Un film di Polo Vari e Antonio Bocola
con Marco Foschi, Matteo Gianoli, Valeria Solarino
durata 97 minuti
Strana è la genesi di questo film che parte da un mediometraggio omonimo vincitore del premio Filmmaker nel 1997. Un "docu-fiction", quello d’origine, realizzato dagli stessi registi con i ragazzi del quartiere Giambellino di Milano. Da allora la voglia di trasformare quel progetto iniziale in un lungometraggio che potesse ripresentare le stesse tematiche in una nuova strutura che potesse essere veicolata nel circuito dei cinema "normali" o "over-ground".
E il progetto si anima, si trasforma, diventa altro. Il documentario improprio diviene fiction tout court. Quello che era la ricerca di descrivere un quartiere emarginato e di periferia, con la sua gente e le sue dinamiche, diviene la scelta di una storia dalla struttura classicamente narrativa. Una vecchia amicizia fra due ragazzi che nonostante le scelte di vita differenti continuano a volersi bene fino a quando fra i due non si inserisce una bella ragazza e l’amicizia che si incrina in questo menage a trois, e poi la voglia di ribellione di questa nuova generazione in contrapposizione ai genitori. Il tutto incastonato in una dinamica di contrapposizione tra i vecchi abitanti del quartiere e i nuovi immigrati extraeuropei che sarebbe potuto essere interessante analizzare più in profondità e che rimane, invece, sullo sfondo delle vicende dei protagonisti.
Il film ha in sé diversi aspetti interessanti. Pur essendo strutturato secondo gli standard del cinema contemperaneo e cercando di assecondare il gusto più comune e "facile" lascia trasparire dei nuclei di vivacità e di semplice descrizione di una realtà che il pubblico medio sconosce quasi completamente. Come dice uno dei registi "volevamo raccontare qualcosa che fosse non solo legata ai ventenni del quartiere ma che avesse in se qualcosa di universale". Succede così che il film si spoglia quasi completamente dal tentativo di analisi e di critica politica di una realtà così lontana da noi pur essendo parte integrante di tutte le nostre città da Milano a Roma a Catania a Napoli. E se qualcosa traspare - o traspira - dalle immagini è dovuto alla forza incredibile che hanno le ambientazioni reali in cui il film è stato girato. Veri palazzi, vere piazze, vere strade dei quartieri periferici di Milano.
La scelta voluta di non fare un discorso politico complesso, a mio avviso un’occasione mancata, porta il film a preferire le dinamiche del sentimento e della pura descrizione dei fatti. La scena è occupata dai tre giovani protagonisti, assai bravi e freschi nei loro ruoli, che danno vita e linfa e struttura ad una storia che si snoda nell’arco di tre giorni e che gira intorno alla piazzeta del quartiere, luogo di incontro e di scontro delle varie realtà che il quartiere stesso esprime. Seguiti nei loro mille giri, quasi senza meta, i tre protagonisti vengono descritti e raccontati attraverso una regia che non rischia virtuosismi e sperimentazioni di alcun genere e che fa della semplicità (dovuta anche al basso budget) la sua marca caratteristica.
Sono le canzoni e la presenza di Zulù dei 99 Posse, all’interno del film, il veicolo di una certa misura di protesta e di rabbia. Impossibile, guardando il film, non pensare a "L’odio". Nella simile realtà sub-ubarbana. Nelle paragonabili vicende di illegalità in cui i protagonisti sono coinvolti. E ancora il ruolo della musica all’interno della struttura del film. E nelle storie di non-integrazione razziale. Nel senso di ribellione e di vitalità folle dei protagonisti. Eppure, nel paragone, risulta evidente l’incapacità del giovane cinema italiano di avere coraggio. Il coraggio di raccontare storie senza imbellettarle con amore & amicizia & buoni sentimenti che alla fine vincono le avversità. Un coraggio di cui si sente fortemente la mancanza e che potrebbe rendere a questo giovane cinema la vitalità e la forza che da troppo tempo non riconosciamo più.