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El ciudadano ilustre


Un film diretto da Gastón Duprat e Mariano Cohn (Argentina, Spagna 2016), con Oscar Martinez, Dady Brieva, Andrea Frigerio, Bélen Chavanne
giovedì 26 ottobre 2017 , Inviato da Piero Buscemi - 928 letture

Gli argentini e i registi di lingua spagnola in genere sono maestri nel confezionare i loro film. Intendiamoci, i film buoni vengono prodotti in tutto il mondo ma quando si ha occasione di vederne qualcuno prodotto in Sudamerica, si ha la sensazione di poter godere del tocco magico e creativo del fuoriclasse. Quel tocco che, in maniera riduttiva, è sempre sottolineato quando si parla di sport.

Lo abbiamo potuto constatare ieri sera alla proiezione del film Il cittadino illustre, seconda opera in programma del Cineforum del Cinema Vittoria di Alì Terme, in provincia di Messina. Scelta azzeccata del direttore artistico della rassegna, Orazio Leotta, che Girodivite ha spesso ospitato sulle proprie pagine, in veste di redattore.

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Nobel

La trama del film è incentrata sul personaggio di Daniel Mantovani, scrittore argentino affermato al quale, al culmine della carriera, viene assegnato il Nobel per la letteratura. La scena iniziale del film è monopolizzata dalla pomposa cerimonia di premiazione a Stoccolma, seguita dal discorso di ringraziamento che il protagonista trasforma in un anatema alla convenzionalità dei protocolli e delle etichette che il mondo della cultura sente, sempre di più, di dover affibbiare a qualsiasi forma d’arte.

E’ già da queste prime sequenze che possiamo ammirare il tocco del fuoriclasse, in questo caso addirittura due, i registi Gastón Duprat e Mariano Cohn. L’evento di fama internazionale, atteso con trepidazione dal mondo accademico, diventa il pretesto dello scrittore per esternare la sua anima contrapposta alla schematizzazione e globalizzazione del fare cultura. Quel doveroso ossequio nei confronti dei due reali svedesi, anacronistico ed urticante se posto davanti alle contraddizioni della società moderna, addentrata ormai nel terzo millennio. E poi, quella imperdibile opportunità di sottolineare l’ipocrita abitudine di riconoscere i meriti artistici alla fine di una carriera o, peggio ancora, dopo la morte.

La scena che segue il discorso del personaggio Daniel Mantovani è da premio Oscar. Uno sbigottito palco di dotti, medici e sapienti (rubiamo la citazione al nostro Edoardo Bennato), costernato dalle parole di quell’arrogante ed irriconoscente scriba, per esigenze di scena finirà per acclamare convinto e calorosamente il premiato con un lungo applauso, sostenuto dalla standing ovation dell’intero pubblico presente alla cerimonia.

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Il protagonista Mantovani con la sua fedele segretaria

Subito dopo, siamo proiettati a cinque anni dopo. Un Mantovani, sempre più annoiato e nauseato da quel mondo di targhe, riconoscimenti ed inviti a cerimonie di commemorazione, si affida alle mani della sua preziosa segretaria per eludere inviti ed interviste che il mondo della cultura gli propone.

Ne accetterà uno solo, vinto da una crisi nostalgica e, forse, da un orgoglio di vanità a confrontarsi con le sue origini e i concittadini che nella sua infanzia lo bistrattavano già dal nomignolo usato per chiamarlo, Titti. E’ l’invito del sindaco del suo paese di nascita, Salas, un paesino sperduto in Argentina, che fa scattare in lui la voglia di recuperare il passato.

Partirà, così, da Barcellona in Spagna, verso quel mondo lontano, a lui familiare ma ormai sconosciuto dopo quarant’anni di latitanza in Europa. Dopo l’arrivo avventuriero in Argentina, lo scrittore Mantovani dovrà sottostare ad un sequenza di protocolli e cerimonie folcloristiche, geniale la parata su un enorme mezzo dei pompieri della città, in piedi sul cassone, tra il sindaco e la reginetta di bellezza, che non deve mai mancare.

Ma ci saranno le conferenze, il video riepilogativo della sua carriera con tanto di foto da bambino, le cene di circostanza, le lezioni magistrali nelle scuole, le interviste presso le emittenti locali. Ci saranno anche i personaggi del suo passato. Su tutti Irene, amore della sua adolescenza, adesso sposata con il suo migliore amico d’infanzia.

Giorno per giorno, la sua gita oltreoceano è prevista per quattro giorni, il personaggio dovrà confrontarsi con una realtà che, assurdamente, lui si era immaginato di trovare diversa rispetto alla sua partenza. Il paesaggio lo riporterà presto con i piedi ben saldati alla realtà. Polveroso come lo aveva lasciato, le case basse a parallelepipedo, tutte uguali e monotone che anche l’albergo che lo ospita non riesce a discostarsene.

Questa gita nella sua terra farà affiorare l’indole rivoluzionaria del suo carattere, la stessa che lo fece fuggire da ragazzo. Quell’indole che lo porta a provare a sconvolgere le regole del quieto vivere che hanno caratterizzato quel luogo sperduto e i suoi cittadini. La sua verità, la sua coerenza, la sua schiettezza nel dire ciò che pensa, senza troppi giri di parole. Caratteristiche che lo hanno fatto apprezzare in tutto il mondo con i suoi libri, lo metteranno davanti ad un bivio imprevisto. E’ la metafora che i due registi utilizzano per monopolizzare il messaggio che ogni spettatore dovrà avere la capacità di interpretare, uscendo dal cinema.

La verità, che porta il protagonista ad affermare durante una sua lezione a dichiarare che la "cultura" è la parola più inflazionata nei discorsi degni ignoranti. E’ come il paese africano, citato da Mantovani agli astanti, che nel suo vocabolario non contempla la parola "libertà", perché essere libero è anche non dovere avere una parola che ne identifichi il sogno.

Sarà un contrasto durissimo tra la nostalgia dei luoghi natii e la consapevolezza che la verità non è mai piacevole sentirsi dire. Che solo la finzione, racchiusa in un libro di successo, è l’unica chiave che porta all’affermazione e ad un posto nella gloria dell’olimpo della letteratura. E della vita.


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