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Faber

Tredici anni fa, ci lasciava Fabrizio De André. Il suo ricordo è rimasto intatto, più nelle nostre menti che nei versi storpiati delle nostre esecuzioni. Le sue liriche sono già leggenda, da diversi decenni, prima della sua scomparsa.
di Piero Buscemi - mercoledì 11 gennaio 2012 - 3627 letture

Stavamo andando a Genova, quel pomeriggio. Poco più di un centinaio di chilometri, scivolando tra le curve della Serravalle. Avevamo aspettato i primi tepori per rispolverare le canne da pesca e abbandonare, anche solo per un pomeriggio, la fredda foschia di Monza.

La destinazione più vicina, da tempo, era Voltri. Facile da raggiungere, tranquilla, una spiaggetta inframezzata da un piccolo promontorio di scogli bassi, era quanto di meglio si poteva pretendere per qualche ora di mare.

Eravamo riusciti, nelle occasioni precedenti, a fare amicizia con i commercianti del posto. Avevamo il nostro fornitore di esche e attrezzi per la pesca sportiva, la focacceria di fiducia che saccheggiavamo prima di raggiungere la spiaggia, e poi, il carrettino ambulante con le sue indimenticabili frittelle genovesi.

Fu scendendo da una crêuza de mä, che vedemmo le locandine a tappezzare i muri per strada. In bianco e nero, l’inconfondibile profilo di Fabrizio ad occupare un lato del manifesto, e il testo di una delle sue poesie a didascalia di uno stile di vita.

Non dovevano essere passati più di un paio di mesi dal giorno del suo funerale. Era come se le nostre menti avessero cancellato quel 13 gennaio, funesto epilogo dell’11 gennaio 1999, data della sua morte. Non era stato un vuoto di memoria, frutto di un’ennesima distrazione, che un vivere eccessivamente sincopato, conduce gli esseri umani a tralasciare i dettagli, che aggiungono sublimità all’esistenza.

Istintivamente, quei manifesti, ancora intatti e aggrappati a quei muri, ci apparivano come messaggi pubblicitari di un imminente concerto dell’artista che, da qualche decennio, aveva riempito gli scaffali delle nostre discografie private. E seminato versi sulle nostre agende segrete.

Ma De André ci aveva lasciati, qualche mese prima di quell’inizio primavera del 1999. Lo aveva fatto per sempre, lasciandoci un’eredità culturale, truccata da musica impegnata. Quella che ci distingueva da un mondo già commercializzato allora.

Fu come prendere coscienza di un dolore rimandato nel tempo. Via da quei luoghi comuni delle pietre miliari, che hanno graffiato le nostre orecchie. Lontano da stereotipi da portare nei talk-show del ricordo. Fu come toccare con mano quelle anime salve, raccontate nelle sue canzoni.

Il mare era lì, a poco meno di qualche centinaia di metri. Calmo come non mai. L’odore salmastro si mescolava alle nostre lacrime, che provavamo a farci asciugare da una leggerissima brezza. Quel mare immaginato, che solcava le tracce incise sui nostri vecchi 33 giri. Custoditi nelle nostre memorie, tra una canzone d’amore e una rima ironica sulla follia della vita.

Seguì un veloce sguardo di intesa. Non si mosse nessuno, come paralizzati dal momento estatico. Attraversai la strada. Con calma certosina, staccai il lembo più alto di destra. Poi, il resto del manifesto abbandonò quel muro screpolato e si racchiuse tra le mie mani tremanti.

La gente rimase ad osservarmi, per qualche istante, durante quel mio improvvisato prelievo proletario. Qualcuno mi regalò un sorriso. Mi voltai, stringendo quel Khorakhane tra le mie vene celesti dei polsi. Saltai in macchina e il fruscio di una vecchia cassetta stereosette, mi sussurrò: Quello che non ho...


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