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"Essere nati e vivere in Italia è un dono, a Roma è un privilegio e ad Augusta?"

"Essere nati e vivere in Italia è un dono: a Roma, è un privilegio"(Ciampi). Certo non tutti abbiamo tali privilegi. E, forse, essere nati e vivere ad Augusta è una “disgrazia”.
di Giuseppe Castiglia - mercoledì 20 dicembre 2017 - 2098 letture

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Quando il progresso mira solo al profitto...

di Palmiro Prisutto

TROVEREMO MAI UNA TESTATA GIORNALISTICA DISPOSTA AD AFFRONTARE CON IMPARZIALITÀ, COMPETENZA, SERIETÀ ED ONESTÀ PROFESSIONALE (=CORAGGIO) LA TRAGEDIA DI AUGUSTA?

OPPURE QUESTA TRAGEDIA SI DEVE CONSUMARE ANCORA NEL SILENZIO PER NON TURBARE IL “BENESSERE” DELL’INTERA ITALIA?

Era l’anno 1949. Nacque la prima raffineria, la RASIOM di Angelo Moratti. E poi, una dopo l’altra, raffinerie …. e ancora raffinerie, centrali elettriche e …… centrali elettriche, e impianti chimici e petrolchimici ..….. per produrre “ricchezza e benessere” in quantità. E la gente, trovò lavoro, tanto lavoro …... Ma anche le malattie del progresso, sperimentò perfino la morte di lavoro e per il lavoro. Oggi sono ben 18 gli insediamenti produttivi di “ricchezza”, ma anche di sofferenza e di morte. Anche i bambini di Augusta sperimentarono il “progresso” fin dal grembo materno: come già anche i pesci, i crostacei e i molluschi del mare avvelenato dal cosiddetto progresso. Cominciarono a nascere deformi, come quelli di Minamata, cominciarono ad aggiungere la loro sofferenza a quella degli uomini e a quella del territorio …...

Tanto, in una zona come Augusta, dove oggi un abitante su tre muore di cancro, a chi volete che interessi qualche altro malato o qualche altro morto in più di cancro ogni anno?

Il nome di Augusta, di solito, ormai, si trova unito a PRIOLO e MELILLI, con le quali condivide un destino amaro: l’olocausto industriale. Forse, un giorno, questa tragedia entrerà a pieno titolo nei libri di storia come Bhopal, Chernobyl, Minamata, Seveso, Hiroshima, Auschwitz.

Se mettessimo insieme il numero dei morti e dei feriti degli incidenti industriali, degli infortuni sul lavoro, e se unissimo ad essi il numero di morti per tumori ed il numero dei bambini malformati …. potremmo parlare, senza alcuna retorica, di strage: ma di UNA STRAGE DI STATO.

I grandi colossi industriali su questo territorio stanno spadroneggiando da troppo tempo, incuranti dei danni non solo all’ecosistema, ma soprattutto dei danni alla salute degli esseri viventi, non solo dell’uomo. Il porto di Augusta è stato teatro, più volte, di impressionanti morie di pesci e di altre forme di vita. Ipocritamente lo chiamano “progresso” e si vorrebbe che questa situazione venisse supinamente accettata come l’ineluttabile prezzo da pagare.

Riteniamo che siano maturati i tempi in cui lo Stato si ricordi che la città di Augusta non è solo uno dei tanti anonimi comuni italiani, ma una città di importanza vitale per la nazione intera. Purtroppo, con amarezza, dobbiamo constatare che nei confronti di questa città, dei suoi abitanti e del suo territorio è in atto un violento attacco da parte di enti e società (avallate anche da talune istituzioni) che l’hanno scelta come luogo in cui realizzare facili e grandi profitti a scapito della vita e della salute, non solo degli abitanti, ma di tutto l’ecosistema. I futuri sette impianti non creeranno di certo né migliaia né centinaia di posti di lavoro ma produrranno sicuramente più inquinamento in una zona che attende invece il risanamento. La paura e l’incertezza del futuro, la mancanza di prospettive di lavoro, il ricatto occupazionale rischiano di trasformare questa terra in una terra di futura emigrazione – per certi aspetti già in atto –, invivibile o addirittura in una terra da cancellare dalla carta geografica così come avvenne a Marina di Melilli qualche chilometro più a sud alla fine degli anni ‘70. Oggi la situazione è senz’altro peggiorata.

