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Europa. Dallo stato sociale allo stato penale.


Da Pietro Tarozzi - 26 Nov 2010

Per gentile concessione di AlbaniaNews


martedì 30 novembre 2010, di Emanuele G. - 168 letture

E’ un freddo grave quello che rischia di ricoprire l’inverno europeo. I fantasmi (Pigs) che fino a qualche mese fà erano solo accennati, spettri d’austerità e di dissesto finanziario, oggi si fanno mostri, pronti a incombere serranti sulle vite della maggior parte dei cittadini europei. Nocive notizie accomunano, più di quanto non abbiano fatto decenni di dibattiti sulla comunità europea, autisti portoghesi, infermieri irlandesi, disoccupati spagnoli, studenti inglesi e italiani.

Solo prospettive di gelo unificano il continente. I manganelli tornano a volteggiare sui giovani istruiti, sindacati riscoprono le loro vesti dopo anni di assenza, proprio mentre il lavoro sfiora le dignità più basse dai primi del Novecento e la repressione poliziesca torna a giocare supplementari straordinari.

Anche gli Stati cantano il loro spartito, confronto al vigore ideologico dei primi anni Ottanta, quella odierna ricorda una cantilena dal volume più alto, provocante frastuono.

Trent’anni di offensive contro quel sistema di Welfare state che dal dopoguerra, ha reso l’Europa Occidentale la massima espressione mondiale in termini sociali, di ricchezza e sicurezza, non hanno fatto altro che tracciare un percorso. La manomissione totale dello Stato sociale si presentava allora come avventurosa e controproducente. I guadagni potevano farsi lungo la strada senza che il conflitto aumentasse più del dovuto, sorretti da un’egemonia di mercato neoliberista che assunse quasi caratteri naturali. Deregolamentazione del lavoro, liberalizzazione dei movimenti di capitale, e la riduzione dell’intervento pubblico nella sanità, nell’istruzione e nella previdenza sociale vennero prima dipinti come modernizzazione in seguito come fattori naturali prodotti dalla globalizzazione.

Oggi, dopo il maggiore crack finanziario dal 1929, tutto questo viene venduto come atto fisiologico, irrinunciabile e obbligatorio per fronteggiare la crisi.

Ma mentre i bulldozer rimbombano smantellando quel che resta del Welfare state, in questi anni, parallelamente, abbiamo potuto assistere ad un passaggio di consegne.

Ad occupare gli spazi lasciati liberi dalla smobilitazione istituzionale in ampi settori della vita sociale ed economica dei paesi, una parola è tornata in auge diventanto il ritornello preferito delle classi politiche europee. La sicurezza dei cittadini. Nutrita da un sistema mediatico indeciso e remissivo, la retorica securitaria è riuscita a sedurre o perlomeno a convincere, vasti strati dell’opinione pubblica.

Anche se l’allarmismo generato era perennemente dissociato dalle statistiche sulla criminalità; la percezione di insicurezza cresceva, alimentando anche, quei fenomeni di intolleranza e di fobia dello straniero che hanno caratterizzato l’Italia e la società europea più in generale.

Un passaggio dal sapore drastico che ha portato una profonda trasformazione della concezione della sicurezza. Da una sua accezione positiva infatti (riconoscimento delle identità e partecipazione sociale), si è passati direttamente alla sua variante negativa, sviluppata da paure di incolumità individuale e repressione di ogni tipo di devianza, come se il disinvestimento sociale supponesse e provocasse il sovrainvestimento carcerario.

Come possiamo interpretare in altro modo strutture come i Cie o il sovraffollamento endemico nelle carceri italiane?

Un controllo repressivo che ha preso il largo senza un’adeguata riflessione e che sembra spingere quel che resta dello stato sociale verso uno stato penale diffuso e generalizzato.

Quello che succede in questi giorni ne è la prova più lampante. Arresti, denunce e intimidazioni.

Se in un Italia disastrata, il lancio di uova prende il nome di violenza e ai giovani, ai clandestini a chi rischia il lavoro si risponde coi manganelli; se il futuro indossa il vuoto della repressione allora l’Europa sembra ricordare la parabola di quella Repubblica degli anni Venti conosciuta come Weimar.

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