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Fame chimica

Un altro “muro“ è pronto a sorgere. Sempre, in ogni città. La caduta del muro di Berlino è stato visto come un simbolo di libertà, ma da allora quanti muri sono stati innalzati in tutto il mondo?

di Fabrizio Cirnigliaro - giovedì 30 luglio 2009 - 2528 letture

Fame chimica è un film indipendente del 2003. Ambientato nella periferia di Milano, racconta la storia di 3 ragazzi, che sono cresciuti nello stesso quartiere, la “Barona”, ma che hanno poi intrapreso strade diverse.

Claudio (Marco Foschi) vive con il padre (la cui unica occupazione e quella di guardare la televisione tutto il giorno) e lavora per una cooperativa gestita dallo zio. Non può fare nessun progetto perché il suo è un lavoro precario: il supermercato gli rinnova mensilmente il contratto alla Cooperativa da ormai 3 anni. Manuel (Matteo Gianoli) è un gommista, ma il suo vero lavoro è fare lo spacciatore, frequenta gli altri ragazzi della piazza Yuri Gagarin, punto di ritrovo per coloro che non hanno né un lavoro né un progetto nella loro vita. Maja (Valeria Solarino) è da poco rientrata in città, non va molto d’accordo con il padre, il quale ha creato un comitato con cui sta raccogliendo firme per far erigere una cancellata per separare gli immigrati che vivono dall’altra parte della piazza. Cerca un modo per raccogliere in fretta il denaro necessario per andare a Londra, lei non pensa che un posto valga l’altro.

Ogni tanto nella piazza si vede anche un “caporale” che offre del lavoro in nero e sotto pagato. L’unico momento di svago per i ragazzi è il sabato sera in discoteca, dove si trova ogni tipo di droga, che aiuta a dimenticare la vita di tutti i giorni. L’alba però arriva presto, e ci si ritrova seduti sempre nelle stesse panchine, a fare sempre gli stessi discorsi, solo un po’ più stanchi e assonnati. La tensione nel quartiere però cresce di giorno in giorno, fino a quando giungerà un politico locale per un comizio “pro cancellata”, accompagnato da ragazzi dell’estrema destra. Lo scontro con gli immigrati e i ragazzi del centro sociale è inevitabile. Gli sceneggiatori hanno dato un nome immaginario alla piazza che funge da punto di ritrovo. Poteva essere benissimo un altro quartiere, un’altra città.

Qualche anno dopo l’uscita del film l’immaginazione degli sceneggiatori è diventata infatti realtà: il muro di Padova. In un quartiere di Padova sono state erette delle barriere , per separare gli immigrati. Questa recinzione è nota con il nome di Muro di via Anelli. A Torino invece un cancello è stato costruito in un cortile allo scopo di separare le famiglie che alloggiano nelle case popolari da quelle che vivo in case di loro proprietà. Il tutto a danno dei bambini, che non possono più giocare insieme. Questo cancello è stato momentaneamente rimosso, ma un altro “muro “ è pronto a sorgere. Sempre, in ogni città. La caduta del muro di Berlino è stato visto come un simbolo di libertà, come l’inizio di una nuova era, ma da allora quanti muri sono stati innalzati in tutto il mondo? Non serve citare il muro di Gaza, basta guardarsi intorno, nelle nostre città. E’ in atto una guerra fra poveri e la crisi economica non ha fatto altro che peggiorare questo diffuso malessere, l’ha giustificato in un certo senso. A volte la soluzione più semplice è quella di cacciare gli stranieri, di tenerli lontani, se possibile non facendoli proprio approdare sul nostro suolo. Sono loro la causa dei nostri problemi.

Fame Chimica in pochi anni è diventato un piccolo cult movie. Girato con un basso budget e con molti attori non professionisti, ha descritto bene le “tensioni” del ghetto, delle periferie delle città, i benefici della “flessibilità” del lavoro che non consente nessuna progettualità, la voglia di evasione di un’intera generazione, la minaccia incombente di un razzismo che troppo presto si è tramutata in realtà.

Maja “I posti hanno un carattere, come le persone, questa città per esempio ha un carattere di mexxa”


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