho fatto uso di hashish in piccole quantità accompagnando il tutto con un pò di birra, devo dire che "l’effetto", queste "particolari emozioni" l’ho provate in una sorta di stato di "trance" ma sempre con "un piede di là e uno di quà" non so se mi spiego...ero comunque cosciente sia del mio stato "ipnotico" se così voliamo chiamarlo, e sia del fatto che ero pronto ad aprire gli occhi per guardare chi mi sta dando qualche gomitata ho se per caso mi trovavo in mezzo ad un pogo improvviso, ciò non toglie che abbia provato delle grandi sensazioni "mentali" al ritmo della techno-progressive-minimal-trance ecc... In effetti parlo della mia "piccola esperienza", non mai provato a fare gli after descritti nell’articolo. Secondo me raggiungere certi stati d’animo provare sensazioni senza uso di droghe solo persone "sensibili" posso riuscirci, ammetto che preferisco fumarmi una canna e bere due birre ottenendo così "una connessione migliore nel matrix" ma per tanti motivi non è sempre stato così. Invece quelle persone che "pensano" (?) che per ottennere certe "connessioni" devi per forza drogarti devi per forza "farti notare" in uno modo o nell’altro bhè allora non hanno capito il senso della musica e del luogo in cui si trovano...
    Feiern
    3 febbraio 2007, di : veronica

    Beh sono d´accordo anche io sul fatto che non si dovrebbe cercare la felicitá nelle droghe anche perché quello stato di benessere che esse ci possono offrire é soltanto illusorio...credo anche pero che molti di noi siano affetti da un male di vivere dal quale vogliamo evadere e il feiern protratto per giorni interi é forse un modo, stupido e sbagliato, di dimenticare quanto di brutto c´é nel mondo che ci circonda!è un modo egoistico, giusto sarebbe invece scendere in campo e attivarsi per rendere migliore quel mondo!Quello delle droghe é cmq un problema che dovrebbe essere affrontato pubblicamente e piú spesso!Chiediamoci perché l´uso delle droghe é sempre in costante ascesa...c´e veramente qualcosa che non funziona nella nostra societá!
Feiern
8 febbraio 2007

Carissima Veronica la subcultura, come la chiami tu, è semplicemente incultura. E spesso gli incolti sono tali per ghettizzazione da parte dei gruppi culturali coesi. La subcultura è semplicemente EMARGINAZIONE. Una parola che abbiamo "emarginato" dal nostro vocabolario quotidiano per lasciare spazio all’egoismo.

Per un egoista l’emarginazione diventa incultura, solo perchè è un egoista e a suo modo razionalizza la propria incomprensione del fenomeno. Gli emarginati vanno aiutati, ma il punto di partenza non è erigere un muro mettendoli in un circolo ristretto.

I luoghi di cui parli nascono dalla necessità di aggregazione. La dinamica di un gruppo emarginato fa sì che per contrapposizione logica e naturale, esso assuma su di se tutto ciò che il gruppo contrapposto emarginante rappresenta.

In questo modo (dinamica maledetta dell’esistere) determinati gruppi assurgono alla luce, altri restano nell’oscurità. E laddove parlo di luce e ombra faccio riferimento anche a contenuti morali.

Se un gruppo dominante si asserisce portatore di luce, ma genera ipocrisie, chi si oppone a questo dominio finisce con lo stare bene nelle tenebre (dove assieme alla luce non arrivano neanche le ipocrisie).

Bisogna far leva su un altro argomento: la disperazione del ghettizzato, spesso dipinto solamente come un dissoluto privo di valori. Il suo mondo è fatto di nulla, perchè i suoi valori, altrettanto rispettabili, sono sgretolati dalle ipocrisie sociali.

Se vogliamo dire una parola definitiva sulla disperazione dei nostri giovani dobbiamo porre un accento sui nostri mali, su quelli degli adulti; meno violenti in apparenza, ma caratterizzati da una violenza strisciante non meno violenta nell’orientare i comportamenti in senso opposto a quello voluto.

Pensate che un programma in cui si parli di violenza senza fare una piega, in cui il conduttore sorride amabilmente anche quando parla di omicidi terribili, sia meno violento della violenza di cui tratta?

Questo ipotetico programma (sono quasi tutti così) distrugge la corretta cognizione della violenza come fatto inaccettabile. Molti, troppi personaggi televisivi parlano di violenza sorridendo. Poi non vi stupite che i giovani recepiscano un messaggio, "la violenza è una cosa brutta" ma è sostenzialmente uguale a quella di un film. L’elemento che rende finta la violenza vera è proprio quel maledetto sorriso ipocrita e la perfezione formale dei commentatori, vestiti di tutto punto come becchini ad un funerale. Dinanzi alle loro cravatte sgargianti, anche quando si parla di morte violenta, provo profondi e sinceri conati di vomito.

