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“Era felice quella notte”, il romanzo di Gianni Sutera

Una storia semplice per parlare, ancora una volta, della tipica famiglia siciliana.

di Paola Fagone - sabato 1 ottobre 2005 - 5625 letture

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Il romanzo di Gianni Sutera “Era felice quella notte” esprime con parole semplici, con la tecnica spottistica del ricordo fugace, non necessariamente legato alla trama, la storia semi seria della sua famiglia.

Una famiglia ordinaria, fortemente radicata al territorio, alle tradizioni tramandate per consuetudine, agli affetti che poi sono sempre quei genitori, fratelli, zie, cugini, tutto quella girandola di persone insomma, che è stata la (sua) famiglia di una volta.

Il romanzo è ambientato in un tempo, non meglio specificato, potrebbe essere di cento anni fa, come di cinquanta, come di ieri, e si articola su una trama non troppo vincolante, che permette all’autore di saltare da una situazione all’altra con estrema facilità.

Il tema principale è la famiglia, famiglia del sud, che superando le evoluzioni culturali, i cambiamenti di costume, non mostra segni di cedimento alla propria struttura arcaica. Ancor più in un contesto fondamentalista e bigotto, come è facile trovarne ancora ai giorni nostri, specialmente nei piccoli centri.

Il concetto moderno di “famiglia allargata”, presente in misura ridotta rispetto a molti paesi “del continente”, con la conseguente confusione dei ruoli, non si addice infatti al contesto patriarcale o matriarcale descritto, quale che sia, dove i ruoli sono ancestrali, distinti nettamente, che perdurano nel tempo.

Romanzo semiserio dunque, per esigenze di spettacolarizzazione l’autore ha reso assassino il proprio padre ed articolandosi attraverso una trama leggera, fa una spregiudicata apologia dell’antagonista-voce narrante (se stesso).

Rendere assassino colui che lo ha messo al mondo, come a voler indicare invece, la via che un uomo potrebbe intraprendere, ma non è consigliabile, per non soggiogare alle angherie del destino, in quel caso infame e capriccioso, e diventare finalmente uomini. Un destino feroce, mettendo in discussione tutte le esistenze dei personaggi del romanzo, ne evidenzia le fragilità, i limiti dettati dal contesto sociale, l’assenza di aspirazioni.

Uccidere per provocare, non per uccidere veramente, per imporre la propria personalità, come nella più classica delle tragedie greche, familiare, esistenziale; per assicurarsi una via di fuga da un destino segnato dalla altrui volontà.

L’autore, fortemente rammaricato dalla incapacità del personaggio principale, il padre, di imporre la propria volontà, considera quella debolezza di gioventù l’origine di tutti i suoi pellegrinaggi per il mondo. Comincia così la ricerca di qualcosa che dovrebbe culminare con la soddisfazione, l’appagamento. Un appagamento che sembra non arrivare mai.

Il viaggio, la fuga per fuggire, l’avventura a tutti i costi diventano quindi il motivo principale dell’anima in pena, l’autore, ferita da un duplice abbandono. Il lacerante ed inspiegabile abbandono della madre morta di parto e quello, forse più ingiustificabile, di colui che rimane in vita, il padre.

Figura maschile autorevole ma debole, che muore dentro, perché fin troppo rassegnato alla vita che gli hanno assegnato di vivere.

Fuggire, ma da dove? da un contesto che comunque ti rimane dentro e che l’autore rappresenta in tutte le sue manifestazioni artistiche (foto, poesie, scritti), di padre, di marito, di uomo del sud.

Non resta che ritornare con il ricordo e l’immaginazione, a quei luoghi del delitto, tanto cari quanto temuti per le poche occasioni di riscatto che offrono, per la passività che generano in quanti non riescono a scavare con le unghie la via di fuga.

Di facile lettura, il romanzo nella sua leggerezza espositiva, nel toccare piano gli spunti via via sviluppati, lascia tuttavia quella sensazione di inadeguatezza, di impotenza nell’affrontare la vita di tutti noi, superficiali tira a campà, sempliciotti del sud, sud del cuore, sud dell’odio, sud delle nostre aspirazioni.


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