8 febbraio 2007
Carissima Veronica
la subcultura, come la chiami tu, è semplicemente incultura. E spesso gli incolti sono tali per ghettizzazione da parte dei gruppi culturali coesi.
La subcultura è semplicemente EMARGINAZIONE. Una parola che abbiamo "emarginato" dal nostro vocabolario quotidiano per lasciare spazio all’egoismo.
Per un egoista l’emarginazione diventa incultura, solo perchè è un egoista e a suo modo razionalizza la propria incomprensione del fenomeno.
Gli emarginati vanno aiutati, ma il punto di partenza non è erigere un muro mettendoli in un circolo ristretto.
I luoghi di cui parli nascono dalla necessità di aggregazione. La dinamica di un gruppo emarginato fa sì che per contrapposizione logica e naturale, esso assuma su di se tutto ciò che il gruppo contrapposto emarginante rappresenta.
In questo modo (dinamica maledetta dell’esistere) determinati gruppi assurgono alla luce, altri restano nell’oscurità. E laddove parlo di luce e ombra faccio riferimento anche a contenuti morali.
Se un gruppo dominante si asserisce portatore di luce, ma genera ipocrisie, chi si oppone a questo dominio finisce con lo stare bene nelle tenebre (dove assieme alla luce non arrivano neanche le ipocrisie).
Bisogna far leva su un altro argomento: la disperazione del ghettizzato, spesso dipinto solamente come un dissoluto privo di valori.
Il suo mondo è fatto di nulla, perchè i suoi valori, altrettanto rispettabili, sono sgretolati dalle ipocrisie sociali.
Se vogliamo dire una parola definitiva sulla disperazione dei nostri giovani dobbiamo porre un accento sui nostri mali, su quelli degli adulti; meno violenti in apparenza, ma caratterizzati da una violenza strisciante non meno violenta nell’orientare i comportamenti in senso opposto a quello voluto.
Pensate che un programma in cui si parli di violenza senza fare una piega, in cui il conduttore sorride amabilmente anche quando parla di omicidi terribili, sia meno violento della violenza di cui tratta?
Questo ipotetico programma (sono quasi tutti così) distrugge la corretta cognizione della violenza come fatto inaccettabile. Molti, troppi personaggi televisivi parlano di violenza sorridendo. Poi non vi stupite che i giovani recepiscano un messaggio, "la violenza è una cosa brutta" ma è sostenzialmente uguale a quella di un film. L’elemento che rende finta la violenza vera è proprio quel maledetto sorriso ipocrita e la perfezione formale dei commentatori, vestiti di tutto punto come becchini ad un funerale. Dinanzi alle loro cravatte sgargianti, anche quando si parla di morte violenta, provo profondi e sinceri conati di vomito.
Nella subcultura, cara Veronica, c’è esattamente questo: il rifiuto di qualcosa che rende pazzi. Perchè non è comprensibile l’indifferenza mediatica palesata in forme che negano spesso la sostanza dei fatti. Questa indifferenza mediatica si traduce poi in indifferenza sociale, proprio per il potere del mezzo sulle masse.
I programmi che parlano di episodi di violenza in TV vanno rivisti. Occorrono scenografie minimaliste, pubblico, conduttori e ospiti coscienti di trovarsi spesso ad un vero e proprio "funerale". Ci vuole un poco di subcultura! Ossia se si parla di qualcosa di oggettivamente negativo, contrapporre a questa negatività una ipocrita positività è altamente deleterio. Il fatto è che chi fa televisione spesso si preoccupa troppo della forma e la forma non è quasi mai sostanza (specie in TV). Ci vuole spontaneità: in questi casi è necessario che un programma sia vero, piuttosto che formalmente inattaccabile da un ipotetico garante. Qualche lacrima spontanea non guasterebbe, ma può un falso essere vero e spontaneo?
L’ultima considerazione è che spesso quei programmi che parlano di violenza sono superflui rispetto alla asettica informazione giornalistica di testata. Si tratta soltanto di una pratica diffusasi allo scopo di far lavorare determinati personaggi. Le conseguenze positive sono ampiamente superate da quelle negative. Forse sarebbe opportuno tornare a parlare della violenza come puro accadimento, senza fare ulteriori congetture o ricercare in una sede inopportuna una riflessione, che propabilmente ogni italiano fa da se nell’ambito della propria famiglia.
Ci vuole una SANA CENSURA.
Bandire, in una certa misura, la violenza dalla TV significa non caricarla sulle spalle degli italiani oltre ogni ragionevole possibilità di un loro intervento diretto sui fatti (sostanzialmente impossibile).
Il sistema americano di ironizzare sulla violenza per immunizzare il cittadino lo conosciamo bene, ma quando socialmente sono innescate delle vere e proprie bombe sociali, il risultato di questo tipo di programmazione è opposto a quello sperato: piuttosto che immunizzare lo spettatore, banalizza la violenza vera e propria. Gli psicologi su questo argomento non si sbilanciano mai, però tutti sono bravi a parlare di diete dimagranti: senza essere peraltro, anche in tal caso, d’accordo.
Tu parli fra le altre cose del rischio HIV. Mi pare che i giovani dovrebbero sapere come evitare il contagio, anche quelli berlinesi. L’esposizione ad un rischio in tal caso sarebbe ancor più preoccupante perchè nasconde un’ansia collettiva votata all’autodistruzione (cosa che tu fai notare).
Le cause di un degrado in una società massmediale non possono che risiedere in questo universo alchemico. Come difendersi? I ragazzi berlinesi potrebbero cominciare con l’ascoltare altra musica ad esempio. Ma chi la cnfeziona questa musica? Altri alchimisti. Di prigione in prigione, i giovani fuggono disperati. La libertà è far tacere il caos attorno a se il tempo necessario per capire che possiamo essere ancora uomini, non essere più parti automatizzate di un sistema che ci considera esattamente come rotelle di un ingranaggio.