Nella subcultura, cara Veronica, c’è esattamente questo: il rifiuto di qualcosa che rende pazzi. Perchè non è comprensibile l’indifferenza mediatica palesata in forme che negano spesso la sostanza dei fatti. Questa indifferenza mediatica si traduce poi in indifferenza sociale, proprio per il potere del mezzo sulle masse.

I programmi che parlano di episodi di violenza in TV vanno rivisti. Occorrono scenografie minimaliste, pubblico, conduttori e ospiti coscienti di trovarsi spesso ad un vero e proprio "funerale". Ci vuole un poco di subcultura! Ossia se si parla di qualcosa di oggettivamente negativo, contrapporre a questa negatività una ipocrita positività è altamente deleterio. Il fatto è che chi fa televisione spesso si preoccupa troppo della forma e la forma non è quasi mai sostanza (specie in TV). Ci vuole spontaneità: in questi casi è necessario che un programma sia vero, piuttosto che formalmente inattaccabile da un ipotetico garante. Qualche lacrima spontanea non guasterebbe, ma può un falso essere vero e spontaneo?

L’ultima considerazione è che spesso quei programmi che parlano di violenza sono superflui rispetto alla asettica informazione giornalistica di testata. Si tratta soltanto di una pratica diffusasi allo scopo di far lavorare determinati personaggi. Le conseguenze positive sono ampiamente superate da quelle negative. Forse sarebbe opportuno tornare a parlare della violenza come puro accadimento, senza fare ulteriori congetture o ricercare in una sede inopportuna una riflessione, che propabilmente ogni italiano fa da se nell’ambito della propria famiglia.

Ci vuole una SANA CENSURA. Bandire, in una certa misura, la violenza dalla TV significa non caricarla sulle spalle degli italiani oltre ogni ragionevole possibilità di un loro intervento diretto sui fatti (sostanzialmente impossibile).

Il sistema americano di ironizzare sulla violenza per immunizzare il cittadino lo conosciamo bene, ma quando socialmente sono innescate delle vere e proprie bombe sociali, il risultato di questo tipo di programmazione è opposto a quello sperato: piuttosto che immunizzare lo spettatore, banalizza la violenza vera e propria. Gli psicologi su questo argomento non si sbilanciano mai, però tutti sono bravi a parlare di diete dimagranti: senza essere peraltro, anche in tal caso, d’accordo.

Tu parli fra le altre cose del rischio HIV. Mi pare che i giovani dovrebbero sapere come evitare il contagio, anche quelli berlinesi. L’esposizione ad un rischio in tal caso sarebbe ancor più preoccupante perchè nasconde un’ansia collettiva votata all’autodistruzione (cosa che tu fai notare).

Le cause di un degrado in una società massmediale non possono che risiedere in questo universo alchemico. Come difendersi? I ragazzi berlinesi potrebbero cominciare con l’ascoltare altra musica ad esempio. Ma chi la cnfeziona questa musica? Altri alchimisti. Di prigione in prigione, i giovani fuggono disperati. La libertà è far tacere il caos attorno a se il tempo necessario per capire che possiamo essere ancora uomini, non essere più parti automatizzate di un sistema che ci considera esattamente come rotelle di un ingranaggio.

    Feiern
    3 novembre 2012, di : Sabba

    Penso che non sia un problema legato alla attuale gestione della rappresentazione dei fenomeni sociali. Il teatro é sempre esistito, la società delle macchine no. Per quanto si possa dire l’essere umano é sempre incorso in guerre e scontri e ci sono sempre stati i fenomeni di aggregazione minori. Quindi la televisione, che rappresenta la violenza e la racconta é semplicemente un mezzo. Un mezzo che viene sempre meno seguito ed é legato,nel suo aspetto generalista,ai tempe della messa in scena ed ai contenuti altri, come l advertising pubblicitario e la struttura del palinsesto. Anche il cinema, per rimanere in un ambito vicino, ha alcune di queste dinamiche pesate dalle limitazioni del mezzo. I videogames sono la rappresentazione piú vicina, sia nelle varie strutture che nell’esperienza finalizzata alla catarsi. Perció i videogame rimangono piú vicini al mondo dai raver per diversi fattori. Il cyberambito, la vicissitudine e la permanenza del fattore ricorsivo. Cioé la tipologia delle interfacce, gli argomenti trattati nelle storie e la ripetitività. Tutti fattori creati per portare i raver allo sfinimento ed alla catarsi, che rappresenta il fine ultimo. La bottom line. Per salvare questa gente spesso basta un drastico rientro nel mondo della fisicità, attraverso un impegno fisico e personale prolungato, legato ad un distacco dagli ambienti. Per riprodurre uno stato di benessere e un luogo motivato nella ricorsiva ricerca di uno spazio vitale, problematica basilare dell’essere umano. Questo é il motivo per cui spesso le comunità di recupero sono legate agli ambienti dell’agricoltura o molti ex punk si danno al vagabondaggio pur se sostenuti da un assistenza statale.