Eravamo più di 50 pacifisti «non pericolosi» / di Luciana Castellina

UN GIORNO DI SVOLTA. Il popolo che è sceso ieri [5 novembre 2022] in piazza dice che la pace non è facile, ma dovrebbe essere un obbiettivo vitale e condiviso. Allora bisogna cominciare a delineare la via per raggiungerlo

di Redazione - domenica 6 novembre 2022 - 988 letture

UN GIORNO DI SVOLTA. Il popolo che è sceso ieri [5 novembre 2022] in piazza dice che la pace non è facile, ma dovrebbe essere un obbiettivo vitale e condiviso. Allora bisogna cominciare a delineare la via per raggiungerlo

«Beh,siamo più di 50, ma non siamo pericolosi». Così, ironico, Landini ha cominciato il suo discorso che ha concluso la manifestazione per la pace di Piazza San Giovanni a Roma ieri. Poteva essere più che ironico nei confronti di Giorgia Meloni – ma anche di tutti quelli che avevano prevista una piazza semivuota, perché «gli amici di Putin sono una assoluta minoranza» – vista la gigantesca folla che è arrivata, molti solo quasi alla fine per via delle dimensioni del corteo. Ai tempi del vecchio Pci il nostro metro per giudicare i raduni in quella piazza è sempre stata la statua di San Francesco che sorge dalla parte opposta della Chiesa, calcolando di quanto la folla esbordava il santo dirimpetto a Giovanni. Ieri straripava, occupando anche le strade laterali, impossibile vedere tutti quanti.

IL POPOLO DELLA PACE. Non solo tante organizzazioni (600) ma anche tutte le persone dell’ampia area di sinistra che da tempo raramente rispondeva alle mobilitazioni. Riconoscerle è stata una gioia. C’erano anche Conte e Letta. Non so cosa abbia pensato il segretario del Pd a trovarsi là in mezzo, sono contenta che sia venuto (e non sia andato a quella che a Milano Calenda e Renzi hanno promosso in polemica con quella di Roma, insieme a Letizia Moratti), ma spero che questo bagno di folla lo aiuti a capire quanto, con garbo, ha suggerito Raffaella Bolini, che ha parlato per l’Arci: «Per stabilire la pace non è utile partecipare alla guerra». Aspettare che le truppe si ritirino, e solo poi cominciare a parlare di pace, rischia di rendere così lunga l’attesa che potremmo nel frattempo essere tutti morti.

TUTTI DISCIPLINATI: nessuno con le bandiere di partito, come da consegna. Ma tantissimi striscioni che indicavano la società civile; e poi il rosso dominante per i vessilli della Cgil, una presenza davvero massiccia per un impegno straordinario che la Confederazione ha posto in questa battaglia.

Il fatto più nuovo, e di grande interesse, è stata però la presenza cattolica eccezionale che si è riflessa nei discorsi dal palco, che hanno pesato. Oltre quello di Ricciardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio – che con tono polemico ha invitato Zelenski ad accettare una seria trattativa di pace, anziché rifiutare ogni incontro. E quello di don Luigi Ciotti, che senza mezze parole ha affrontato le «coscienze pacificate» che non si indignano per l’attuale sistema economico che produce disuguaglianze e ingiustizie. Don Ciotti ha definito la grande finanza, le grandi ricchezze, le multinazionali «terre meno visibili», «subdole», mai oggetto di critica, evidente allusione al peggio del fronte che irride al pacifismo: la grande commozione per l’Ucraina aggredita che però non ha riscontro in altrettanta preoccupazione per tutto quanto di male viene prodotto da questo sistema.

UN ATTACCO SACROSANTO perché ogni giorno più pesante si fa l’arroganza di questo nostro Occidente che pensa di poter permettere qualsiasi cosa che invece indigna se la fa qualcun altro. Non penso solo a quanto viene fatto ai danni della Palestina o dei curdi, all’Iraq o all’Afghanistan, ma a quanto si continua a fare silenziosamente pur continuando ad affermare che si vuole la pace. È recente la notizia che verrà accelerata la produzione su larga scala di B61-12, nuovi congegni nucleari sì da poterli avere a disposizione già a dicembre prossimo, anche nelle basi italiane.

Dove del resto già ci sono gli F-16 C/D (ad Aviano e a Ghedi), che verranno ora dislocati anche in ogni parte dell’Europa, naturalmente intorno alla Russia. Nel 2021 è stato firmato da 50 paesi l’accordo sulla denuclearizzazione militare proposto dall’Onu. L’Italia, in quanto membro della Nato, naturalmente non l’ha ratificato. Chi dice che chiedere trattative è inutile perché Putin non le accetta, si rende conto che ratificare quell’accordo, rifiutare la presenza di armi nucleari nelle basi italiane, potrebbe aiutare a convincerlo? Perché allora non danno battaglia a questo scopo, aggiungendosi a quanti vogliono condurre una battaglia almeno sulla cosa più pericolosa di questa guerra, il rischio che lo scontro diventi mondiale e nucleare? Possibile che in otto mesi non sia emersa una, dico una, proposta di pace su cui cominciare a trattare con la Russia da parte dell’Unione Europea?

LA PACE NON È FACILE, ma dovrebbe essere un obbiettivo condiviso; e se è un obbiettivo bisogna cominciare col delineare e percorrere la strada che può permettere di raggiungerlo. Occorre preparare una mediazione possibile da proporre, che per prima cosa riguarda la sorte dei territori ucraini dove una larga parte della popolazione ha chiesto di ottenere le stesse condizioni di autonomia di tante altre regioni speciali europee.

È DIFFICILE, LO SAPPIAMO, ed è possibile che sul merito del compromesso necessario non saremo tutti d’accordo, ma quelli che si rifiutano persino di chiedere una trattative potrebbero almeno cominciare a fare proposte e a iniziare qualche battaglia contro quanto si fa per aggravare la guerra? Giustamente Landini concludendo ha insistito proprio su questo, aggiungendo il sacrosanto tema della riduzione della produzione di armi che continua ad avere, adesso con l’aiuto straordinario del ministro Crosetto, l’Italia come una protagonista di punta.


Articolo pubblicato su Il Manifesto online il 6 novembre 2022.



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