Egregio Presidente, comprendo il suo imbarazzato silenzio dopo il materiale e le numerose lettere a Lei inviate. È evidente che il caso Augusta è davvero un caso “difficile” per lo Stato che lei rappresenta, un caso nei confronti del quale o non si vuole o non si riesce più a trovare una soluzione, abbandonando, di conseguenza, i cittadini di questa città al loro triste destino. Il “non rispondere” talvolta è un segno evidente della resa dello Stato che di fronte alle vere e fondate ragioni dei cittadini non sapendo cosa rispondere sa opporre solo il silenzio per non intervenire sperando che il cittadino si stanchi, si scoraggi e desista dal richiedere giustizia. Ma per amore della mia terra e della mia gente io non tacerò fin quando non avrò risposta.

Egregio Presidente, non pensavo di trovare tanta insensibilità a livello istituzionale di fronte ad un problema così grave. Per chi non vive in prima persona le tragedie della devastazione ambientale è facile tacciare di “retrogradismo” chi si oppone a determinati progetti. Ma non si può accettare neanche la logica di chi, stando lontano o dall’altra parte, possa decidere superficialmente sul futuro e sulla sorte altrui. Ho riflettuto su una delle sue ultime “battute” pronunciata davanti alle telecamere: “Penso di fare il nonno ed anche il bisnonno”. L’ultima vittima del cancro ad Augusta, oggi, aveva appena 25 anni. Purtroppo, dalle mie parti questa fortuna di diventare bisnonni o solamente nonni, diventa sempre più rara. Mentre in Europa la percentuale di incidenza del cancro diminuisce, ad Augusta invece, la mortalità per tale patologia aumenta. Ad ogni nuovo caso che mi viene confidato penso all’art. 32 della costituzione che qui viene violata impunemente, anche con la complicità di talune istituzioni nazionali e regionali.

Ho interpretato il suo perdurante silenzio e quello dello stato come quello di chi, impotente, fugge dinanzi alle tragedie attuali o per non saper dare una risposta o per non sporcarsi le mani.

Sulle nostre vittime, tante, da oltre cinquanta anni, si continua a fare silenzio: un silenzio colpevole, indegno di uno stato fondato sui principi del diritto e della democrazia. Mi sembra quindi doveroso rivolgermi a lei in un ulteriore tentativo per attirare un’«attenzione che conta» sul problema. Qualche tempo fa lei ha conferito la medaglia d’oro ai minatori morti nella sciagura di Marcinelle e ai bambini vittime del terremoto a San Giuliano: le ha definite “vittime del lavoro e del dovere”. Come mai non è stata conferita la stessa onorificenza alla memoria dei lavoratori di Augusta, morti di cancro dopo aver lavorato nel polo petrolchimico o morti in seguito ai numerosi incidenti sul lavoro? Forse i lavoratori italiani di Marcinelle erano “più italiani” di quelli di Augusta? Oppure le nostre vittime non erano vittime del lavoro perché sono morte “diluite nel tempo”? All’ospedale di Augusta ogni anno, da almeno trent’anni, nascono decine di bambini con varie malformazioni: il cosiddetto progresso li tocca nella loro fragile esistenza ancor prima di nascere. Ho conosciuto il calvario di tante famiglie che hanno dovuto lottare per salvare la vita dei loro figli. Alcuni non ce l’hanno fatta; altri hanno scelto di non farli nascere. È forse questo quello che si chiama progresso? Che colpa avevano questi esseri innocenti? Forse quella di essere figli di uomini normali del sud-Italia (o della sub-Italia)? Forse questi bimbi non meritano un riconoscimento perché non sono morti sotto le macerie di un terremoto? Oppure anche questi bambini non erano italiani? Quanto scalpore sui mass-media per un caso di malasanità, quanto silenzio sui nostri casi di «mala-umanità»!

Circa 100 morti di cancro ogni anno da oltre trent’anni, uno su tre; circa 25 bambini nati con varie malformazioni ogni anno da quasi trent’anni. Un’impressionante serie di incidenti sul lavoro con morti e feriti durante tutto l’arco di tempo dell’era industriale.

Non riesce più possibile calcolare il numero esatto di quelle vittime che hanno sacrificato la loro vita e la loro salute per svolgere quell’attività che avrebbe dovuto garantire un giusto salario ed una tranquillità di vita a sé stessi ed alle loro famiglie.

Un lavoro che avrebbe dovuto essere gratificante, sicuro, ma che sul nostro territorio non si è rivelato tale.

Esso, Buzzi, Enel, Enichem, Erg, Agip, Union Carbide, Dow Chemical, le grandi multinazionali da diversi decenni si sono impadronite della nostra terra, del nostro mare, della nostra acqua, della nostra aria, ipotecando anche il nostro futuro.

