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Emergency: Diario Iraq


Anche i più piccoli devono abituarsi a vivere nella paura?
mercoledì 19 aprile 2017 , Inviato da Redazione - 546 letture

"Un pomeriggio Rayyan e il cuginetto hanno deciso di ripulire il parchetto vicino casa, nella zona est di Mosul, Al Muthanna, per poter tornare a giocare a calcio. Hanno recuperato rastrelli e sacchetti per raccogliere i detriti e sono andati al parco, a circa cento metri da casa. La situazione sembrava ormai tranquilla" racconta Tareq, il papà di Rayyan, arrivato da noi in ospedale un mese fa portando il figlio di 12 anni.

"Io ero sul tetto, bevevo il tè con mio figlio minore, Rafat. Ho sentito un boato, mi sono girato e ho visto un mortaio cadere esattamente al centro del parco dove Rayyan stava giocando. Mi sono precipitato lì e l’ho visto, uno dei miei vicini lo aveva caricato in macchina per accompagnarlo in ospedale".

EMERGENCY IRAQ

Tareq sorride e scherza quando è accanto al letto del figlio ricoverato. Ogni tanto, quando Rayyan si addormenta, va in giardino, e mentre fuma mi racconta che il bambino aveva già sognato di essere colpito da un’esplosione prima dell’incidente. ’Anche i più piccoli devono abituarsi a vivere nella paura? O forse già lo sono?’.

Ha scelto personalmente il nome di Rayyan: significa ’colui che non ha sete’, è la porta del paradiso dedicato a chi ha digiunato spesso nella vita.

Rayyan ha subìto una lesione alla colonna vertebrale, è rimasto paralizzato dalla vita in giù. Ma Tareq mi dice di sentirsi fortunato, il suo bambino è ancora vivo, così come la moglie e gli altri quattro figli, che sono rimasti a Mosul ad aspettarli.
— Rossella, dall’Emergency Hospital di Erbil, Iraq

Con l’intensificarsi del conflitto a Mosul e il peggioramento della crisi umanitaria, d’intesa con il Dipartimento di Salute del Kurdistan Iracheno, siamo tornati a lavorare presso l’Emergency Hospital di Erbil, Nord Iraq, per garantire assistenza medico-chirurgica alle vittime del conflitto.

"Il paziente numero uno, qui a Erbil, lo abbiamo curato diciannove anni fa: era un’altra guerra, era un altro tempo. Migliaia di feriti sono passati per le mura di questo ospedale e per queste sale operatorie. Nel 2005 avevamo lasciato la gestione dell’ospedale alle autorità locali, che lo hanno gestito autonomamente senza problemi, ma negli ultimi due anni il protrarsi della crisi in Kurdistan lo ha messo in ginocchio. Non ci sono più risorse" ci scrivono i nostri colleghi dall’Iraq.

Mesi e mesi di combattimenti - per l’offensiva lanciata dell’esercito iracheno nel tentativo di strappare Mosul a Daesh (ISIS) - hanno ridotto allo stremo la popolazione, intrappolata tra le linee del fronte. Le aree abitate dai civili vengono attaccate indiscriminatamente: dall’inizio di dicembre 2016 i combattimenti hanno causato almeno 3.125 feriti (fonte Ministero della Salute).

Gli ospedali vicini alle aree abitate sono inaccessibili o non funzionanti: negli ultimi due anni, il protrarsi della crisi in Kurdistan ha messo in ginocchio il Sistema sanitario. Molti pazienti muoiono a causa della mancanza di cure mediche immediate o per i lunghi tempi di trasferimento necessari per raggiungere strutture adeguate. Nonostante le autorità sanitarie nazionali stiano lavorando affinché possano ricevere cure mediche tempestive, al momento i feriti - in costante aumento - arrivano presso i Trauma Stabilitazion Points, vicini alle linee del fronte, nei quali viene fornita una prima assistenza per poi indirizzare i pazienti presso le strutture di assistenza sanitaria secondaria basate ad Erbil, che sono ormai insufficienti.

Oltre all’invio di un team internazionale per fornire allo staff locale supporto e formazione specifica in chirurgia di guerra, il progetto prevede dei lavori di ristrutturazione e ampliamento dell’ospedale, che raddoppierà il numero di posti letto disponibili.


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