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Enzo Ciconte “Banditi e Briganti” (Rubbettino)

E’ un argomento molto complesso da spiegare. Il prof. Ciconte ci è riuscito con rara efficacia e un linguaggio che rende estremamente piacevole la lettura del testo.

di Emanuele G. - lunedì 21 maggio 2012 - 4457 letture

Sull’argomento – banditi e briganti – sono stati pubblicati decine di libri, saggi, articoli, riflessioni e molto altro ancora. Il motivo di cotanto interesse mi pare evidente. E’ uno degli argomenti cardine su cui ruota la più generale riflessione sul Meridione e sulle relative secolari criticità. Parlare di banditi e briganti significa parlare, quasi per caduta inerziale, del Sud d’Italia. A migliorare ed amplificare la riflessione sull’argomento interviene oggi la pubblicazione di un prezioso saggio a cura del prof. Enzo Ciconte intitolato “Banditi e Briganti” con un felice sottotitolo “Rivolta continua dal cinquecento all’ottocento”.

Enzo Ciconte è considerato da molti fra i massimi esperti in Italia delle dinamiche delle grandi associazioni mafiose, è docente di "Storia della criminalità organizzata" all’Università di Roma Tre. È stato deputato nella X Legislatura (1987-1992) per il Partito Comunista Italiano, membro della Commissione giustizia e consulente presso la Commissione parlamentare antimafia a tempo pieno per undici anni (1997-2008) e a tempo parziale dal 2010, ha realizzato numerosi studi relativi al meccanismo di penetrazione delle mafie al nord, ai rapporti tra criminalità mafiosa e locale e alle attività mafiose nei nuovi territori, pubblicando volumi che costituiscono i primi esempi in Italia di indagini scientifiche del fenomeno malavitoso nelle aree non tradizionali. Scrive libri soprattutto sul tema della criminalità organizzata.

“Banditi e Briganti” è un saggio che non si accontenta di raccontare la solita storia sui fenomeni di brigantaggio nel Meridione. Bensì cerca di analizzare in maniera più che analitica un argomento viepiù complesso quanto dispersivo. Il libro consta di undici capitoli più premessa, introduzione e bibliografia. L’analisi si dipana dalle prime avvisaglie del fenomeno. Pertanto, storia di lunga durata. Storie di uomini, e di donne, molto diversi tra loro. Storie di banditi, come venivano chiamati tra il Cinquecento e il Settecento quelli che erano colpiti dal bando, cioè da un decreto di espulsione dalla comunità di cui facevano parte. Il bandito e il brigante non sono prodotti solo del Mezzogiorno perché in tempi diversi li troviamo in Calabria, Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia, Abruzzo, Molise, Lazio, Veneto, Piemonte, Toscana, Emilia-Romagna. Non sono solo assassini, tagliagole, criminali. Fra loro ci sono nobili, baroni e signorotti locali in lotta con il potere regio; ci sono quelli che in nome del re Borbone o in difesa della Chiesa si battono contro l’occupazione militare dei Francesi; oppure ci sono giovani ribelli che di fronte alle prepotenze, alle offese all’onore, a una ingiustizia si danno alla macchia nella speranza di trovare vendetta o riscatto con le armi in pugno.

Raccontare le storie dei briganti significa parlare delle masse contadine povere, senza terra, analfabete che a ogni mutamento politico si mettono in moto sperando di ottenere un pezzo di terra per sfamare la famiglia. Per questo quando non ci saranno i briganti, su quegli stessi luoghi ci saranno i contadini a occupare le terre usurpate da baroni e galantuomini e a chiedere la divisione dei latifondi. Durante tutto il periodo borbonico, dalla cacciata dei Francesi all’arrivo dei Piemontesi, briganti e contadini in lotta si alternano di continuo, prima e dopo il 1848 che è l’anno magico della borghesia europea e delle occupazioni di terre nel Mezzogiorno. Il brigantaggio sarà presente sotto tutti i regimi: borbonico, francese, pontificio, italiano. È una storia imponente che accompagna la trasformazione delle campagne dall’eversione della feudalità alla libera proprietà della terra, la formazione della borghesia, la nascita dello Stato italiano, le varie rivolte delle masse contadine subalterne che saranno strumentalizzate, utilizzate e sconfitte. Atrocità, corpi squartati, teste mozzate esposte ovunque. Crudeltà da tutte le parti. Una repressione cieca, crudele, selvaggia pensa di risolvere problemi, che sono sociali e politici, facendo ricorso alle armi, al carcere, alle fucilazioni indiscriminate. Verranno in urto due mentalità: quella dei militari che vanno per le spicce e che spesso non hanno riguardo per le leggi, e quella dei magistrati che reclamano il rispetto delle leggi anche per i briganti che non devono essere detenuti a lungo senza essere interrogati da un magistrato o, peggio!, uccisi facendo finta che stiano scappando dopo la cattura. L’altra faccia della repressione è la scelta degli stati di venire a patti, di scendere a compromessi, di fare accordi come accade nel Regno delle Due Sicilie dove il brigante calabrese Giuseppe Talarico riceverà dai Borbone una pensione per abbandonare le montagne della Sila, oppure di proporre continue amnistie come succede nella Repubblica di Venezia, nello Stato pontificio e negli stati preunitari: una legislazione ondivaga.

Lo Stato moderno – anche quello italiano di nuova formazione – mostra volti ambigui, in apparenza contraddittori, che svelano l’incapacità di fare fronte alla sfida di governare processi complessi come quelli di sviluppare equamente e in modo equilibrato il Nord e il Sud dell’Italia. È un modo di procedere che è rivelatore anche di una componente che mostra disprezzo verso quelle popolazioni e dà una lettura venata di razzismo di quanto accade nelle lontane contrade meridionali. Il dato più inquietante è che il potere politico e statuale ha utilizzato banditi e briganti come instrumentum regni, una forma di governo. Sui briganti c’è un’enorme letteratura. Mancava un libro che raccontasse il filo che lega e che separa banditi e briganti, che mettesse in luce le diverse componenti – politiche, religiose, sociali, di classe, culturali –, che demistificasse falsi miti come quello che i mafiosi sarebbero i figli naturali o gli eredi legittimi dei briganti, e che fosse illustrato con un numero rilevante di immagini che mostrano lo sguardo con il quale la nascente borghesia italiana ed europea ha osservato le plebi meridionali – e laziali – o come la propaganda dei militari italiani ha raccontato la guerra e la distruzione dei briganti. Sfileranno le xilografie dei banditi dei secoli passati, le stampe e gli acquarelli dei briganti d’inizio Ottocento di Pinelli e di altri autori europei impregnati di romanticismo, le prime foto dei briganti catturati o dei cadaveri di quelli uccisi dai militari italiani.

Il libro ha, inoltre, una particolarità che lo rendo ancor più interessante. E’ corredato da uno stupendo supporto iconografico avente la capacità di visualizzare le argute e faconde analisi del prof. Ciconte. Anzi, abbiamo netta la sensazione di trovarci sulle scena degli eventi e viverle in tempo reale. Tale metodologia di costruzione del libro permette a noi lettori di “sentire” maggiormente la sua testualità e di amplificare la piacevolezza della lettura. “Banditi e Briganti” è un ottimo viatico per la conoscenza di alcune delle pagine più tristi e sofferenti della storia del Meridione d’Italia.


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