Si grida ormai da più parti, anche dalle giovani generazioni, - più consapevoli del problema ecologico globale - che ogni attività lavorativa debba salvaguardare il territorio su cui si svolge e che il lavoro deve servire per vivere e non per morire.

Sul nostro territorio, tale verità, però, sembra essere stata sopraffatta da un altro comune modo di dire: “meglio morire di cancro che di fame”. L’ho sentita ripetere spesso questa dichiarazione.

Augusta-Priolo-Melilli pur rimanendo ancora una forte realtà produttiva non solo a livello locale, ma anche nazionale ed oltre, (Augusta-Priolo-Melilli) non sono più una realtà solo produttiva in termini di “lavoro e ricchezza”, ma sono produttive anche di problemi sociali ed ambientali di rilevantissima entità, che non possono essere affrontati solo superficialmente e non possono essere più ignorati.

Non c’è più una sola famiglia nel triangolo cosiddetto “industriale” - oggi meglio conosciuto come “triangolo della morte” - che non abbia avuto a che fare con qualche patologia correlabile all’inquinamento.

Da troppo tempo sugli uomini che vivono e lavorano in questo territorio è stato imposto un pesante fardello da portare, non molto diverso da quello che in altri tempi veniva imposto sugli schiavi: un lavoro umiliante, anche se in apparenza adeguatamente retribuito; un lavoro rischioso che lentamente minava l’organismo e che manifestava i suoi nefasti aspetti proprio in quel tempo in cui l’operaio avrebbe dovuto godersi la pensione; un lavoro “imposto” più che scelto perché non c’erano altre possibilità, un lavoro considerato solo alla stregua di pura “merce di scambio”, un lavoro che tantissime volte è sfociato non in una tranquilla vecchiaia, ma nella sofferenza su un letto d’ospedale

Su questo punto, in modo particolare, alle istituzioni, ai medici del lavoro ed alle confederazioni sindacali, vorremmo chiedere un atto di coraggio: schierarsi dalla parte della Verità, dalla parte dei lavoratori, dalla parte dei più deboli, dalla parte di chi soffre.

I medici di fabbrica o di famiglia dovrebbero essere sempre per deontologia professionale al servizio della scienza e del progresso ma in situazioni simili alla nostra sono apparsi come camici bianchi al servizio del capitale e del profitto.

Ai sindacati, in particolare, vorremmo chiedere di vigilare e di aprire un’altra seria vertenza: non va difesa solo la busta paga, non va difeso solo l’orario di lavoro; il presunto diritto alla sicurezza dopo l’incidente,

dell’operaio va difesa innanzitutto la sua dignità di uomo, va tutelata la sua integrità fisica, va difeso il suo diritto al lavoro e ad un lavoro dignitoso in un ambiente sicuro: l’operaio e la sua salute non sono merci di scambio e non lo è neanche il suo lavoro.

Forse, dopo oltre mezzo secolo, non sarà più possibile calcolare il numero esatto di quanti hanno pagato con la vita o con danni alla propria salute il lavoro in questo polo petrolchimico, forse non sapremo mai il numero esatto dei bambini malformati o delle vittime innocenti dell’olocausto industriale, ma alla memoria di queste vittime, vogliamo dedicare questa prima giornata della memoria.

Dai tempi della prima guerra mondiale ricordiamo ogni anno i caduti delle guerre fino a quelli di Nassyria; dai tempi della Resistenza ogni anno commemoriamo le vittime delle stragi nazi-fasciste; oggi vi abbiamo aggiunte anche quelle delle foibe del comunismo e anche quelle degli attentati politici, terroristici e della mafia.

Ma di quel silenzioso massacro quotidiano provocato da un certo genere di lavoro e dall’inquinamento dell’acqua, dell’aria, del mare, del suolo e del sottosuolo si ha paura perfino a parlare. Queste vittime ci interpellano, ci chiedono di far memoria, queste vittime ci chiedono giustizia, queste vittime esigono rispetto ed un doveroso riconoscimento non solo da noi ma anche dalle Istituzioni di questo Paese.

Poiché queste persone hanno lavorato nello spirito della costituzione repubblicana, poiché queste persone hanno lavorato per il bene della nazione italiana, poiché queste persone hanno sacrificato la loro vita per garantire un futuro di onestà e libertà ai loro figli, cittadini anch’essi di questa nazione, vanno riconosciute come vittime del lavoro a cui spetta gratitudine e riconoscenza.

Palmiro Prisutto


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