Passavano le ragazze a passeggio: tutti zitti, cessava ogni diatriba sulle cose di scuole, sulle partite di calcio, sulla politica, sui film visti, sulle qualità fisiche e le vere o sognate performance erotiche con donne più o meno facili o di mestiere.
’U stratuni era una specie di campo di caccia per noi studenti. La domenica pomeriggio, raramente negli altri giorni, venivano a passeggiarvi gruppetti di ragazze. Erano le ore più attese della settimana. Cessava ogni diatriba sulle cose di scuole, sulle partite di calcio, sulla politica, sui film visti, sulle qualità fisiche e le vere o sognate performance erotiche con donne più o meno facili o di mestiere. Passavano le nostre madonne: tutti zitti ad ammirare quei volti fatti di zucchero, a sentire quelle risatine argentine, a seguire ogni movimento dei loro corpi sinuosi, delle gambe che mostravano le loro forme fascinose, dei seni acerbi che attiravano gli occhi come calamite, dei sederi le cui rotondità, più o meno pronunciate, erano oggetto di apprezzamenti salaci. Qualche salutino accennato con la mano volava da noi alle ragazze, ricambiato con sorrisi al miele. I più audaci di noi ci trascinavano sulla loro scia e riuscivano a parlare con taluna di loro o addirittura ad affiancarvisi impegnati subito in conversazioni piacevoli, in scambi di battute. Io non ero un campione in questi approcci disinibiti. Avevo timore di non saper cosa dire accanto a una bella ragazza. Invidiavo la scioltezza di alcuni miei compagni. A volte ascoltavo le loro parole e mi meravigliavo della leggerezza dei loro argomenti, della banalità delle osservazioni o dei racconti di piccoli accadimenti della giornata, o dei particolari di piccole insignificanti azioni. Mi dicevo che io ero capace di fare di meglio; avrei avuto però la loro disinvoltura, la loro comunicativa, la loro capacità di apparire simpatico? Porca miseria, tanti discorsi, ma coi fatti nix.
Per la Festa o’ Signuri scasavano tutte le ragazze del paese, accompagnate dai parenti e dalle amiche. Il passeggio iniziava alle 16-17 (nel giorno delle corse dei cavalli verso le 18) e finiva alle 2 di notte. Era il festival dello struscio, degli incontri, dei corteggiamenti, delle soste ai tavolini dei caffè, delle torte di gelato, dei primi whisky bevuti con ostentata nonchalance. A volte si facevano veri e propri ’inseguimenti’ in mezzo alla folla del Corso, con grande divertimento nostro ma anche delle ragazze ’inseguite’, che ridevano divertite. Non di rado qualcuno dei ragazzi manovrava in modo tale da riuscire a trovarsi per parecchi minuti tète-à-tète con la ragazza del cuore in un angolino di un bar, per poi riprendere il proprio posto tra le file degli amici con l’estasi dipinta sul viso.
Le corse dei cavalli erano l’attrazione maggiore della Festa. Veniva gente da tutti i paesi vicini a bordo di carretti decorati sulle fiancate con scene cavalleresche, trainati da cavalli o muli adorni con i finimenti dai ricchi piumaggi e dalle caratteristiche sonagliere. I carri si ammassavano negli spazi del Corso non interessati dalla corsa. La pista, in leggera pendenza negli ultimi cento metri, veniva transennata da un lato e dall’altro, al limite degli ampi marciapiedi. Misurava in lunghezza non più di 7-800 metri. Non poteva dirsi una vera e propria pista perché era costituita semplicemente dal tratto del Corso La Masa tra la Favara e la Chiesa madre lasciato così com’era, con la convessità propria di tutte le strade, senza aggiunta di terra o di pietrisco. La pericolosità per fantini, cavalli e pubblico era evidente. Anche per questo forse la suspense aumentava. Una folla, partecipe, emotivamente coinvolta, assisteva alle corse. I cavalli provenivano, la maggior parte, da Bagheria; qualcuno da altre località. I loro proprietari, immediatamente riconoscibili per il loro modo di vestirsi, camicia a colori, gilet beige, fazzoletto rossastro al collo, coppola di traverso in testa, pantaloni raccolti in stivali di cuoio, frustino in mano, si aggiravano con aria sicura, dominando la situazione, tra cavalli, fantini, dipendenti, organizzatori Ho assistito un paio di volte alla corsa dal punto di partenza: uno spettacolo nello spettacolo. I cavalli col fantino in groppa erano estremamente smaniosi, pur frenati per il morso dagli aiutanti, si agitavano e compivano delle vere giravolte. Il mossiere, giudice di partenza, con la pistola in mano, stava attentissimo alle posizioni dei cavalli per poter cogliere il momento di migliore allineamento degli stessi e dare il via. A volte passavano dei quarti d’ora oppure bisognava ripetere più di una volta il via alla partenza. Il colpo di pistola scatenava in un attimo tutte le energie dei cavalli proiettandoli in una corsa frenetica densa di accanito agonismo. Il pubblico stava col fiato sospeso, elettrizzato; all’arrivo del cavallo vincente era un’esplosione di grida e di eccitate discussioni. Dopo la vittoria nella finale al passaggio del cavallo al passo e del suo fantino la gente faceva una ressa del diavolo intorno a loro per poterli toccare o indirizzargli una battuta. Gli incidenti erano rari, ma una volta un cavallo andò a finire su una transenna e sul pubblico che vi si appoggiava; il bilancio fu di un morto e di diversi feriti. Tra polemiche e difficoltà burocratiche le corse furono mantenute per alcuni anni. Poi seppi della loro definitiva cancellazione per ordine della Prefettura. La Festa o’ Signuri divenne una festività come tante altre, con l’alborata alle sei del mattino, la masculiata (sparo di petardi in costante sequenza lungo lo stratuni, dalla Favara alla Chiesa) a mezzogiorno, la banda musicale per le strade, le bancarelle, la processione, i giochi di fuoco sulla montagna della Favara, una banda e un cantante sul palco, ma senza il sale di una manifestazione di grande presa popolare e di profondo impatto emotivo Varie volte, in occasione dei miei ritorni a Trabia, ho chiesto notizie sul possibile ripristino dell’antica tradizione delle corse dei cavalli. Nessuno ne sapeva nulla. A dispetto di tanti strombazzati provvedimenti di semplificazioni procedurali gli uffici pubblici sono sempre più trincerati dietro le barriere dei requisiti impossibili e dei divieti repressivi. Basterebbe cospargere di fine pietrisco il fondo stradale, ritoccare la sua superficie spianandola leggermente, arretrare di un metro le transenne, accendere una polizza di assicurazione, per poter svolgere in sicurezza le corse. Ma il rispetto della tradizione, il suo valore culturale, la sua forza di attrazione turistica, le aspettative popolari, interessano più ai politici ben acquartierati nelle istituzioni?
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