Acquistare prodotti contraffatti danneggia sia l’industria che il consumatore - le cifre rese note dalla Guardia di finanza.
Il problema della contraffazione è, ormai, una vera emergenze con risvolti economici, sociali e criminali. Si tratta di un fenomeno che non conosce frontiere e che, secondo l’Ocse, investe una quota compresa tra il 7 e il 9% dell’intero commercio mondiale, per un fatturato che si aggira intorno ai 450 milioni di dollari. I dati sono, a dir poco, allarmanti. “L’incremento mondiale della contraffazione di prodotti negli ultimi anni - per Rosario Massino, capo dell’Ufficio antifronde della Guardia di Finanza - è stato stimato intorno al 1.700% ”.
“Il Falso - secondo Giuseppe Corasaniti , Procuratore della Repubblica - è globale perché risponde ad un’esigenza di consumo globale, perché abbatte le frontiere e le barriere e crea l’illusione del possesso di un bene altrimenti irraggiungibile”. Ma è anche molto articolato tant’è che nessun settore merceologico può ritenersi al sicuro. Oggi, infatti, si falsifica di tutto: dall’abbigliamento alla pelletteria, dalle videocassette ai compact disc, dai Cd-Rom ai Dvd, dagli orologi ai gioielli, dal software alle sigarette, ma, anche, i prodotti alimentari e farmaceutici.
“Nuovissimi falsi” come li definisce Salvatore Casillo, Direttore del Centro Studi sul Falso dell’Università di Salerno, che vengono realizzati, totalmente o in parte, “in Nazioni di recente industrializzazione ed importati, tanto nei Paesi ad alto reddito medio pro capite, quanto in Paesi a basso redito medio pro capite”.
Un processo che si è sviluppato parallelamente all’espansione dei mercati. “Da attività marginale - secondo Silvio Paschi, segretario generale Indicam - dotata di una filiera corta legata parassitariamente a specificità produttive (distretti industriali) e sociologiche (sacche di disoccupazione)” la contraffazione, “ si è trasformata in un’attività a rete, a filiera lunga, con una componente finanziaria, organizzativa e logistica”. Con strutture organizzative non estemporanee o precarie, “ma dotate di assetti produttivi stabili, di tecnologie non dissimili da quelle - afferma Casillo - necessarie per la fabbricazione su larga scala dei beni autentici che essi falsificano”.
Ma c’è un altro dato importante: la certezza “di collocare, sia direttamente che tramite altri operatori, i propri prodotti” in diversi Paesi del mondo “nei quali - conclude il docente - operano soggetti, a loro volta, organizzati in modo da poterli immettere nei canali di vendita ad essi più consono” e nel momento più opportuno.
Circa il 70% della produzione mondiale di merce contraffatta proviene dal Sud-Est asiatico (Cina, Corea, Taiwan), mentre il restante 30% proviene dal bacino del Mediterraneo (paesi leader sono l’Italia, la Spagna, la Turchia), destinati ai Paesi dell’Unione Europea, agli Stati Uniti, all’Africa.
E’ cambiato anche chi vende, al dettaglio, i prodotti contraffatti. Non più, o non solo, il “venditore extracomunitario” .
“Oggi - dichiara l’avv. Riccardo Castiglioni - ci si deve confrontare con soggetti preparati ad eludere i presidi legislativi e tecnologici che vengono predisposti per contrastare la violazione dei diritti di proprietà industriale”.
In questa logica il contraffattore-artigiano ha, progressivamente, lasciato il posto ai “contraffattori-subcontrattisti cui il lavoro, o parte di esso, - aggiunge il segretario di Indicam - viene appaltato da committenti spesso insospettabili (cinesi, svizzeri, turchi o italiani in Cina)”. I vantaggi sono indubbi: una ampia “rete di vendita” con propri caporali, gerarchie e intermediari; una “rete logistica dotata di buona competenza e ottime informazioni”; ampie “coperture finanziarie”. Caratteristiche tipiche delle organizzazioni malavitose: significativi i dati resi noti, nel febbraio scorso, dal procuratore Antimafia, Pierluigi Vigna, secondo il quale oltre il 10% dei condannati per reati di contraffazione, nell’ultimo periodo in Campania, presenta legami diretti e provati con la camorra.
Ma mentre le organizzazioni criminali hanno saputo decifrare, con largo anticipo, le aspettative dei consumatori manca, secondo Corasaniti, “un coordinamento intelligente delle iniziative istituzionali, che non sia basato sulla pura e semplice repressione penale ma anche su analisi criminologiche e merceologiche e su verifiche periodiche dello stato del mercato e dei suoi protagonisti”.
Bisogna cambiare strategia nell’affrontare questa “piaga”: la repressione dei cosiddetti “pesci piccoli”, le sanzioni “gridate” e mai applicate o applicate in maniera indistinta producono “paradossalmente una espansione incontrollata del fenomeno”.
Secondo Corasaniti, “i consumatori vanno coinvolti, vanno sentite le associazioni, vanno capite e interpretate le esigenze del pubblico perché solo sui consumatori si può basare un rilancio della produzione originale” . Per il magistrato, infatti, una politica economica disattenta è, forse, “la prima vera causa della contraffazione e del falso”.
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